Italia: politica, istituzioni e società

L’Italia non è tornata al fascismo ma si sta avvicinando al biennio che lo precedette

Crisi di rappresentanza, violenza normalizzata e ceto medio impoverito: il parallelo con il biennio prefascista riguarda il contesto italiano. Per difendere la democrazia serve una politica capace di governare il disagio, oltre gli allarmi rituali.

Una figura con borsa da lavoro osserva una piazza italiana segnata da disordini. Uno strappo nella carta rivela un’immagine di squadristi degli anni Venti.
Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea20/10/2026Aggiornato 19/10/20267 min lettura1.417 parole

Da quattro anni, con cadenza quasi rituale, una parte del dibattito pubblico italiano annuncia il ritorno del fascismo. Lo fa ogni volta che un governo di centrodestra prende una misura contestata, ogni volta che una piazza viene caricata dalla polizia, ogni volta che una legge tocca i diritti civili o le libertà di manifestazione. Il fascismo è tornato, o sta tornando, o è alle porte. L’avvertimento si ripete con tale frequenza da essersi svuotato di contenuto: quando tutto è fascismo, niente lo è davvero.

Questa analisi non serve a tranquillizzare. Serve a essere precisi. Perché il rischio che l’Italia corre in questo momento non è il ritorno del fascismo come regime storico. È la riproduzione delle condizioni che resero possibile quel regime.

Il biennio che precedette la marcia su Roma non fu caratterizzato dall’autoritarismo di uno Stato forte. Fu caratterizzato dalla debolezza di uno Stato che non riusciva a governare la conflittualità sociale, da una classe politica che non sapeva costruire consenso, da una violenza di piazza che si normalizzava progressivamente, da istituzioni che perdevano legittimità senza che nessuno le difendesse con convinzione.

Alcune di queste condizioni stanno tornando. Non tutte. Non nella stessa forma. Ma abbastanza da meritare un’analisi rigorosa invece di un allarme generico.

Il biennio che aprì la strada

Il biennio rosso del 1919-1920 fu un periodo di conflittualità sociale senza precedenti nell’Italia del dopoguerra. Più di un milione di lavoratori industriali coinvolti in scioperi nel 1919, tre volte il dato del 1913. Occupazioni delle fabbriche al Nord, Fiat a Torino, Ansaldo a Genova. Marce contadine e occupazioni delle terre al Sud.

Una tensione accumulata che aveva radici precise: l’inflazione del dopoguerra, la disoccupazione, la “vittoria mutilata” che aveva deluso le aspettative di chi era tornato dalla guerra, la crisi dei partiti liberali tradizionali che non sapevano più rappresentare un paese profondamente cambiato.

Il biennio rosso non produsse la rivoluzione. Produsse la paura della rivoluzione, che fu più potente della rivoluzione stessa. La borghesia, i proprietari terrieri, il ceto medio che aveva combattuto la guerra si spaventarono. Cercarono protezione. La trovarono in un movimento che prometteva ordine, che non aveva scrupoli nell’usare la violenza contro i “sovversivi”, che sapeva riempire il vuoto lasciato da istituzioni troppo deboli per gestire la conflittualità. Il fascismo non prese il potere contro uno Stato forte: prese il potere perché lo Stato era diventato troppo debole per resistere.

Il biennio nero del 1921-1922 fu la conseguenza diretta. Lo squadrismo fascista incendiava le camere del lavoro, aggrediva i militanti socialisti, distruggeva le cooperative rosse. Lo faceva con la tacita complicità di apparati dello Stato. La violenza non era clandestina: era esibita, rivendicata, funzionale. Serviva a dimostrare che il fascismo poteva fare quello che lo Stato liberale non riusciva a fare: controllare le piazze.

Le somiglianze che contano

Nessuna analogia storica è perfetta. L’Italia del 2026 non è l’Italia del 1921: ha istituzioni repubblicane consolidate, una Corte costituzionale, una stampa libera, un sistema di garanzie che nel primo dopoguerra non esisteva. Chiunque sostenga che il governo attuale sia assimilabile al fascismo storico fa propaganda, non analisi. La tesi è ridicola sul piano storico e controproducente sul piano politico: svuota la categoria di significato proprio quando servirebbe tenerla precisa.

Detto questo, alcune delle condizioni strutturali che resero possibile l’ascesa del fascismo mostrano somiglianze con il presente che sarebbe disonesto ignorare.

La prima è la crisi di rappresentanza. Nel 1919 i vecchi partiti liberali crollarono di fronte all’irruzione delle masse nella politica di massa: non sapevano più parlare a un paese trasformato dalla guerra e dall’industrializzazione. Oggi la crisi di rappresentanza ha forme diverse ma una struttura analoga: partiti che parlano a sé stessi, un’astensione elettorale che in alcune elezioni supera il 40%, una distanza crescente tra il paese legale e il paese reale.

Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes descrive un paese che affronta “una costellazione di crisi” che non sono emergenze da rattoppare ma “nodi che rischiano di stringersi in modo irreversibile”: crisi della rappresentanza, erosione della democrazia, ritiro dell’individuo dalla sfera pubblica.

La seconda è la normalizzazione della violenza di piazza. Nel biennio rosso la violenza era diffusa su entrambi i fronti: leghe rosse e squadre fasciste si scontravano in una guerra civile a bassa intensità che erodeva progressivamente la legittimità delle istituzioni. Il biennio nero aggravò questa dinamica: lo squadrismo operava con la tacita complicità di apparati dello Stato, riempiendo il vuoto che le istituzioni non sapevano colmare.

Oggi la violenza nelle piazze italiane non ha quella intensità né quella sistematicità. Ma la sua normalizzazione progressiva, il fatto che ogni manifestazione che degenera venga assorbita nel ciclo mediatico senza produrre conseguenze politiche reali, crea un precedente culturale pericoloso. Una società che si abitua alla violenza come strumento di comunicazione politica abbassa la propria soglia di tolleranza verso chi la usa con maggiore efficienza.

La terza è la debolezza strutturale dell’opposizione. Nel 1921 il Partito socialista era lacerato tra massimalisti e riformisti, incapace di costruire un’alternativa credibile, più interessato alla purezza ideologica che alla difesa delle istituzioni. L’opposizione parlamentare di oggi non è quella di allora. Ma la sua incapacità di costruire un’alternativa coerente, di tradurre il disagio sociale in proposta politica, di parlare a chi non la vota già, riproduce una dinamica strutturalmente simile: un campo che si riconosce nell’antifascismo come identità e che fatica a trasformarlo in programma di governo.

A queste tre condizioni se ne aggiungono altre due, più recenti e più specifiche del momento presente. Il ceto medio italiano del 2026 è sotto una pressione strutturale che i dati descrivono con precisione. Secondo il Rapporto Istat 2026, il 16% delle famiglie appartenenti al ceto medio arriva con difficoltà alla fine del mese, con salari fermi e potere d’acquisto eroso.

Per i trentenni e quarantenni provenienti da famiglie della classe media, il rischio di scivolare verso lavori a più bassa qualificazione è molto maggiore della probabilità di salire nella scala sociale. Laurea e diploma non proteggono più dalla discesa di classe.

Nel biennio prefascista fu proprio il ceto medio impoverito e spaventato a costituire la base sociale del fascismo. Un ceto medio che si impoverisce e vede i propri figli scendere invece di salire è un ceto medio che si aliena dalle istituzioni. La democrazia liberale ha bisogno di un ceto medio stabile per funzionare: non in senso ideologico, ma strutturale. Quando si erode, si erode anche quella base.

Accanto a questo, una condizione più sottile: la progressiva normalizzazione di posizioni incompatibili con i valori fondanti della democrazia liberale, spesso travestita da altra causa. Il segnale più preciso di questa deriva non è la violenza nelle piazze. È l’idolatria, anche inconsapevole, per sistemi politici che della democrazia liberale sono la negazione.

Chi sventola la bandiera della Corea del Nord in una piazza italiana che protesta per i diritti non sta facendo un errore di comunicazione: sta mostrando un’allergia per la democrazia che non sa nominare come tale. Chi giustifica le politiche di Putin in nome dell’antimperialismo, chi sostiene Hamas in nome della causa palestinese senza interrogarsi sui valori politici di Hamas, sta compiendo la stessa operazione: sostituire i valori della democrazia liberale con qualsiasi cosa sembri sfidare l’Occidente, indipendentemente da cosa quella cosa produca per chi ci vive dentro.

È la logica per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Nel biennio prefascista questa logica portò settori del movimento operaio a sottovalutare il fascismo finché non fu troppo tardi. Oggi porta settori della sinistra radicale a solidarizzare con regimi autoritari perché nemici degli Stati Uniti o di Israele.

La democrazia liberale è un sistema di regole che protegge i deboli dai forti. Chi la erode dall’interno, anche inconsapevolmente, non sta combattendo il potere. Sta rimuovendo la protezione più efficace che i deboli abbiano mai avuto.

Quello che somiglia davvero al biennio

Quello che somiglia al biennio prefascista non è il governo. È il contesto. La combinazione di crisi economica strutturale, conflittualità sociale crescente, crisi di rappresentanza e violenza di piazza che si normalizza progressivamente: queste condizioni non producono automaticamente il fascismo. Ma sono le condizioni dentro cui il fascismo storico è diventato possibile.

Quella paura oggi si sta formando. Le immagini di piazza Duomo evacuata, della libreria Feltrinelli saccheggiata, del municipio di Limoges ridotto a macerie la alimentano. La produce chi devasta e chi non isola chi devasta. E chi la alimenta senza saperlo prepara il terreno per chi saprà raccoglierla.

Quelle condizioni si governano con la politica, con la costruzione di consenso, con la capacità di rispondere al disagio sociale prima che qualcun altro lo faccia. Con l’antifascismo come pratica, non come identità.

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