Libri & Letteratura

Non c’è niente di certo nella vita: Polimeri, il nuovo romanzo di Roberto Saporito

Un attore italo-americano, una villa a Los Angeles, un ex ricco rancoroso e un gatto ucciso: Roberto Saporito costruisce un romanzo che sfiora il crime, il thriller e il noir senza farsi imprigionare dai generi. Al centro resta l’incertezza, vera poetica di Polimeri. Un attore italo-americano

Ettore Maggi10/07/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura814 parole
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Un attore italo-americano, una villa a Los Angeles, un ex ricco rancoroso e un gatto ucciso: Roberto Saporito costruisce un romanzo che sfiora il crime, il thriller e il noir senza farsi imprigionare dai generi. Al centro resta l’incertezza, vera poetica di Polimeri.


Un attore italo-americano di cinquantacinque anni, di discreto successo — abbastanza perché qualcuno lo riconosca, ma non tanto da dover girare con le guardie del corpo — viene ingaggiato da un famoso regista italiano per girare un film a Hollywood.

Il protagonista rientra abbastanza nel cliché: sta dolorosamente scoprendo di invecchiare, ha alle spalle un matrimonio fallito, ha una figlia con cui non riesce a comunicare, si sente stanco e sempre fuori posto, e la sua vita, che in fondo non è una brutta vita, sembra procedere per inerzia.

La produzione gli mette a disposizione una villa a Los Angeles, e questo fa incrociare la sua vita con quella del precedente proprietario, che ha bruciato la sua ricchezza e adesso vive in una roulotte lavando le auto dei ricchi, auto come quelle che una volta possedeva lui. La sua vita è fatta di rabbia, invidia, senso di tradimento, perché non è una persona capace di assumersi responsabilità e non ammette di aver fatto degli errori: il mondo ce l’ha con lui.

L’attore di mezza età ritrova il gatto della villa ucciso, riceve video inquietanti e continue minacce. Oscilla tra la paura e la stanchezza. A volte nemmeno il rischio sembra scuoterlo, mentre si muove tra Los Angeles, Roma e New York, dove si reca per cercare, inutilmente, di stabilire un dialogo con la figlia.

Ci sarebbero tutte le premesse per una crime story, per un romanzo poliziesco, per un thriller psicologico o per una storia di serial killer.

Ma a Roberto Saporito, al suo tredicesimo romanzo e alla sedicesima pubblicazione, contando le raccolte di racconti, i generi stanno stretti e preferisce sfiorarli senza mai entrarci completamente, giocando sullo stile letterario più che sulla trama. La sua è una scrittura coinvolgente, apparentemente “facile”, che invoglia ad andare avanti.

Nel libro ci sono più voci: la principale, quella del protagonista, è un flusso di coscienza in prima persona. Quella dell’ex ricco arrabbiato con il mondo è in seconda persona. Infine c’è una seconda persona plurale, un noi, una voce collettiva.

Il romanzo è zeppo di citazioni e riferimenti a grandi scrittori, soprattutto americani, e anche ai precedenti romanzi e racconti dello stesso Saporito: un pizzico di vanità che i suoi lettori apprezzeranno e che non appesantisce per nulla il racconto. Dopotutto, gli scrittori sono tutti un po’ vanitosi.

Come abbiamo anticipato nel titolo, il tema ricorrente è che nella vita non esiste nessuna certezza. Il caso domina e sovrasta i nostri tentativi di individuare regole e cause che governano la vita degli esseri umani. Ogni azione ha delle conseguenze, non sempre prevedibili, ma non esiste nessuna divinità onnipotente, nessun destino stabilito. E soprattutto, nessuna certezza.

Nel terzo capitolo il protagonista riflette: “(…) non ci sono mai tempi certi in questo lavoro. Ma non c’è niente di certo nella mia vita, a ben vedere”.

Questa è sicuramente la poetica di Saporito: l’incertezza. Parafrasando il grande Montale, direi che secondo Saporito forse non sappiamo nemmeno quello che non siamo né quello che non vogliamo.

Significativo il fatto che alcuni personaggi che invece le hanno, le certezze assolute, nel romanzo facciano una brutta fine, oppure siano degli psicopatici.

L’unica possibilità è viverla, questa vita, senza domandarsi perché le cose accadano: accadono e basta. L’unica cosa che possiamo fare è reagire, in qualche modo. O anche non reagire affatto. Senza fingere, ma senza nemmeno essere ossessionati dalla verità: quindi a volte è meglio fare quello che gli altri si aspettano da noi.

“Arriva il caffè in una grande tazza nera.

Il cameriere hipster mi guarda e non si muove, aspetta.

Assaggio il caffè.

Il cameriere hipster continua a guardarmi, a studiarmi, quasi.

Vuole qualcosa da me, vuole sapere cosa penso del suo caffè.

Lo assaggio: è caffè, punto, però gli dico che è molto buono, e sorrido, e annuisco, come se in effetti fosse la cosa più buona che abbia mai assaggiato.

Il cameriere hipster se ne va via soddisfatto”.

Roberto Saporito, Polimeri, Cose Note edizioni, 2025


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