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Moni Ovadia o dell’anatomia dell’odiatore di sé
L'odio di sé ebraico non è una semplice patologia identitaria: riproduce stereotipi e funzioni dell'antisemitismo, offrendo al pregiudizio una legittimazione"dall'interno". Dalla caricatura teatrale alla militanza antisionista, Moni Ovadia incarna in Italia la figura dell'ebreo che delegittima Israele e contrappone gli ebrei"buoni", innocui e universalisti, a quelli

Premetto che scrivo sommariamente e sotto dettatura di un mio personale pregiudizio: non amo Moni Ovadia e non amo il disagio che egli mi procura. L’ho poco apprezzato come attore e ancora meno come autore e regista.
L’ho trovato difficilmente credibile nella parte dell’intellettuale: Capitan Fracassa non può assumere le sembianze di Spinoza.
Soprattutto, a mio parere, alcune prese di posizione di Ovadia riproducono argomenti e meccanismi propri dell’antisemitismo. Perché l’odio di sé ebraico non è una patologia neutra dell’identità, ma una variante interna dell’antisemitismo.
Ne riproduce gli stereotipi, il lessico e soprattutto le funzioni: delegittimare, isolare, attribuire all’ebreo una colpa collettiva. La differenza rispetto all’antisemitismo esterno riguarda il locutore, non il contenuto.
Proprio per questo l’enunciato dell’ebreo antisemita ha un valore d’uso specifico: viene esibito come testimonianza”dall’interno” e conferisce all’antisemitismo una legittimazione che da solo non avrebbe.
Il termine jüdischer Selbsthaß compare prima che Theodor Lessing ufficialmente lo”inventasse” in Der jüdische Selbsthaß (1930): Paul Reitter lo fa risalire all’aspra ironia di Anton Kuh in Juden und Deutsche (1921).
Nelle prime occorrenze, l’odio di sé ebraico è frainteso, scambiato per una postura morale ambigua ma redentiva: l’autocritica viene intesa come lucidità morale e non come slittamento verso un senso patologico.
Lessing, in Der jüdische Selbsthaß (1930), prende in esame sei casi: Paul Rée, Otto Weininger, Arthur Trebitsch, Max Steiner, Walter Calé, Maximilian Harden.
La chiave è insieme psicologica e metafisica: l’odio di sé è inteso come una coscienza che assume su di sé la colpa di una condizione storica imposta.
Kurt Lewin, in Self-Hatred Among Jews (1941), sposta invece l’analisi sulla dinamica di gruppo. L’odio di sé nasce ai margini, nell’individuo che non riesce ad attraversare il confine con la maggioranza e attribuisce al gruppo d’origine la colpa dell’esclusione.
Jewish Self-Hatred (1986) di Sander Gilman resta, nel nostro caso, il testo di riferimento. Nella sua disamina il baricentro è il linguaggio: l’assimilato interiorizza lo stereotipo del Mauscheln – un vecchio insulto antiebraico nato nel XVII secolo, che indica il parlare tedesco”alla giudaica”, con inflessione e lessico yiddish, e per estensione il traffichino, l’individuo di malaffare – e lo proietta sull’Ostjude.
A proposito di tale separazione tra Westjuden e Ostjuden, credo sia importante leggere un testo di Steven E. Aschheim come Brothers and Strangers (1982).
Come sostiene Gilman, l’odiatore di sé non inventa nulla. Adotta il discorso antisemita già disponibile e lo rivolge verso l’interno.
È questo che rende la categoria strutturalmente antisemita e non soltanto psicologica. Nel dibattito contemporaneo David Hirsh analizza la formula retorica”as a Jew” come scudo che rende inattaccabile un enunciato.
A questa categoria appartiene, a mio avviso, l’incerta cultura con cui Ovadia riveste un’ostilità che, dichiarandosi rivolta al Sionismo e alla fondazione di Israele, finisce per investire gli ebrei stessi.
Ai miei occhi, Ovadia sembra spingersi ogni volta più in là per conservare l’applauso di un pubblico che lo ascolta soprattutto quando attacca Israele.
Ovadia non richiama figure repellenti ma di perversa sostanza culturale, come quella di Yehosúa ben Yosef ha-Lorki, che, convertitosi al cristianesimo con il nome di Hieronymus de Sancta Fide, entrò alla corte dell’antipapa Benedetto XIII e scrisse i trattati antiebraici Ad convincendum perfidiam Iudaeorum e De Iudaicis erroribus ex Talmut.
Né si può proporre un parallelo culturale fra lo stesso Ovadia e Marx o Otto Weininger o un assimilazionista ossesso come Karl Kraus. No, Ovadia non possiede quella stoffa.
Egli unisce i tratti di due tipologie: come l’assimilato fin-de-siècle, proietta l’immagine stigmatizzata sull’Ostjude; come il convertito medievale, spende la propria ebraicità come testimonianza a carico degli ebrei.
Per i convertiti medievali l’etichetta psicologica è anacronistica: si trattava di apostasia militante con funzione istituzionale. Il nucleo moderno del fenomeno degli assimilati sofferenti di disprezzo verso sé stessi è la seconda tipologia, in cui la patologia è documentabile nei testi stessi.
Ad essa appartiene quel”non-Jewish Jew” studiato da Isaac Deutscher (The Non-Jewish Jew and Other Essays, 1968), da Spinoza a Freud, che trascende l’ebraismo verso l’universalismo senza odiarlo.
Ovadia rivendica proprio questa genealogia universalista, ma in modo artato, ché il”non-Jewish Jew” non mette in scena l’ebreo come macchietta né usa l’universalismo per delegittimare gli ebrei viventi.
L’odiatore di sé opera per identificazione con l’aggressore e per scissione. Il primo concetto appartiene a Sándor Ferenczi (Diario Clinico, 1932), sistematizzato poi da Anna Freud in Das Ich und die Abwehrmechanismen (1936).
La scissione espelle la parte stigmatizzata del sé su un sottogruppo, l’Ostjude o l’ebreo religioso, e salva un sé idealizzato conforme allo sguardo maggioritario.
Come descritto da Sartre (Réflexions sur la question juive, 1946), il Juif inauthentique vive sé stesso attraverso lo sguardo dell’antisemita.
Hannah Arendt, in Rahel Varnhagen e negli scritti su Bernard Lazare, oppone il parvenu, che compra l’accettazione con la negazione, al paria consapevole. A mio avviso, questa distinzione offre una chiave per leggere anche Ovadia.
Se poi si opera una comparazione con altre minoranze, la categoria assume le vesti di un’anatomia e non di una storia locale, che si tratti della double consciousness descritta da W.E.B. Du Bois in The Souls of Black Folk (1903); dell’epidermizzazione dell’inferiorità studiata da Frantz Fanon in Peau noire, masques blancs (1952); del rifiuto di sé come effetto della dominazione esaminato da Albert Memmi in Portrait du colonisé (1957) e Portrait d’un Juif (1962); o della gestione dell’identità deteriorata esposta da Erving Goffman in Stigma (1963).
Tutti modelli che convergono su un punto: il contenuto dell’odio di sé proviene sempre dal discorso del dominante. L’odiatore è un veicolo, non un autore.
Fanon e Goffman aggiungono l’elemento della performance: lo stigma recitato per il pubblico che lo ha prodotto. È esattamente il registro del macchiettistico cabaret yiddish di Ovadia davanti a una platea italiana.
Si potrebbe nutrire il sospetto che in lui si manifesti quell’ebraicissimo esser”bastian contrario” che spesso è sfida lucida nello spaccare il capello in quattro e nel far crollare consolidate certezze.
A ben vedere, invece, sembra prevalere un ego ipervitaminizzato. Perché, nel soddisfare la vanità ferita di chi è spesso sul punto di cadere nell’oblìo, in quanto incapace di suscitare sufficiente interesse con il solo sé stesso, Ovadia non solo lenisce il proprio amor proprio, non solo riafferma la propria esistenza in vita ma, assai più tristemente, mostra di avere un implacabile fiuto, una spregiudicata capacità di sopravvivenza.
Perché Ovadia, a mio avviso, ha capito che l’unico modo oggi concesso a un ebreo di essere almeno apparentemente benvoluto e apprezzato sia una forma di laica apostasia.
Per lungo tempo, nella sua (resistibile) carriera di attore e intellettuale, egli ha contribuito alla conoscenza, largamente imperfetta e macchiettistica, di taluni aspetti di una cultura ebraica forse più folkloristica che talmudica.
Con finto senso di ironia e umiltà, con una recitazione incerta, egli ha reso gli ebrei ridicoli e alquanto patetici ma, per questo,”simpatici” agli occhi di chi magari li criticava o ne diffidava senza neanche sapere come fossero fatti, senza averne mai incontrato uno in carne e ossa.
Sceso dal palcoscenico, per vanità o buona fede o l’esatto opposto, Ovadia ha continuato la sua opera.
Egli ha reso digeribili e appetibili gli ebrei a quel connubio fra aree della Sinistra e della Destra che ha voluto celare il proprio antisemitismo dietro a una cortina fatta di preteso antisionismo, di soi-disant onesta critica alla politica israeliana, di parole chiave come”apartheid” e”genocidio”, di bandiere israeliane bruciate, di indifferenza nei confronti dei civili israeliani uccisi.
Con opinabile astuzia egli separa gli ebrei dagli israeliani, rende gli israeliani – e coloro che con Israele si identificano – degli”ebrei diversi”, forse degli”ebrei peggiori”, degli”ebrei deviati” che nulla hanno certamente a che vedere con gli”ebrei veri”, con gli”ebrei buoni”, che sono ovviamente tutti come Moni Ovadia: ebrei senza grandi difetti e senza grandi qualità, caricature mediocri, ebrei bonari e benigni, timorosi più che timorati, ebrei per certi versi disumani nel loro essere virtuosi, comprensivi, in perenne contemplazione del loro dolore storico.
Ebrei come Moni Ovadia, ovviamente: ebrei che capiscono sempre, che tutto comprendono, che soprattutto rinnegano i propri fratelli che sbagliano.
E non dico che gli ebrei non dovrebbero essere così, che forse debba essere questo il loro vero destino, se non fosse che da secoli si auspicano castighi divini sugli ebrei perché diventino esattamente come gli ebrei che recita Moni Ovadia: ebrei che guardano vilmente dall’alto, ebrei più cristiani di Cristo, ebrei senza grandi passioni umane, ebrei mediocri e innocui, ebrei cui – perversamente – non è concesso di sbagliare, ebrei sempre e comunque, in un caso come nell’altro, spogliati della loro umanità.
Ebrei mediocremente e fiaccamente angelicati e lontani dagli israeliani tutti, descritti come abitanti di uno Stato che”non conosce limiti né confini”.
Certo pensiero viene, si sa, da lontano. Nel Novecento la funzione testimoniale dell’apostata passa dalla Destra alla Sinistra e, negli sviluppi più recenti della teoria politica di Sinistra, il concetto stesso di odio di sé viene disinnescato.
La Sinistra si trova così a produrre il fenomeno e insieme a delegittimare lo strumento critico che lo descrive. È in questo doppio senso che l’odio di sé è stato preso in ostaggio.
La radice del fenomeno è ottocentesca. Zur Judenfrage, La questione ebraica, di Marx (1844) identifica l’ebraismo con lo spirito del traffico; Alphonse Toussenel pubblica Les Juifs, rois de l’époque (1845); Proudhon affida ai suoi taccuini un antisemitismo esplicito.
La definizione dell’antisemitismo come”socialismo degli imbecilli”, attribuita a Bebel ma forse del democratico viennese Ferdinand Kronawetter, testimonia la consapevolezza del problema, non la sua soluzione.
Il nodo teorico è l’assimilazionismo marxista. Per Karl Kautsky (Rasse und Judentum, 1914) l’emancipazione ebraica coincide con la dissoluzione del popolo ebraico; Lenin combatte nel 1903 l’autonomia del Bund.
In questa cornice l’ebreo che rinuncia alla propria particolarità è l’ebreo emancipato e la particolarità ebraica diventa un residuo da superare. L’odio di sé acquista così una codifica ideologica positiva: il rinnegamento vale come progresso.
L’Unione Sovietica trasforma questa codifica in apparato. La Yevsektsiya, le sezioni ebraiche del partito (1918-1930), guida la campagna contro le sinagoghe, l’ebraico e il Sionismo: sono ebrei comunisti a smantellare la vita ebraica.
Nel processo Slánský (Praga, 1952) undici imputati su quattordici sono di origine ebraica e l’atto d’accusa lo sottolinea insieme all’etichetta”sionista”.
Dopo il 1967 la cosiddetta sionologia sovietica si dota di testimoni ebrei. Il Comitato antisionista dell’opinione pubblica sovietica (1983), presieduto dal generale David Dragunsky, ha precisamente la funzione di certificare”dall’interno” la propaganda di Stato.
In Polonia la campagna”antisionista” del marzo 1968 costringe all’emigrazione la maggior parte degli ebrei rimasti. Sul piano internazionale la risoluzione ONU 3379 (1975), che equipara sionismo e razzismo, sarà revocata soltanto nel 1991.
È la stessa struttura della ricezione antisemita classica: la parola dell’ebreo antisionista è valorizzata, l’esistenza ebraica collettiva no.
Già nel 1969 Jean Améry denuncia, in Der ehrbare Antisemitismus, un antisemitismo che si presenta come rispettabile perché antisionista; lo stesso anno Léon Poliakov pubblica De l’antisionisme à l’antisémitisme.
In Italia la guerra del Libano del 1982 segna la cesura: nel giugno un corteo sindacale depone una bara davanti alla Sinagoga di Roma e il 9 ottobre l’attentato palestinese al Tempio uccide il piccolo Stefano Gaj Taché.
È in questo clima che, un decennio più tardi, si forma la figura pubblica di Ovadia.
Nel frattempo, l’immagine dell’ebreo viene sottoposta a due diversi processi. Il primo è la produzione del testimone: il paradigma del colonialismo di insediamento riclassifica Israele come impresa coloniale; la lettura degli ebrei come”bianchi”, sviluppata per il contesto statunitense da Karen Brodkin (How Jews Became White Folks, 1998) e poi generalizzata, colloca gli ebrei dal lato del privilegio nelle gerarchie dell’oppressione.
David Baddiel (Jews Don’t Count, 2021) documenta l’effetto: gli ebrei scompaiono dal perimetro delle minoranze da proteggere.
In questo quadro l’ebreo che ripudia il Sionismo diventa strutturalmente necessario: garantisce che la critica non sia antisemita. David Hirsh descrive la”Livingstone Formulation”, il rovesciamento per cui chi denuncia l’antisemitismo viene accusato di malafede.
Dave Rich (The Left’s Jewish Problem, 2016) ricostruisce il caso britannico, culminato nel rapporto del 2020 della Equality and Human Rights Commission sul Labour Party.
Il secondo processo porta al disinnesco del concetto. Nella letteratura critica recente, da Judith Butler (Parting Ways, 2012) alla Jerusalem Declaration (2021), l’accusa di odio di sé viene ricodificata come dispositivo sionista per silenziare il dissenso.
L’effetto è paradossale: lo strumento analitico viene neutralizzato proprio mentre il fenomeno che descrive raggiunge il massimo grado di istituzionalizzazione.
Moishe Postone (Anti-Semitism and National Socialism, 1980) offre la chiave per comprendere perché questo antisemitismo si percepisca come emancipatorio: l’ebreo vi figura come personificazione dell’astrazione, del capitale e ora dell’impero.
Robert Wistrich (From Ambivalence to Betrayal, 2012) e Pierre-André Taguieff (La nouvelle judéophobie, 2002) hanno ricostruito la lunga durata di questa traiettoria.
Si dovrebbe poter distinguere chi riproduce stereotipi antisemiti, sulla scena o nel discorso politico, da chiunque critichi istituzioni o politiche israeliane.
Ovadia, il cui atteggiamento ricorda quello che il giornalista brasiliano Nelson Rodrigues definiva complexo de vira-lata (complesso del cane randagio), soddisfa il criterio su entrambi i piani.
In scena riproduce l’ebreo comico-patetico dell’immaginario antisemita; nel discorso politico ricorre all’equiparazione tra Israele e nazismo. È questo doppio soddisfacimento a farne un paradigma e non un caso dubbio.
Egli, infatti, è a mio giudizio il paradigma italiano dell’odiatore di sé e lo è su due piani che si rafforzano: il teatro e la militanza politica.
Il teatro viene prima e rende possibile la militanza: costruisce l’autorità”dall’interno” che la militanza poi spende.
Un percorso che Ovadia intraprende dal novembre 2013, quando annuncia l’uscita dalla Comunità ebraica di Milano, che accusa di fare propaganda per il governo israeliano.
Da allora è un crescendo che culmina nel 2025, dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, quando, in occasione dell’Orazione per il Giorno della Memoria alla Provincia di Massa Carrara, davanti a sindaci e scuole, definisce”pienamente legittima” l’azione di Hamas, aggiungendo che eventuali crimini andranno giudicati, e sostiene che 400 civili siano morti per fuoco israeliano.
Nel 2026, in un’intervista all’Unità, definisce Israele”Stato terrorista” e paragona la presunta disumanizzazione dei palestinesi a quella degli ebrei sotto il nazismo.
A proposito del 7 ottobre afferma:”L’atto di rivolta, in quanto tale, era perfettamente lecito”. Riconosce però che durante quell’azione furono commessi crimini, tra cui la presa di ostaggi.
Una distinzione che, a mio giudizio, non regge davanti a quanto accadde quel giorno.
In Oylem Goylem (1992-93) Ovadia recita l’italiano con il fare degli szmonces, le battute comiche con accento yiddish tipiche del cabaret ebraico polacco tra le due guerre.
È significativo che Ovadia, pur provenendo da una famiglia di ascendenza sefardita, abbia costruito larga parte della propria identità teatrale sul repertorio yiddish e askenazita dell’Europa orientale.
Gli stereotipi del ricco ebreo, commerciante avido e avaro, finanziere senza scrupoli, a ben esaminarli, inducono al sospetto.
Per quanto la cornice ufficiale fosse l’autoironia,”antidoto al razzismo”, si fa assai presto a pensare al contesto indicato da Gilman: l’ebreo esibito a un pubblico, in larga parte non ebraico, nella forma comico-patetica che l’antisemita già immagina.
Il sefardita indossa la maschera askenazita e la riduce a macchietta. La scissione Westjude/Ostjude di Aschheim ricompare così con la stessa funzione: l’Ostjude resta il luogo su cui si proietta l’immagine stigmatizzata, in questo caso per il pubblico del teatro italiano.
Ma il witz nasce per la comunità e ne presuppone la complicità: la caricatura messa in scena per lo sguardo esterno ne conserva la forma e ne rovescia la funzione.
L’immagine della propria ebraicità che Ovadia costruisce sul palcoscenico viene esibita come garanzia: è l’argomento della funzione nella sua forma pura.
Il caso è paradigmatico perché mostra la sequenza completa: prima la caricatura dell’ebreo offerta allo sguardo esterno, poi la delegittimazione degli ebrei reali in nome di un presunto ebraismo autentico di cui l’autore si dichiara custode.
Si può inoltre avvertire il peso di un’oikofobia dal ressentiment nicciano di cui Ovadia fa mostra: la caricatura in scena e l’equiparazione Israele-nazismo nel discorso politico non sono opinioni isolate, ma lo stesso meccanismo che egli ormai applica da lungo tempo.
Man mano che il sefardita s’immedesima sempre di più nel parodismo politico e razziale della maschera askenazita, emerge una ricerca del consenso che, talvolta persino divertentemente, sembra richiamare la vanità istrionica e gli scoppi melodrammatici degli attori falliti messi in scena da Kenneth Branagh in Nel bel mezzo di un gelido inverno.
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