Ucraina
La Russia blocca viveri ed evacuazioni: la città di Oleshky rischia di morire di fame
La città ucraina di Oleshky, occupata dalla Russia, è ormai isolata: i convogli di viveri vengono colpiti, le vie di fuga sono minate e Mosca non autorizza l’evacuazione. Circa seimila persone, tra cui duecento bambini, rischiano di rimanere senza cibo e medicinali. La comunità internazionale può

Forse avrete sentito parlare di Kherson e del cosiddetto human safari. Dall’estate del 2024 i droni FPV russi sorvolano la città e i villaggi lungo la riva destra del Dnipro dando la caccia ai civili: gente che va al lavoro, che porta fuori il cane, che scarica cassette di verdura al mercato.
I video degli attacchi finiscono poi sui canali Telegram russi, spesso con una colonna sonora. Un medico dell’ospedale di Kherson lo descrive agli investigatori delle Nazioni Unite con poche parole:”Sganciano esplosivi come in un videogioco”.
Nel maggio 2025 la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sull’Ucraina conclude che quegli attacchi sono sistematici, rispondono a una politica statale coordinata e costituiscono quindi crimini contro l’umanità. Un rapporto successivo, nell’ottobre 2025, conta almeno duecento civili uccisi e oltre duemila feriti.
Quattro chilometri più in là, sull’altra sponda del fiume, gli stessi droni oggi fanno un’altra cosa: impediscono al cibo di entrare in una città occupata.
Questo articolo non vuole ricostruire tutta la storia di Oleshky, né elencare ogni violazione commessa dagli occupanti. Vuole far sapere a chi legge che cosa sta succedendo e chiedere a chi fa politica, a qualunque livello, di muoversi finché si è in tempo.
Una città svuotata
Oleshky si trova sulla riva opposta del Dnipro rispetto a Kherson ed è occupata dai russi dai primi giorni dell’invasione. Nel giugno 2023 la distruzione della diga di Kakhovka la allaga quasi per intero: gli occupanti riconoscono cinquantanove morti nella zona, ma le autorità ucraine stimano centinaia di vittime nella sola città.
Da quel momento la popolazione crolla. Secondo il ministero degli Esteri ucraino, dei ventiquattromila abitanti di prima della guerra ne restano circa duemila, circa seimila se si considerano anche i villaggi vicini. Tra loro, secondo l’ombudsman parlamentare Dmytro Lubinets, ci sono circa duecento bambini.
A Oleshky i giornalisti non possono entrare. Quel che sappiamo della situazione in città arriva da residenti che parlano sotto anonimato, dai volontari, dalle autorità locali in esilio e dalla missione di monitoraggio delle Nazioni Unite.
Finché hanno potuto alimentare la finzione, gli occupanti hanno organizzato visite e servizi fotografici per mostrare una città che funzionava; quando la situazione è diventata impossibile da nascondere, le visite sono cessate.
Da quattro mesi senza approvvigionamenti
Già da gennaio, a Oleshky l’ultimo negozio di alimentari rimasto apre solo saltuariamente. L’ultima consegna di viveri riuscita risale al 26 maggio.
I tentativi successivi vengono colpiti: all’inizio di giugno un convoglio civile salta su una mina all’ingresso della città; il 2 giugno i droni russi attaccano i mezzi carichi di alimenti, uccidendo due autisti; il 1° settembre i droni colpiscono cinque veicoli di un nuovo convoglio e la consegna salta.
In città mancano carne, farina, olio e pane. Durante lo scorso inverno si cacciavano fagiani e piccioni; oggi, riferisce il ministro degli Esteri Andrii Sybiha, c’è chi raccoglie l’erba. Il sistema bancario è crollato e con esso l’accesso al contante.
Iryna-Ester Vrataryova, volontaria del progetto Humanity, racconta in un’intervista a Radio Svoboda che, nel migliore dei casi, una persona mangia in un giorno un brodo leggero e qualche cucchiaio di porridge.
Riferisce che le ultime scorte di cui le parlano i residenti, quando si riesce a stabilire un contatto, finiranno tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Cioè adesso.
L’ospedale locale lavora senza elettricità, senza acqua corrente e senza medicinali, con generatori per cui il carburante è sempre più difficile da trovare.
Restano quattro medici anziani che, come spiega Tetiana Hasanenko, capo dell’amministrazione cittadina in esilio, possono solo fermare le emorragie. Le ambulanze non escono da anni.
A giugno la missione dell’ONU segnalava quattro feriti ricoverati che avevano bisogno di essere trasferiti e non potevano uscire; uno di loro è morto mentre aspettava.
La missione contava anche, tra Oleshky e la vicina Hola Prystan, almeno ventinove civili uccisi e cinquantaquattro feriti nei primi sei mesi del 2026, quasi tutti per attacchi di droni.
Nessuna via d’uscita
Chi può se ne va a piedi: cinque o sei ore fino al villaggio di Radensk, su strade minate e sotto i droni. Fino a qualche mese fa si poteva ancora partire in auto.
La già citata Vrataryova, che segue le evacuazioni da diversi territori occupati, dice di non aver mai visto una simile”trappola per topi”. Altrove restava sempre una minima possibilità di fuga; a Oleshky gli occupanti hanno minato tutto il perimetro e l’area è sorvegliata dall’alto giorno e notte.
Vrataryova riporta anche testimonianze secondo cui, anche qui, sulla riva occupata, gli operatori dei droni si”esercitano” sui civili del posto.
Gli anziani, i malati e quanti non vogliono abbandonare un familiare che non può camminare sono costretti a restare.
Le liste di evacuazione e il silenzio di Mosca
Il 12 agosto l’ombudsman annuncia che da parte ucraina è tutto pronto per l’evacuazione: le liste sono approvate, il Comitato internazionale della Croce Rossa è disponibile, Kyiv si impegna a un cessate il fuoco per tutta la durata dell’operazione.
Il suo ufficio ha individuato 358 persone che hanno urgente bisogno di essere portate via. Manca solo il via libera russo, che non arriva.
Il 21 settembre il Cremlino arriva ad ammettere che a Oleshky ci sono problemi critici di approvvigionamento di cibo e medicine, sostenendo che l’esercito stia lavorando per risolverli. Mosca sa, quindi. Ma continua a non far passare né i camion né le persone.
Non è una zona grigia
È importante notare che Oleshky è territorio occupato e l’occupazione comporta obblighi precisi. La Quarta Convenzione di Ginevra impone alla potenza occupante di garantire cibo e cure alla popolazione e, in ogni caso, di non ostacolare i soccorsi.
Lo Statuto di Roma considera crimine di guerra affamare deliberatamente i civili, anche impedendo l’arrivo degli aiuti. La risoluzione 2417 del Consiglio di Sicurezza, approvata all’unanimità, e quindi anche dalla Russia, nel 2018, condanna l’uso della fame come arma.
A Oleshky le condizioni ci sono tutte: la Russia controlla gli accessi, i soccorsi sono stati offerti e di fatto respinti e i convogli sono stati colpiti.
Cosa si può fare adesso
Il 16 settembre il Museo nazionale dell’Holodomor di Kyiv, che custodisce la memoria dei milioni di ucraini fatti morire di fame da Stalin, chiede alla comunità internazionale di non ignorare Oleshky.
Il 19 settembre il Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose si rivolge a Leone XIV e agli altri leader religiosi perché usino ogni mezzo disponibile per salvare la città dalla fame.
Il 22 settembre, infine, Sybiha porta il caso all’Assemblea generale dell’ONU a New York.
Ai nostri parlamentari, italiani o europei che siano, ai leader politici, eletti o meno, e ai personaggi pubblici possiamo e dobbiamo chiedere che si facciano sentire.
Domandiamo al governo di chiedere formalmente l’applicazione della risoluzione 2417. Sollecitiamo un mandato per la Croce Rossa internazionale con garanzie verificabili di passaggio sicuro. Chiediamo che i responsabili del blocco siano sanzionati e perseguiti per crimini di guerra.
Portiamo Oleshky in una mozione, in un’interrogazione, in un ordine del giorno, a qualsiasi livello. Nessuno di questi passi dipende dall’andamento del fronte o da un negoziato di pace. Chi sostiene il contrario fa il gioco del Cremlino.
Le ultime scorte in città stanno per esaurirsi. Oleshky ha bisogno di noi.
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