Italia: politica, istituzioni e società

L’Italia che sta con Hamas. Gli apologeti del 7 ottobre

Non è l’Italia conformista e ipocrita che manifesta"per i civili palestinesi", né quella che critica duramente il governo Netanyahu. È l’Italia che, nei giorni dell’anniversario del massacro, chiama il 7 ottobre “resistenza”, riduce la strage dei civili israeliani a una serie di “episodi marginali”, brucia la

L’Italia che sta con Hamas. Gli apologeti del 7 ottobre
Filippo PipernoFilippo Piperno09/10/2026Aggiornato 17/10/20265 min lettura966 parole

«In tutte le azioni di resistenza e di guerra ci possono essere stati episodi marginali sbagliati o che hanno prodotto effetti sbagliati». È una frase pronunciata la sera del 7 ottobre in un’aula dell’Università di Bologna, davanti a centinaia di persone, per descrivere il massacro di tre anni fa.

L’incontro non era stato autorizzato dall’Ateneo, ma si è svolto ugualmente. I Giovani Palestinesi hanno presentato il 7 ottobre 2023 come «un’importante azione della resistenza palestinese». Un loro esponente lo ha paragonato all’attentato partigiano di via Rasella. Il paragone con la Resistenza italiana è stato accolto dagli applausi.

Poco dopo, lo stesso criterio è stato formulato senza eufemismi: «In Palestina non ci sono civili israeliani. Chiunque decida di restare in quella terra occupata non può essere considerato un civile».

Non è un dettaglio linguistico. Chiamare «episodi marginali» le famiglie uccise nei kibbutz e i ragazzi del Nova significa assumere il principio sul quale Hamas ha costruito il massacro: ogni israeliano è un colono, ogni colono è un combattente, dunque ogni uomo, donna, anziano o bambino diventa un bersaglio legittimo. Prima si declassa la vittima a effetto collaterale, poi diventa più semplice ammazzare la gente.

La stessa sera, al Campus Einaudi di Torino, circa duecento persone hanno partecipato all’incontro «Tre anni di genocidio, tre anni di resistenza». Anche in questo caso l’Università aveva precisato che non era stata presentata né concessa alcuna autorizzazione e la rettrice aveva definito provocatoria la scelta della data. L’incontro si è tenuto lo stesso. Dopo l’assemblea è partito un corteo; ANSA riferisce del lancio di alcuni oggetti e di una torcia da segnalazione verso gli agenti, ai quali la polizia ha risposto usando l’idrante.

A Bologna e Torino le università hanno salvato formalmente la propria rispettabilità dichiarando gli eventi «non autorizzati». Ma un divieto che non impedisce nulla è soltanto una formula burocratica. I promotori hanno avuto le aule, il pubblico e l’autorità simbolica dell’istituzione. Agli atenei è rimasto il comunicato con cui spiegare di non essere responsabili di ciò che avveniva dentro i loro edifici.

A Roma, alla vigilia del 7 ottobre, alcuni studenti del liceo Cavour hanno steso nel cortile una bandiera israeliana e vi hanno acceso sopra alcuni fumogeni, bruciandola almeno in parte. Laura Teresi, rappresentante d’istituto e militante di Osa, ha rivendicato apertamente di avere «bruciato una bandiera israeliana» contro il disegno di legge sull’antisemitismo.

Il dirigente scolastico ha avviato procedimenti disciplinari contro due studenti minorenni. La risposta è stata l’occupazione della scuola e la sospensione delle lezioni. Le rivendicazioni comprendevano anche edilizia scolastica, spese militari e politiche del ministro Valditara: sarebbe scorretto ridurre l’intera mobilitazione alla Palestina. Ma resta il fatto politico dal quale è partita l’escalation: incendiare il simbolo dello Stato colpito il 7 ottobre e trasformare la reazione disciplinare in una ragione per occupare l’istituto.

Poi c’è Reggio Emilia, dove l’ostilità non si è rivolta contro una bandiera o un’ambasciata, ma contro persone in carne e ossa.

Un centinaio di manifestanti si è raccolto davanti al Centro internazionale Loris Malaguzzi per chiedere l’annullamento della visita di insegnanti provenienti in gran parte da scuole ebraiche statunitensi e, in parte, da Israele. Lo slogan era «Fuori il sionismo dalle scuole». La Cgil provinciale aveva chiesto di annullare la visita «al di là del merito e dei contenuti della partnership».

Alcune associazioni hanno accusato le scuole di appartenenza di promuovere incontri tra bambini e reparti militari, ma nessuna accusa riguardava una condotta personale dei singoli educatori. Il criterio di esclusione finiva così per essere l’appartenenza a quelle istituzioni, non una responsabilità individuale accertata.

Reggio Children ha chiesto al gruppo una presa di distanza esplicita dalle politiche del governo Netanyahu, con la referente del network a fare da garante, e a ciascun partecipante un impegno personale contro la guerra e la violenza. Il gruppo delle scuole ebraiche americane ha infine rinviato il viaggio; verranno soltanto venticinque educatori israeliani. Nessuno è stato formalmente espulso, ma la pressione ha ottenuto quasi il medesimo risultato.

È questo forse il passaggio più amaro. A un insegnante ebreo americano non viene più chiesto che cosa insegni, ma che cosa pensi di Israele. Per partecipare a una visita pedagogica deve esibire una dichiarazione politica, prendere le distanze, farsi garantire da qualcuno. La responsabilità torna a essere collettiva, salvo possibilità di abiura individuale.

A Lecco, per ragioni di ordine pubblico, la Questura ha vietato il presidio e il corteo convocati il 7 ottobre dal movimento Lecco Antisionista. Anpi e organizzatori hanno contestato la decisione, e il diritto di manifestare resta naturalmente un principio da difendere anche quando le idee espresse risultano sgradevoli. La stessa Anpi lecchese, però, ha ha avuto”la bontà” di riconoscere che il 7 ottobre non è la data più limpida per sostenere la causa palestinese. Non può essere considerata neutrale la scelta di occupare proprio l’anniversario del massacro per rovesciarne il significato.

Il 10 ottobre la mobilitazione proseguirà in diverse città italiane sotto lo slogan «La fine del genocidio è la fine del sionismo». L’appello, firmato da UDAP, Giovani Palestinesi d’Italia, Associazione dei Palestinesi in Italia e Movimento studenti palestinesi, annuncia solidarietà ai popoli che «resistono» alle aggressioni sioniste in Yemen, Libano, Siria, Iraq e Iran. Anche qui non esiste la prova di una regia occulta: è una campagna politica pubblica, coordinata e rivendicata.

Esiste anche quest’Italia. È quella che chiama «resistenza» la caccia ai civili, paragona Hamas ai partigiani, brucia la bandiera israeliana e sottopone gli ebrei a un esame politico prima di considerarli ospiti accettabili. Non ha bisogno di ricevere ordini da Gaza, né di esibire la bandiera verde dell’organizzazione: le basta adottarne la premessa morale, quella secondo cui di fronte a Israele non esistono innocenti.

Hamas non ha conquistato l’Italia. Ha ottenuto qualcosa di più sottile: che una parte dell’Italia imparasse a parlare la sua lingua senza provare alcuna vergogna.

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