Italia: politica, istituzioni e società
Le ricorrenze civili vanno ripensate per non farle diventare dei riti vuoti
Liberazione, Repubblica, Memoria: tre ricorrenze decisive della storia italiana rischiano di perdere forza quando diventano liturgie prevedibili, campi di battaglia politica o cerimonie senza conseguenze. Ripensarle non significa cancellarle, ma restituire loro serietà, conoscenza e responsabilità civile. Ogni anno, puntualmente, la Festa della Liberazione si trasforma



Liberazione, Repubblica, Memoria: tre ricorrenze decisive della storia italiana rischiano di perdere forza quando diventano liturgie prevedibili, campi di battaglia politica o cerimonie senza conseguenze. Ripensarle non significa cancellarle, ma restituire loro serietà, conoscenza e responsabilità civile.
Ogni anno, puntualmente, la Festa della Liberazione si trasforma in ciò che non dovrebbe essere: non una riflessione sulla fine del nazifascismo e sul riscatto italiano, ma un contenitore di retorica, divisioni ormai croniche e, quasi sempre, tensioni che sfociano nella violenza. Da qui la domanda, più che legittima: ha ancora senso celebrare questa ricorrenza nei modi attuali?
La risposta, per chi osserva senza pregiudizi, deve essere negativa. E lo stesso interrogativo dovrebbe essere esteso anche alla Festa della Repubblica e al Giorno della Memoria. Non perché i fatti storici che ricordano siano discutibili, ma perché lo sono diventate le modalità con cui li raccontiamo e li celebriamo tutti e tre.
Il primo nodo è la scuola. È lì che si forma la memoria civile, ed è lì che questa memoria appare oggi fragile e distorta: manuali spesso semplificati o orientati, poco tempo dedicato, insegnamenti talvolta segnati da convinzioni politiche. Il risultato è prevedibile: i giovani non ricevono un quadro completo e aderente alla realtà storica, ma una narrazione parziale, che finisce per trasformare la storia in strumento di parte.
Gli oltre ottant’anni trascorsi da quegli eventi e la scomparsa dei testimoni oculari imporrebbero estrema precisione e cautela, ma soprattutto una narrazione il più possibile attenta al contesto.
Il secondo nodo è pubblico e visibile: le celebrazioni. Anziché attenersi ai fatti che dovrebbero ricordare, vengono regolarmente caricate di temi estranei e contemporanei, che finiscono per passare in primo piano. Lo scorso 25 aprile Ucraina e Israele sono divenute oggetti di provocazione rispetto al perimetro storico dell’evento commemorato, disperdendone memoria e significato.
Il terzo nodo, il più rilevante, riguarda la responsabilità congiunta della politica e dell’informazione. Entrambe preferiscono rifugiarsi in formule rituali, evitando accuratamente una lettura più complessa e meno consolatoria del passato.
Eppure basterebbe poco per restituire serietà a queste ricorrenze: ricordare che la Liberazione fu resa possibile in larga misura dall’intervento degli Alleati, come dimostrano gli affollati cimiteri di guerra sparsi nel nostro Paese; che la nascita della Repubblica e la promulgazione della Costituzione furono il risultato di compromessi; che l’Italia uscì da una guerra scellerata sconfitta e in rovina, moralmente e materialmente, e che ciò ha inciso non poco su ciò che siamo diventati.
Quelli sono fatti documentati: non si tratta di revisionismo, ma di completezza. Senza onestà intellettuale, ogni celebrazione rischia di ridursi a un rito vuoto, che finisce per fare comodo, in particolare, alla politica.
Il caso del 2 giugno è emblematico. Il referendum del 1946 rappresentò un passaggio storico di straordinaria presa di coscienza collettiva: per la prima volta uomini e donne insieme scelsero il futuro istituzionale del Paese, una repubblica democratica al posto di una monarchia che, avallando una dittatura e una guerra, aveva condotto alla catastrofe. Da sudditi a cittadini responsabili del proprio destino.
È legittimo chiedersi se una parata militare sia il modo più giusto e coerente per ricordare quella scelta civile e politica. Se la risposta è no, allora occorre cambiare.
Ancora più controverso e criticabile è il Giorno della Memoria. Qui il problema non è solo la retorica, ma la contraddizione: si commemorano le vittime della Shoah, ma si continua a sottovalutare la necessità di contrastare con decisione pregiudizi, ostilità e aggressioni in aumento, che colpiscono i 25.000 cittadini italiani di religione ebraica.
Il richiamo alla memoria di un immane abominio, se non è accompagnato da azioni coerenti nel presente, è pura ipocrisia.
Non merita particolare menzione la Festa del Lavoro del Primo maggio, ricorrenza internazionale che ha una sua peculiare valenza, da noi divenuta un evento di spettacolo soprattutto musicale e televisivo, durante il quale si celebra un rituale che ha risvolti ideali e politici ben identificati senza infingimenti, pur fra le polemiche che ne derivano.
Le festività religiose rispondono a una logica diversa; le ricorrenze civili, invece, dovrebbero avere un obiettivo chiaro: rafforzare il senso di appartenenza e la fiducia nelle istituzioni. Se producono l’effetto opposto, è segno che qualcosa non funziona.
Per questo la questione non è abolire o conservare, ma ripensare. Servirebbe meno ritualità e più contenuto: meno celebrazione e più conoscenza; meno parole d’ordine, meno attualizzazione forzata a fini politici, e più rispetto del contesto storico.
Una possibile via è semplice: riportare queste giornate alla loro funzione originaria. Nelle scuole, con programmi più rigorosi e plurali; nello spazio pubblico, con iniziative sobrie e documentate; nelle istituzioni, con un linguaggio finalmente meno celebrativo e più didascalico.
Solo così ricorrenze fondamentali per la nostra storia potrebbero tornare a essere ciò per cui furono concepite: non occasioni di scontro, ma strumenti di consapevolezza il più possibile condivisa.
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