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L’Ucraina non è un “pezzo di terra” e la resa non è pace
Ridurre l’invasione russa a una contesa sul Donbass trasforma territori, persone e libertà in una questione catastale. La resa imposta a Kyiv non coincide con la pace: premia l’aggressione e indebolisce l’ordine di sicurezza dal quale dipendono anche la prosperità e la libertà europee. L’Ucraina non

In una vignetta pubblicata su X dal fumettista e illustratore Mario Improta, in arte Marione, due uomini avanzano tra le rovine di una città. Uno dice: «Beh, almeno non ha vinto Putin…». L’altro lo liquida: «Sei un coglione…».
A corredo, l’autore scrive che «un pezzo di terra conteso» non vale la vita di milioni di persone, che non gli importa se il Donbass sia russo o ucraino, perché «sono affari loro», e che continuare a sostenere una delle due parti, conoscendo la storia dello scontro, sarebbe da «imbecilli conclamati».
Non conoscevo Improta prima di imbattermi in questo post. Non mi interessa stabilire quali siano nel dettaglio le sue idee. Ripeto: non lo conosco e non voglio attribuirgli alcun tipo di intenzione.
Trovo interessanti quelle righe per un’altra ragione: raccolgono alcuni argomenti nei quali cavalli di battaglia della propaganda russa, pacifismo della resa e senso comune disinformato convergono e si intrecciano.
Sono, insomma, una summa della «chiacchiera» popolare sull’Ucraina che circola non solo tra chi esprime apertamente simpatie per Putin, ma anche tra comuni cittadini politicamente agnostici, che vogliono soltanto stare tranquilli e fare il pieno all’auto senza tremare.

Il primo errore è già nell’espressione «un pezzo di terra». L’Ucraina orientale non è un appezzamento sul quale due proprietari litigano per stabilire dove passi il confine. Un territorio, quando si parla di Stati, significa come minimo popolazione e libertà politiche.
Dire che non importa se il Donbass sia russo o ucraino significa dire che non importa chi eserciti la sovranità su chi vi abita e secondo quali leggi. Per ridurre il costo morale della conquista, si cancella dal territorio tutto ciò che lo rende rilevante dal punto di vista umano.
Naturalmente, per togliersi dall’impaccio, si può accettare supinamente l’idea che i russofoni di quei territori appartengano di diritto a Mosca, come fossero capi di bestiame, e che siano stati sequestrati da Kyiv contro la loro volontà. Non è vero, ma è la versione moralmente più comoda e quindi, in molti, trionfa la volontà di credervi.
Ovviamente, il Donbass ha una storia complessa. Esistono sacche separatiste, ma sono state usate da Putin come leva archimedea per rivendicazioni territoriali prive di qualsiasi giustificazione.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato che le aree separatiste dell’Ucraina orientale furono, dall’11 maggio 2014, sotto il controllo effettivo della Federazione Russa, grazie alla presenza militare e al sostegno ai separatisti. La complessità serve a distinguere le responsabilità, non a dissolverle.
C’è poi un dato che rende falsa questa rappresentazione, tagliando la testa al toro. La guerra non è una contesa locale sul Donbass. Il 24 febbraio 2022 le forze russe attaccarono l’Ucraina da più direttrici, puntando anche su Kyiv.
Già prima dell’invasione Putin aveva messo in discussione la consistenza storica della nazione ucraina, sostenendo che russi e ucraini fossero «un solo popolo» e riconducendo l’Ucraina moderna a una costruzione sovietica.
Ridurre tutto al Donbass significa riscrivere a posteriori gli obiettivi politici e militari di Mosca. Putin ha invaso l’Ucraina per un progetto animato da un revanscismo imperiale che ha nei valori della liberaldemocrazia europea il proprio obiettivo polemico esplicito.
Il secondo errore riguarda il concetto di «pace». Nel discorso riportato, chi sostiene la resistenza ucraina diventa qualcuno che «vuole la guerra», mentre chi invita l’aggredito a cedere si attribuisce il monopolio della pace.
Ma cessare di combattere e ottenere la pace non sono la stessa cosa. Se l’aggressore conserva ciò che ha conquistato perché il costo della resistenza è diventato troppo alto, la violenza non viene negata: viene premiata.
Il principio secondo cui i confini non possono essere modificati con la forza è una condizione della sicurezza internazionale. Questo non significa sostenere che ogni metro di territorio debba essere riconquistato a qualunque prezzo. Potranno essere gli stessi ucraini a ritenere necessario un compromesso.
Ma un compromesso scelto da chi subisce la guerra non equivale a una resa prescritta dall’esterno, da chi decide che quel territorio «non vale» abbastanza.
Da qui si arriva alla frase forse più rivelatrice: «Sono affari loro e non riguardano me o l’Italia». Qui si giunge al punto che la classe politica italiana, se fosse stata responsabile, avrebbe dovuto spiegare meglio ai cittadini.
L’Europa che conosciamo è prospera e libera anche perché ha vissuto dentro un ordine di sicurezza nel quale l’aggressione territoriale fra Stati era stata resa eccezionale e costosa. Se quel principio viene meno sul fianco orientale, il costo della deterrenza aumenta e, con esso, crescono il fabbisogno per la difesa e, probabilmente, la dipendenza dagli Stati Uniti, che purtroppo non sono più i partner affidabili di una volta.
Non a caso, il Consiglio europeo ha definito la guerra russa una «sfida esistenziale» per l’Unione il 16 giugno 2026. La sicurezza dell’Ucraina è connessa a quella euro-atlantica.
Sul piano ideale, il primo argomento per sostenere l’Ucraina resta il diritto di un popolo a non essere assoggettato da uno Stato vicino. Sul piano materiale, sarebbe ingenuo fingere che il suo destino non abbia conseguenze per noi.
Questo è ciò che il cittadino comune non capisce perché non gli è stato spiegato. Un’Europa incapace di contribuire alla propria difesa e persuasa che ogni aggressione oltre i propri confini sia «affare altrui» non resterebbe indefinitamente ricca, aperta e libera.
La prosperità e la libertà hanno condizioni politico-militari che il cittadino comune italiano ed europeo ha avuto il lusso di poter ignorare per decenni, proprio perché il sistema era sostanzialmente stabile. Ora le cose sono cambiate, ma soltanto pochi vogliono assumersi l’onere di dirlo.
Così il signor Mario Rossi non percepisce il pericolo: crede che, nel medio-lungo periodo, il destino di Kyiv non avrà alcuna ripercussione sulla sua esistenza.
Anche per questo è incline a dare credito a quanti descrivono il conflitto come uno scontro tra il blocco atlantico e la Russia combattuto per il tramite della povera Ucraina, che sarebbe mossa come una marionetta da poteri occulti.
In tale quadro falsante, tra l’altro, Kyiv non è più la vittima di Putin, ma anzitutto la massa sacrificabile nei disegni della perfida Europa guerrafondaia. Si tratta di un totale capovolgimento della situazione che trova il proprio propellente nell’incomprensione del pericolo appena descritta.
Resta l’argomento contro quelli «pronti alla guerra, ma soltanto dal divano». È una battuta retoricamente efficace, ma logicamente povera.
Un cittadino può ritenere giusto aiutare militarmente un Paese aggredito senza essere tenuto ad arruolarsi: politica estera e difesa esistono proprio perché le società organizzano collettivamente responsabilità che non si misurano attraverso prove individuali di coraggio.
Se formule del genere hanno avuto tanta fortuna, una responsabilità appartiene ancora al nostro ceto politico, che troppo spesso si è limitato a ripetere che «siamo con l’Ucraina» senza spiegare che cosa vi fosse in gioco per gli ucraini e per noi.
Ha lasciato così campo libero a una falsa alternativa: da una parte la pace immediata, quale che ne sia il contenuto; dall’altra una guerra voluta da governanti irresponsabili e combattuta per procura.
La vignetta mostra delle macerie e domanda implicitamente: ne valeva la pena? Ma la domanda contiene già la risposta che vuole ottenere, perché fa scomparire chi ha contribuito a produrre quelle macerie.
Se una città viene distrutta durante un’invasione, non si può imputare la distruzione anzitutto a chi non ha consegnato le chiavi. La pace è un bene troppo serio per essere confusa con l’assenza di resistenza. E l’Ucraina, soprattutto, non è un pezzo di terra.
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