Democrazie e sistemi politici
La paralisi italiana allo specchio: il caso AST in Sicilia e l’ideologia dell’immobilismo
Dalla crisi dell’AST alla retorica sul Ponte, il nodo non è solo siciliano ma nazionale: rendite, assistenzialismo, burocrazia difensiva e paura del cambiamento compongono un sistema che trasforma l’immobilismo in ideologia e lo sviluppo in una minaccia da neutralizzare. La recente agonia dell’AST (l’Azienda Siciliana Trasporti)


Dalla crisi dell’AST alla retorica sul Ponte, il nodo non è solo siciliano ma nazionale: rendite, assistenzialismo, burocrazia difensiva e paura del cambiamento compongono un sistema che trasforma l’immobilismo in ideologia e lo sviluppo in una minaccia da neutralizzare.
La recente agonia dell’AST (l’Azienda Siciliana Trasporti) non è una remota questione di malagestione locale a cui guardare con distacco, ma il riflesso perfetto di un malaffare storico e strutturale che riguarda l’intero Paese. Mentre lo Stato procedeva in Sicilia alla demolizione delle infrastrutture ferroviarie e i cittadini depredavano quel che restava, la politica apparecchiava con cinismo la tavola per i privati. Il sistema è apparso perfetto nella sua perversione: alle poche famiglie titolari degli imperi su gomma sono state consegnate le cosiddette “linee d’oro”, mentre all’azienda pubblica è stato lasciato il fardello dei debiti e dei disservizi cronici.
Questo meccanismo ha trasformato il diritto alla mobilità degli isolani in un affare esclusivo, sostenuto da una logica clientelare e da un parassitismo fatto di assistenzialismo erogato a pioggia. In questo contesto si inserisce il paradosso delle eterne manutenzioni stradali dell’ANAS, un ciclo perenne di lavori infiniti e deliberatamente inconcludenti che altro non è se non un “keynesianismo di rapina”: l’economia circolare dello “scavare e riempire la buca” per mantenere in vita un sistema di potere e di consenso elettorale.
Ma illudersi che questa paralisi sia un’esclusiva siciliana o meridionale sarebbe un errore di prospettiva. La Sicilia, in realtà, è soltanto la punta dell’iceberg di un conservatorismo strutturale che infetta l’intera Penisola. L’Italia è un Paese che, nella sua interezza, preferisce sistematicamente l’immobilismo al rischio del futuro, intrappolato nella logica dei veti incrociati, della burocrazia difensiva e della paura atavica del cambiamento.
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Il Meridione si limita a estremizzare e rendere palesi dinamiche che da decenni bloccano lo sviluppo nazionale: la difesa feroce delle rendite di posizione, l’assistenzialismo mascherato da garanzia sociale e la perenne diffidenza verso la modernità.
In questa palude di immobilismo tutto italiano, il Ponte sullo Stretto emerge come un simbolo di rottura quasi sacrilega. Il Ponte rappresenta lo strumento tecnico e concettuale per scardinare la subalternità, un vero e proprio “Cavallo di Troia” della modernità contro chi ha costruito imperi sul monopolio dei traghetti e sull’isolamento geografico e culturale.
Chi si oppone all’opera, spesso nascondendosi dietro un ecologismo di facciata e foraggiando la stessa ideologia paralizzante che blocca lo sviluppo in tutta Italia – dal nucleare alla TAV, dai termovalorizzatori ai rigassificatori, fino all’assurda opposizione ai pannelli fotovoltaici -, sta in realtà difendendo quel sistema di ghettizzazione sociale che ha preferito comprimere lo sviluppo economico per favorire interessi privati, lasciando al pubblico le briciole del fallimento.
Finché l’Italia non deciderà di sradicare questa cultura della stagnazione, la sfida che abbiamo davanti trascenderà la singola opera. La vera posta in gioco non è il Ponte, ma l’emancipazione di un popolo che non è stato derubato della propria speranza, ma ha colpevolmente scelto di svenderla in cambio di assistenzialismo, ideologia e quieto vivere. Si tratta di combattere una vera e propria guerra di liberazione contro l’anima più profonda e rassegnata di un’intera nazione.

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