Antisemitismo
L’ostilità verso gli ebrei: in Italia quanti la condividono, quanti tacciono?
Un sondaggio aiuterebbe a capire quali sentimenti nutrano gli italiani verso gli ebrei e quanto il clima percepito rispecchi davvero l’opinione pubblica. Distinguere la critica a Israele dalla negazione del suo diritto a esistere e dall’ostilità verso gli ebrei italiani è necessario per valutare il peso

A questo punto sarebbe utile, anzi necessario, un sondaggio sul reale sentimento degli italiani nei confronti degli ebrei.
Lo suggeriscono una serie di episodi recenti: le divisioni del “campo largo” sul DDL sull’antisemitismo, le reazioni alla proiezione del documentario Naza, le manifestazioni di migliaia di filopalestinesi, la rinuncia di un gruppo di educatori ebrei a una visita di studio a Reggio Emilia, dopo le polemiche sulle loro presunte vicinanze all’esercito israeliano e la richiesta di aderire a una dichiarazione di valori contro la guerra e il genocidio.
E, da ultimo, l’acceso confronto su La7 tra il conduttore di Piazzapulita, Corrado Formigli, Francesco Giubilei e Luigi Marattin, sulla notizia, causa di controversia, dei bambini israeliani bruciati durante il massacro del 7 ottobre 2023.
Un sondaggio sarebbe necessario per capire se sia autentica la sensazione di una maggioranza schiacciante filopalestinese o se, invece, l’attivismo di una parte significativa dei media e dei social non stia distorcendo la percezione dell’opinione pubblica, attraverso un’informazione sbilanciata che concede pochissimo spazio a posizioni diverse, comprese quelle più equilibrate, che non dividono la realtà in bianco e nero.
Ci sono vari motivi per i quali una conoscenza il più possibile vicina alla realtà sarebbe di grande aiuto per sgombrare il terreno dalle macerie mentali che il 7 ottobre e la conseguente guerra di Gaza stanno lasciando nell’animo delle persone.
Il primo è indurre i media a un atteggiamento più accorto, meno incentrato sul proprio orticello da coltivare e più attento alla complessità dell’opinione pubblica. Non si tratta, naturalmente, di pretendere che l’informazione si adegui al sentimento della maggioranza, ma che non lo rappresenti attraverso il filtro delle proprie convinzioni.
Perché sorge il dubbio che vi sia più attenzione a compattare una parte politica che a scandagliare il più possibile la realtà dei fatti.
Il secondo è aiutare la microscopica minoranza ebraica italiana a sentirsi rassicurata e meno sotto attacco per presunte corresponsabilità in delitti orribili.
Il terzo è convincere le istituzioni dell’opportunità di dichiarazioni pubbliche e interviste sui giornali e nelle televisioni, incisive e non equivoche, sulla cittadinanza di pari diritti e rispetto degli ebrei italiani e sulla loro evidente estraneità alle responsabilità, in tutti i sensi opinabili, di Israele.
Ferma restando qualunque posizione critica nei confronti delle autorità israeliane, sia chiaro, e non dell’intera cittadinanza di quel Paese, che il prossimo 27 ottobre, attraverso il voto democratico, sarà chiamata a giudicare chi ha governato prima e durante la tragica guerra.
Del resto, nessuno sembra confondere Putin con l’intero popolo della Federazione Russa. Perché, allora, quando si parla di Israele, questa distinzione sembra così spesso venir meno? E perché le responsabilità di un governo dovrebbero ricadere anche sugli ebrei della diaspora e quindi su quelli italiani? È una delle domande che andrebbero affrontate in un’eventuale indagine demoscopica.
In una democrazia il popolo è sovrano, quindi, qualunque fosse il risultato, bisognerebbe prenderne atto. Ma nel caso emergesse una maggioranza che condanna il comportamento dello Stato ebraico, sarebbe fondamentale capire se, al contempo, gli nega anche la legittimità ad esistere e quali siano i sentimenti derivanti da tale convinzione nei confronti dei cittadini di origine ebraica.
Nel caso contrario, cioè se emergesse una maggioranza che, pur critica nei confronti di Israele, ne riconosce il diritto a esistere e non coinvolge i propri concittadini ebrei nelle responsabilità del suo governo, il risultato sarebbe certamente rassicurante.
Ma non necessariamente cambierebbe il clima che si respira, perché una minoranza fortemente ideologizzata, molto attiva e capace di occupare lo spazio mediatico, potrebbe continuare a esercitare un’influenza sproporzionata rispetto alla propria consistenza numerica.
Ecco perché sarebbe interessante conoscere non soltanto la distribuzione delle opinioni, ma anche la loro intensità. Una maggioranza silenziosa e moderata può risultare assai meno visibile di una minoranza rumorosa e determinata.
E per una comunità piccola come quella ebraica italiana, anche l’ostilità di una minoranza può essere sufficiente a creare un clima di insicurezza, se non di vero timore.
In questi tempi così difficili, i più complessi e carichi di rischi dal 1945, un po’ di chiarezza su questo argomento, come del resto sul conflitto russo-ucraino, sarebbe assolutamente auspicabile, anche in vista delle prossime elezioni.
Non si tratta soltanto di conoscere meglio gli orientamenti degli italiani, ma di capire quanto il dibattito politico sia ancora capace di distinguere tra fatti, responsabilità e appartenenze, senza trasformare ogni questione internazionale in uno strumento di contrapposizione interna.
La collocazione internazionale dell’Italia non è un problema qualsiasi: è il problema. Su Ucraina e Israele si gioca una partita dirimente, che riguarda non soltanto le nostre alleanze, ma la credibilità e il ruolo futuro del Paese.
E quello che sta avvenendo nei due schieramenti che si contenderanno la possibilità di governare, guardando il proprio ombelico, è desolante.
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