Guerra, sicurezza e difesa
NAZA, la risposta delle IDF: “Nessun algoritmo decide gli attacchi”
L’esercito israeliano contesta la ricostruzione del documentario e descrive il processo di selezione dei bersagli: stime sui civili, valutazioni giuridiche e decisioni dei comandanti. La risposta affronta il ruolo di Lavender e dell’intelligenza artificiale, le presunte soglie di vittime autorizzate e le accuse di genocidio, sostenendo

Le IDF hanno pubblicato il 1° ottobre una risposta articolata al film “NAZA”, contestandone la ricostruzione del processo di individuazione degli obiettivi e di pianificazione degli attacchi nella Striscia di Gaza.
Secondo l’esercito israeliano, il documentario utilizza testimonianze anonime riferite soprattutto alle fasi iniziali dell’attività di intelligence e le presenta come descrizione dell’intero processo decisionale, che comprende invece ulteriori passaggi operativi, valutazioni giuridiche e l’approvazione dei comandanti.
Le IDF sostengono inoltre che gli autori non abbiano fornito prima della pubblicazione le accuse all’esercito, né successivamente una copia del film, e che gli episodi descritti non siano accompagnati da indicazioni sufficienti su obiettivi, date, luoghi o vittime per consentirne una verifica indipendente.
Gli autori non hanno fatto alcuno sforzo per corroborare le dichiarazioni di ciascuno degli intervistati con quelle di altri testimoni: ciascuna affermazione è frutto delle dichiarazioni di un solo soggetto e poi si passa alla dichiarazione successiva, senza fornire fonti né almeno un confronto incrociato.
Il termine NAZA deriva dall’espressione ebraica “Nezek Agavi”, utilizzata dalle IDF per indicare la stima del danno collaterale. Secondo il documento, la valutazione delle possibili conseguenze sui civili costituisce un passaggio previsto dal diritto internazionale umanitario e serve ai comandanti per stabilire se un attacco sia proporzionato, imporre ulteriori precauzioni, modificare il piano o annullarlo.
Gli analisti dell’intelligence forniscono una prima valutazione, ma il numero di civili potenzialmente esposti può cambiare nelle fasi successive sulla base di nuove informazioni, avvertimenti, evacuazioni, scelta dell’arma, momento dell’attacco e definizione più precisa dell’area da colpire.
Prima dell’approvazione, sostengono le IDF, intervengono inoltre esperti incaricati di valutare natura ed entità dei danni previsti e consulenti giuridici indipendenti che esaminano la conformità dell’operazione alle norme applicabili.
Uno dei punti centrali della risposta riguarda l’affermazione secondo cui un singolo attacco avrebbe potuto essere autorizzato prevedendo fino a 500 vittime civili. Le IDF negano di avere mai pianificato, approvato o condotto un attacco nel quale fosse prevista una cifra simile.
Viene contestata anche la ricostruzione relativa a soglie di 20 vittime civili per obiettivi di livello inferiore e di 200 per comandanti di alto livello. Secondo l’esercito, le soglie che determinano quale livello di comando debba approvare un’operazione non costituiscono un numero di vittime civili autorizzate: ogni attacco deve comunque essere sottoposto a una valutazione individuale di proporzionalità. La risposta precisa inoltre che non sarebbe mai esistita una soglia di autorizzazione pari a 200 vittime per un singolo obiettivo militare.
Nella stessa prospettiva viene ricostruito il ruolo di “Lavender”, il sistema descritto nel film come uno strumento per individuare automaticamente persone da colpire. Le IDF affermano che si tratta invece di una banca dati utilizzata per incrociare informazioni provenienti da diverse fonti e produrre aggiornamenti sugli appartenenti alle organizzazioni armate presenti a Gaza.
L’inserimento di una persona nel database non la trasformerebbe in un bersaglio e non autorizzerebbe alcun attacco. L’identificazione dei bersagli, secondo la versione ufficiale, rimane affidata ad analisti umani e richiede l’approvazione di un ufficiale dell’intelligence; segue poi un processo distinto di pianificazione e autorizzazione che coinvolge altri specialisti e culmina nella decisione di un comandante operativo.
La risposta affronta anche l’impiego dell’intelligenza artificiale. Le IDF negano che sistemi automatici abbiano generato autonomamente decine di migliaia di obiettivi umani successivamente colpiti.
Gli strumenti di elaborazione dei dati vengono descritti come sistemi utilizzati nelle fasi preliminari per incrociare banche dati e aiutare gli analisti a individuare informazioni potenzialmente rilevanti. Non avrebbero invece la capacità di decidere autonomamente quali persone o strutture debbano essere attaccate. Secondo il documento, l’elevato numero di informazioni da analizzare deriva anche dalla presenza di decine di migliaia di operatori di Hamas e dall’inserimento di infrastrutture militari all’interno dell’ambiente civile.
Un altro capitolo riguarda le vittime civili. Le IDF affermano di monitorare gli esiti degli attacchi attraverso fonti aperte e altri strumenti, pur riconoscendo i limiti nella possibilità di verificare direttamente le conseguenze degli attacchi aerei.
Il monitoraggio avrebbe prodotto debriefing su centinaia di incidenti, mentre le segnalazioni di possibili violazioni vengono sottoposte a esame e, quando emergono elementi sufficienti, possono condurre a indagini penali disposte dal Procuratore generale militare.
Per gli episodi avvenuti nei pressi dei centri di distribuzione degli aiuti, l’esercito sostiene che le regole d’ingaggio consentissero il fuoco soltanto contro operatori militari o persone sospettate di costituire una minaccia immediata. Gli incidenti con vittime civili, aggiunge il documento, sono stati oggetto di verifiche operative e di ulteriori disposizioni.
Le IDF respingono infine la tesi secondo cui gli attacchi sarebbero stati decisi sulla base della semplice presenza di una determinata percentuale di abitanti rimasti in un quartiere. Un avvertimento all’evacuazione, sostiene la risposta, non autorizza a ignorare i civili che rimangono sul posto. Ogni struttura deve essere prima identificata come obiettivo militare e successivamente sottoposta alla valutazione dei danni prevedibili.
Le IDF affermano inoltre che, nei casi in cui Hamas avrebbe utilizzato complessi di edifici per posti di comando, depositi di armi, postazioni anticarro e accessi ai tunnel, ciascuna struttura sarebbe stata valutata individualmente.
L’esercito respinge anche l’idea che le proprie direttive considerino Gaza priva di civili non coinvolti, richiamando il divieto di attacchi intenzionali contro i civili e l’obbligo di adottare precauzioni per ridurre i danni incidentali.
Sul piano più generale, la risposta sottolinea il ruolo attribuito dalle IDF al contesto del 7 ottobre e alla presenza di infrastrutture e combattenti di Hamas nelle aree civili. Secondo il documento, questa situazione avrebbe reso particolarmente complessa l’identificazione dei bersagli e la valutazione della presenza dei civili.
L’esercito cita inoltre una Cellula per la mitigazione dei danni ai civili, gli avvertimenti alla popolazione, gli attacchi cancellati o modificati per il rischio di vittime e l’attività dei consulenti legali. Nel documento viene indicata anche la quantità di aiuti alimentari entrati nella Striscia attraverso il coordinamento del COGAT: oltre 3,9 milioni di tonnellate metriche dall’ottobre 2023.
La parte conclusiva riguarda l’accusa di genocidio. Le IDF sostengono che le opinioni espresse nel film da intervistati privi, secondo il documento, di competenze giuridiche specifiche non possano dimostrare l’esistenza dell’intento richiesto dalla definizione di genocidio nel diritto internazionale.
La risposta afferma che gli obiettivi della guerra sarebbero stati lo smantellamento delle capacità militari e governative di Hamas e la creazione delle condizioni per il ritorno degli ostaggi, sostenendo che il danno alla popolazione palestinese non costituisse l’obiettivo delle operazioni.
Il documento conclude che il peso morale descritto da alcuni degli intervistati è reale, ma che, secondo la posizione ufficiale delle IDF, non costituisce di per sé prova né dell’illegalità delle decisioni né dell’intenzione di colpire deliberatamente i civili.
Condividi






