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La piazza “contro il ddl antisemitismo” inneggia ad Hamas e Hezbollah

Il presidio contro il ddl antisemitismo prometteva di difendere il dissenso. Poi sono comparsi vessilli di Hamas, Hezbollah e PFLP e un coro per Nasrallah e il bombardamento di Tel Aviv. La piazza convocata per dichiarare inesistente il confine fra ostilità a Israele e antisemitismo ne

La piazza "contro il ddl antisemitismo" inneggia ad Hamas e Hezbollah
Filippo PipernoFilippo Piperno10/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura731 parole

A volte i nodi vengono al pettine senza bisogno di inchieste, retroscena o interpretazioni sofisticate. Basta aspettare. Prima o poi l’odio abbandona le formule prudenti e ipocrite e si presenta da solo, con la propria bandiera in mano.

Ieri è accaduto davanti a Montecitorio. Il presidio convocato per denunciare il disegno di legge sull’antisemitismo come una «norma-bavaglio» ha finito per ospitare vessilli di Hezbollah e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, oltre a una bandiera verde identificata da alcune testate come appartenente a Hamas.

Alcuni manifestanti hanno inoltre intonato un coro in onore di Hamas, Hezbollah e Hassan Nasrallah che invocava il bombardamento di Tel Aviv.

Per settimane oltre 250 sigle avevano sostenuto che il provvedimento servisse a confondere deliberatamente l’ostilità verso Israele con l’odio antiebraico. È bastato lasciare parlare la piazza perché quella distinzione, presentata come un artificio repressivo, mostrasse tutta la propria necessità.

Le immagini sono state documentate dal Foglio. Il ritornello era nato come provocazione radiofonica. Ripetuto in una manifestazione politica, davanti ai vessilli di organizzazioni armate, perde però la distanza necessaria per essere riconosciuto come satira. Diventa parte della scena e del suo significato.

Quelle bandiere non erano state esposte dagli organizzatori e qualcuno ha cercato di farne rimuovere almeno una. Altri manifestanti, però, l’hanno difesa. I vessilli sono rimasti nella piazza, i cori sono stati intonati e non risulta che chi li esibiva sia stato allontanato.

La distinzione delle responsabilità individuali è doverosa; trasformarla in un alibi collettivo sarebbe grottesco. Una manifestazione politica risponde anche di ciò che tollera al proprio interno, soprattutto quando viene convocata precisamente per negare l’esistenza del problema che finisce per ospitare.

Amnesty International Italia, ANPI, FNSI, sindacati, partiti, organizzazioni studentesche e movimenti propalestinesi avevano aderito alla mobilitazione. Nell’appello rilanciato da Amnesty si sosteneva che il ddl avrebbe permesso di «perseguire legalmente» chi denuncia Israele per colonialismo, apartheid, pulizia etnica o genocidio.

Nel testo approvato dal Senato, però, questo automatismo non esiste. Il provvedimento non introduce nuovi reati, pene o poteri di denuncia. Assume la definizione IHRA come riferimento per le politiche di prevenzione, formazione e monitoraggio dell’antisemitismo, facendo espressamente salve le libertà costituzionali di pensiero, riunione e associazione.

Si può sostenere che la definizione venga applicata male o temere interpretazioni estensive. Non si può trasformare un rischio interpretativo nella descrizione di una norma penale che non c’è. Eppure la protesta è cresciuta proprio intorno a questa caricatura: una legge concepita per imbavagliare chiunque contesti Israele.

Poi sono arrivate le bandiere e i cori.

Non è una coincidenza irrilevante, né un semplice incidente estetico. Da anni una parte dell’attivismo pretende che ogni delimitazione sia sospetta: distinguere fra antisionismo e antisemitismo sarebbe censura; fra solidarietà ai palestinesi ed esaltazione della lotta armata, criminalizzazione del dissenso; fra contestazione politica e demonizzazione d’Israele, repressione.

Tutto, secondo costoro, dovrebbe essere protetto dalla medesima formula assolutoria: è soltanto critica a Israele. Anche quando vengono celebrati Hamas e Hezbollah. Anche quando si inneggia a Nasrallah. Anche quando si canta di bombardare Tel Aviv, una città abitata da civili.

Il risultato è un ambiente politico nel quale gli estremisti possono entrare senza nemmeno dover cambiare linguaggio. Trovano già preparata una cornice che considera ogni confine una censura e ogni contestazione un tentativo di mettere a tacere la critica (ma perché non chiamarla più semplicemente odio?) a Israele.

Le oltre 250 sigle non possono rivendicare la forza del numero quando raccolgono le adesioni e diventare improvvisamente una somma di individui senza legami quando compaiono i simboli imbarazzanti. La rispettabilità collettiva comporta una responsabilità politica: stabilire che cosa non possa trovare cittadinanza nella propria piazza.

Ieri quel confine non è stato tracciato. Alcuni presenti hanno provato a farlo, ma altri hanno difeso le bandiere e chi le portava è rimasto al proprio posto. Al momento in cui scriviamo, dai principali promotori non risulta neppure una condanna pubblica specifica dell’accaduto.

Se questo silenzio dovesse confermarsi, la mancata dissociazione consegnerebbe alla sinistra propal una responsabilità pesantissima che andiamo denunciando da anni: aver contribuito a rendere socialmente e politicamente tollerabile ciò che fino a ieri era indicibile, l’odio per lo stato ebraico e per gli ebrei.

La conclusione è semplice. Una manifestazione convocata per sostenere che il pericolo dell’antisemitismo venga inventato per colpire l’opposizione a Israele ha ospitato l’esaltazione di organizzazioni armate che ammazzano gli ebrei a sangue freddo e l’invocazione di bombe contro una città israeliana. Sipario.

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