Democrazie e sistemi politici

Le foibe tra verità, memoria e tribù

Una discussione appassionata si è accesa attorno al saggio di Gustavo Micheletti sulla Giornata della Memoria delle Foibe, pubblicato su InOltre in due puntate. Prima e seconda qui. Il dibattito non riguarda soltanto l’interpretazione di un episodio storico. Tocca un nervo scoperto della storia italiana: il

Filippo PipernoFilippo Piperno13/02/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura690 parole
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Una discussione appassionata si è accesa attorno al saggio di Gustavo Micheletti sulla Giornata della Memoria delle Foibe, pubblicato su InOltre in due puntate. Prima e seconda qui.

Il dibattito non riguarda soltanto l’interpretazione di un episodio storico. Tocca un nervo scoperto della storia italiana: il rapporto irrisolto tra memoria, giudizio morale e legittimazione politica.

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui il passato novecentesco non è mai stato davvero “nazionalizzato” in senso condiviso. Renzo De Felice osservava che sul fascismo non si è mai formato un consenso civile minimo capace di separare l’analisi storica dalla battaglia identitaria. Non si tratta di uniformità interpretativa — che sarebbe impossibile — ma dell’assenza di un terreno comune su cui riconoscere i confini della legittimità democratica. È in questa frattura che si inseriscono, periodicamente, le polemiche sulla memoria.

Per affrontarle seriamente occorre partire da una premessa metodologica. Come ricordava Max Weber, l’oggettività nelle scienze sociali non consiste nell’assenza di presupposti di valore nella scelta dei problemi, ma nel rigore con cui li si tratta. Non esiste uno sguardo sospeso sopra la storia. Esiste sempre una selezione orientata da valori. Il punto non è negarlo; il punto è non travestirlo da neutralità.

Il conflitto nasce quando una scelta interpretativa viene presentata come pura oggettività. Non è problematico che una storiografia abbia una tesi: ogni ricostruzione implica un’ipotesi di senso. Diventa problematico quando quella tesi si presenta come semplice esposizione di “dati”, occultando il presupposto valoriale che ne orienta la lettura.

Il caso delle foibe è emblematico. Il nodo non è la contestualizzazione — ogni evento storico va inserito nel proprio contesto — ma il confine tra spiegazione e attenuazione morale. Se la violenza titina viene interpretata esclusivamente alla luce del clima di guerra, vendetta e resa dei conti, occorre applicare lo stesso criterio in modo coerente anche ad altri attori storici. Diversamente, il metodo smette di essere analitico e diventa selettivo.

La contestualizzazione è uno strumento indispensabile della ricerca. Può però trasformarsi in una risorsa retorica quando serve a rendere comprensibile — e dunque implicitamente meno condannabile — ciò che resta storicamente e moralmente problematico. È qui che la storiografia si avvicina pericolosamente alla militanza.

La storia pubblica, in questo senso, tende a funzionare come una competizione per il monopolio della legittimità morale. Ogni campo identitario cerca di stabilire quali morti debbano essere ricordati come martiri e quali possano essere ricondotti a una logica di necessità storica. Non è un’anomalia italiana, ma in Italia assume un’intensità particolare, proprio per l’assenza di una memoria pacificata del Novecento.

Quando Vittorio Foa disse a Giorgio Pisanò: «Se aveste vinto voi io sarei in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore», non stava celebrando un primato morale. Stava ricordando un dato strutturale: la memoria ufficiale è sempre anche il prodotto di un rapporto di forza.

Riconoscerlo non significa equiparare tutto né negare le responsabilità storiche. Significa evitare che la memoria si trasformi in dispositivo identitario. Le foibe non furono un episodio glorioso della lotta antifascista. Dirlo non equivale a revisionismo; equivale a rifiutare la riduzione simbolica di un’orrenda tragedia.

La questione decisiva, allora, non è quale memoria difendere, ma quale uso pubblico della memoria intendiamo legittimare. Se la storia diventa bandiera, perde la propria funzione conoscitiva e diventa strumento di appartenenza. E in un Paese che non ha mai davvero risolto il proprio rapporto con il fascismo, questo passaggio non è neutro.

La memoria può essere un luogo di confronto civile oppure un terreno di mobilitazione permanente. La differenza sta tutta nella disponibilità a riconoscere i propri presupposti e a non chiamare “oggettività” ciò che è, più semplicemente, una scelta di valore.


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