Società, cultura, storia e idee
La rivoluzione immaginaria (e civettuola) degli odiatori dell’Occidente
La critica radicale all'Occidente ne denuncia ogni colpa, ma tace sui regimi che lo combattono e non indica mai quale sistema dovrebbe sostituirlo. Le promesse tradite delle democrazie liberali e del libero mercato possono spiegare il risentimento, ma non giustificano la vezzosa indulgenza verso dittature e

Ma in definitiva, cos’è l’Occidente?
Non è una razza, una religione o un luogo geografico. Non è neppure solo un blocco geopolitico o la somma degli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa e neanche un certificato di superiorità morale. Non coincide con ogni decisione della NATO, con qualsiasi guerra combattuta in suo nome né con qualunque governo si definisca occidentale.
È una tradizione politica e culturale fondata sulla libertà dell’individuo, sul libero mercato, sul pluralismo e sullo Stato di diritto. Dalle ceneri del secondo conflitto mondiale è nato il suo ordine contemporaneo, costruito sulla separazione dei poteri, sulla tutela delle minoranze e sulla possibilità di sostituire pacificamente chi governa.
L’Occidente è, in questo senso, una civiltà del limite: il diritto frena il potere, i diritti individuali proteggono dalla maggioranza e la libertà di coscienza impedisce allo Stato di stabilire ciò che si può pensare e dire.
È un modo di stare insieme nel quale il conflitto non deve concludersi con l’annientamento dell’avversario e le differenze non devono scomparire per condividere la stessa cittadinanza.
È lo spazio nel quale un governo può essere mandato a casa senza una guerra civile, un giudice può contraddire l’esecutivo, un giornale accusare lo Stato e una minoranza chiedere alla maggioranza di cambiare una legge. E’ la civiltà che ha trasformato il diritto di denunciarne e correggerne gli errori in un’istituzione.
Per questo Giappone, Taiwan e Corea del Sud appartengono all’Occidente pur non trovandosi a Occidente. E gli Stati Uniti o un Paese nel cuore dell’Europa possono teoricamente uscirne senza spostarsi di un centimetro, se ad esempio conservano le elezioni ma svuotano il pluralismo, l’indipendenza della magistratura e la libertà d’informazione.
Nel suo articolo “Non esiste alcuna alternativa al modello occidentale”, Donatello D’Andrea sostiene che nessun concorrente dell’Occidente riesce a tenere insieme tecnologia, diritto, sicurezza e libertà individuali. Russia, Cina e Iran condizionano il mondo, ma sono modelli ai quali in pochi e davvero disperati affiderebbero il proprio futuro.
La tesi convince. Ma apre una domanda inquietante: se nessuna alternativa offre maggiori libertà, diritti e possibilità di controllare il potere, perché una parte dei suoi contestatori riduce l’Occidente alla somma delle sue colpe e dei suoi fallimenti, mentre riserva ai regimi che lo sfidano una comprensione pressoché inesauribile?
Una risposta è data proprio dalla sua natura. Il privilegio singolare offerto dall’Occidente è la possibilità di dichiararlo intollerabile: definire criminale il proprio governo, denunciare il capitalismo e accusare la società di razzismo o colonialismo. Lo si può fare nelle piazze, nelle università e sui giornali, spesso grazie a istituzioni finanziate da quello stesso sistema.
Non è una libertà universale. Secondo Freedom in the World 2026, soltanto il 21 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi liberi. Altrove il dissenso può costare la vita; in Occidente può diventare una cattedra o una ricca carriera.
Non sono conquiste raggiunte gratuitamente. Libertà sindacali, diritti civili ed emancipazione femminile non furono concessi dall’alto, ma conquistati contestando l’ordine esistente. La critica non è dunque un lusso tollerato dall’Occidente: è uno dei meccanismi attraverso i quali è diventato ciò che è.
Nulla di questo assolve l’Occidente dalla propria storia. Le potenze occidentali hanno colonizzato e saccheggiato vaste parti del mondo, commerciato esseri umani, imposto gerarchie razziali, combattuto guerre predatorie e proclamato diritti universali mentre li negavano a milioni di persone. Non si è trattato soltanto di deviazioni occasionali dai suoi princìpi, ma di sistemi di dominio costruiti e difesi nel tempo.
Riconoscere questa storia, però, non obbliga a concludere che libertà, democrazia e Stato di diritto siano soltanto una frode. Anche attraverso quei princìpi — e soprattutto grazie alle lotte di chi ne era escluso — è stato possibile denunciare il colonialismo, smantellare gli imperi, abolire la schiavitù e trasformare privilegi riservati a pochi in diritti rivendicabili da tutti.
La distinzione decisiva non passa perciò tra chi difende l’Occidente e chi lo critica. Passa tra chi denuncia la distanza fra i suoi princìpi e la sua condotta chiedendo che venga ridotta, e chi considera quegli stessi princìpi soltanto la maschera di una colpa originaria e irrimediabile.
Nel primo caso la critica resta interna alla promessa occidentale. Nel secondo, la promessa stessa è fraudolenta. E se tutto è frode — diritto, democrazia, mercato, cittadinanza — qualsiasi forza che avversa e combatte l’Occidente acquista una legittimità riflessa.
Nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, il politologo americano Francis Fukuyama pubblicò sulla rivista The National Interest un saggio destinato a diventare celebre: La fine della storia? Il punto interrogativo non era ornamentale. Per “storia” Fukuyama non intendeva il succedersi degli avvenimenti, delle guerre o delle crisi, ma la competizione fra grandi modelli politici che aspiravano a organizzare l’intera società.
Il fascismo era stato sconfitto nel 1945 e il comunismo sovietico stava entrando nella sua crisi terminale. Fukuyama sostenne che la democrazia liberale fosse rimasta senza alternative ideologiche capaci di proporsi come sistemi universali. Non immaginava però un futuro pacificato.
Nelle pagine conclusive temeva, al contrario, che una società ridotta al calcolo economico e all’amministrazione dei problemi potesse generare una nostalgia del conflitto abbastanza potente da rimettere in moto la storia.
È ciò che è accaduto. La scomparsa delle alternative non ha generato gratitudine, ma vuoto e disincanto. Una società può restare senza un modello rivale; non senza un’idea del futuro. L’Occidente ha scambiato l’assenza di concorrenti per l’irreversibilità della propria vittoria, trasformando una conquista fragile in ordinaria ma più spesso inetta amministrazione.
Nel frattempo, le promesse si sono logorate. La globalizzazione ha prodotto benefici, scaricandone i costi su determinate classi e territori. Nel 2008, con la grande crisi finanziaria, le élite che celebravano la mano invisibile dei mercati hanno finito per socializzarne le perdite. Le guerre combattute in nome della democrazia hanno prodotto talvolta distruzione senza democrazia. Il lavoro è più precario, la casa meno accessibile, la mobilità sociale più debole.
Secondo l’OCSE, in un Paese medio occorrono quattro o cinque generazioni perché un bambino nato nel dieci per cento più povero raggiunga un reddito medio. Nel 2025, in dodici democrazie avanzate, la quota mediana di insoddisfatti del funzionamento della democrazia era del 64 per cento.
Proprio quando partiti e organizzazioni collettive hanno smesso di offrire un progetto credibile, le comode scorciatoie identitarie hanno occupato lo spazio lasciato vuoto dalla politica.
A destra, la rivolta contro il wokismo, le sue ortodossie identitarie e la sua pedagogia morale si è spesso allargata fino a investire l’intero Occidente liberale, accusato di aver dissolto nazione, religione, famiglia e confini in un intollerante relativismo amorale.
A sinistra, l’Occidente viene invece puntualmente rappresentato come una costruzione irrimediabilmente coloniale, razzista e capitalista.
Le due genealogie non sono moralmente sovrapponibili. Ma le strutture mentali spesso si assomigliano: appartenenza prima della cittadinanza, risentimento trasformato in prova, politica ridotta alla propria tribù e avversario da espellere dalla comunità.
La politica identitaria ha un vantaggio formidabile: non deve dimostrare di funzionare. Le basta soprattutto indicare un colpevole. Da qui la frivolezza civettuola di molta contestazione contemporanea.
I rivoluzionari del Novecento avevano progetti spesso criminali, ma terribilmente seri. Si ponevano il problema della proprietà, dello Stato e delle risorse. Immaginavano il giorno dopo. Le loro risposte produssero morte e distruzione, dittature e repressione, ma si esposero almeno al giudizio delle conseguenze.
La nuova radicalità preferisce le parole ai fatti, gli slogan al progetto politico: decostruire, decolonizzare, abbattere, resistere. Molto più raramente spiega quali istituzioni sostituiranno quelle demolite. Chi controllerà il potere? Quale giudice potrà fermare il governo? Chi potrà organizzare l’opposizione e rimuovere la nuova classe dirigente?
Oggi, nessuno di questi odiatori vuole credibilmente vivere secondo il modello russo, cinese o iraniano. Quei sistemi servono solo a contrastare il modello occidentale: non sono ammirati per ciò che costruiscono per i propri cittadini, ma per il danno che possono infliggere al nemico d’elezione.
Da qui nasce tendenza a interpretare la politica internazionale come uno scontro tra campi contrapposti, giudicando governi, guerre e violazioni non secondo criteri universali, ma in base allo schieramento cui appartengono: se l’Occidente è la causa primaria di ogni male, ogni suo nemico diventa un alleato.
Se la destra radicale vede nella Russia di Putin la custode dell’identità nazionale, una parte della sinistra vi riconosce la potenza che sfida l’egemonia americana. Le motivazioni sono opposte, il risultato geopolitico finisce per convergere.
Già prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, uno studio dell’European Council on Foreign Relations rilevava affinità con Mosca ai due estremi della politica europea, uniti dal desiderio di indebolire l’ordine liberale e transatlantico.
In questo contesto il giudizio sui fatti viene subordinato all’appartenenza geopolitica: ciò che fa l’Occidente prova sempre la sua ipocrita malvagità. Ciò che fanno i suoi nemici viene relativizzato o rimosso. Non esiste più un criterio morale, ma soltanto una contabilità di campo.
Condivido quanto scritto da D’Andrea. Difendere l’Occidente non significa difendere Trump, né qualsiasi governo, guerra o diseguaglianza. L’Occidente non coincide con le proprie amministrazioni, ma con la possibilità di sottoporle a critica senza essere costretti a distruggere le condizioni che rendono possibile quella critica.
Ma il limite dell’argomento secondo cui non esistono alternative all’Occidente è che nessun ordine politico può chiedere di essere difeso soltanto perché i suoi concorrenti sono peggiori. Essere il male minore può forse garantire la sopravvivenza; difficilmente suscita appartenenza, fiducia o speranza.
L’Occidente non può quindi pretendere gratitudine. Deve tornare a meritare consenso mantenendo le proprie promesse: mobilità sociale, partecipazione, responsabilità delle élite, sicurezza, Stato di diritto e altro ancora.
Ma anche la critica ha un onere. Le ingiustizie, le guerre e le promesse tradite possono spiegare la protesta ma non conferiscono automaticamente sostanza politica a qualsiasi progetto antagonista. Chi vuole abbattere un ordine deve assumersi la responsabilità di ciò che intende costruire al suo posto.
È precisamente il rifiuto di questo onere a rendere vezzosa tanta radicalità contemporanea che trova nei nemici dell’Occidente, non modelli da seguire, ma feticci con cui infliggergli una sconfitta e vagheggiare un’inutile rivincita.
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