Stati Uniti e spazio atlantico
La risposta di Ottawa al protezionismo americano
Il Canada risponde alle nuove tariffe statunitensi con controdazi fra il 15% e il 50% su merci americane per 20 miliardi di dollari. Il fallimento dei negoziati e l’assenza di un dialogo formale mettono sotto pressione l’USMCA e un’economia che destina agli Stati Uniti il 68%

Appena superata la mezzanotte di martedì 8 settembre, le relazioni commerciali tra Canada e Stati Uniti hanno raggiunto il punto di massima tensione dall’inizio della crisi.
In risposta diretta alle ultime misure protezionistiche dell’amministrazione guidata da Donald Trump, il primo ministro canadese Mark Carney ha dato il via libera all’entrata in vigore di un imponente pacchetto di controdazi su un vasto assortimento di merci americane. La manovra di Ottawa, concepita con la formula del «dollaro per dollaro», colpisce un paniere di beni statunitensi dal valore complessivo di 20 miliardi di dollari americani, pari a circa 27,6 miliardi di dollari canadesi.
Le nuove tariffe doganali, che variano con aliquote dal 15% al 50%, prendono di mira comparti chiave dell’industria e dell’agricoltura d’oltreconfine. Dall’acciaio e l’alluminio agli elettrodomestici, passando per i macchinari agricoli, l’elettronica, la carta, il vestiario e i prodotti lattiero-caseari.
Questa drastica mossa rappresenta la risposta ufficiale alle tariffe speculari del valore di 20 miliardi di dollari che Washington aveva introdotto a partire dallo scorso 22 agosto, colpendo l’export canadese in settori storici come il vino, l’arredamento, le attrezzature e la filiera dell’hockey, il cemento e la pesca.
Con il naufragio delle trattative ministeriali registrato alla fine di agosto, le fonti governative confermano che al momento non sono in corso colloqui formali o negoziati diretti tra i rappresentanti dei due Paesi.
Lo stallo e l’escalation retorica mettono ora a forte rischio l’impianto dell’accordo di libero scambio nordamericano, l’USMCA, già destabilizzato dal rifiuto della Casa Bianca di rinnovare l’intesa e gli accordi su base decennale, relegandola a incerte revisioni periodiche annuali.
Per il Canada la posta in gioco è altissima. Circa il 68% delle esportazioni nazionali è diretto verso il gigante americano e, per quanto l’80% delle merci continui a viaggiare in esenzione grazie al trattato commerciale, l’impiego da parte di Washington di leggi speciali di natura protezionistica rischia di indebolire l’intera economia canadese, la cui stazza economica è circa 13 volte inferiore a quella degli Stati Uniti.
Nonostante la reazione decisa di Carney trovi al momento un solido e diffuso consenso nell’opinione pubblica canadese, diversi analisti ed esponenti del mondo economico espressi nei report della stampa di settore paventano le ripercussioni di una potenziale spirale inflazionistica nei prossimi mesi.
Il confronto, ormai prolungato da 18 mesi, si muove sullo sfondo di tensioni geopolitiche e provocazioni diplomatiche, mentre dal mondo dell’agroalimentare e delle imprese nordamericane giunge un accorato appello al mantenimento dei canali diplomatici aperti per evitare che lo scontro commerciale degeneri irreversibilmente.
La mancanza di un canale di dialogo strutturato a livello ministeriale accresce il rischio di una spirale ritorsiva senza via d’uscita, spingendo le associazioni di categoria e le forze produttive del Paese a sollecitare la riapertura urgente dei tavoli negoziali per tutelare la competitività del sistema nordamericano e scongiurare un impoverimento strutturato dell’economia transfrontaliera.
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