Italia: politica, istituzioni e società
Non rinnego e non rimpiango il mio passato comunista
Una memoria asciutta del comunismo italiano, senza abiure né nostalgie: dal Pci come radice nazionale ai silenzi sul socialismo reale, il racconto di un passato che non va rinnegato, ma nemmeno assolto senza riconoscere ciò che si sapeva e si tacque. Spero che siano in molti



Una memoria asciutta del comunismo italiano, senza abiure né nostalgie: dal Pci come radice nazionale ai silenzi sul socialismo reale, il racconto di un passato che non va rinnegato, ma nemmeno assolto senza riconoscere ciò che si sapeva e si tacque.
Spero che siano in molti a leggere “Siamo stati iscritti al Pci” di Chicco Testa e Claudio Velardi (LiberiLibri, 2026). Un piccolo capolavoro della memoria dallo stile asciutto. “Non rinnego e non rimpiango”, recita l’esergo scelto dai due autori per definire il loro dialogo epistolare (è di Miriam Mafai). Una doppia negazione che ben definisce il “sentiment” con cui raccontano le vicende di cui sono stati sia protagonisti sia osservatori privilegiati.
Per citare due memorabili film di Sydney Pollack e di Federico Fellini, il libro non è un “Come eravamo” né un “Amarcord” scritto con l’inchiostro della nostalgia. E, per citare anche un recente film di Nanni Moretti, “Il sol dell’avvenire”, non è però nemmeno una condanna rancorosa dei “tradimenti” del partito di Togliatti dal Dopoguerra in poi.
Ai rottamatori per mestiere del passato, Emanuele Macaluso amava ripetere un celebre proverbio cinese: “Chi prende l’acqua dal pozzo non dovrebbe dimenticare chi l’ha scavato”. Testa e Velardi, mi pare, non l’hanno dimenticato. Si parva licet, anche chi scrive. Menziono solo due episodi tratti dalla cineteca dei miei ricordi.
Il mio primo incontro con il mondo comunista risale al marzo 1962. Ero stato invitato di straforo a un importante convegno dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, rimasto negli annali della storia del Pci. Eravamo in pieno miracolo economico. Amintore Fanfani presiedeva il primo dicastero di centro-sinistra (quello”non organico” con l’appoggio esterno del Psi). Un nuovo ciclo di lotte sindacali bussava alle porte.
La compattezza della cultura marxista cominciava a incrinarsi, interrogata da correnti di pensiero che non vi avevano mai avuto cittadinanza (l’esistenzialismo, i francofortesi, la psicoanalisi). In questo contesto era maturata l’esigenza di una rinnovata riflessione sui principi teorici, le strategie politiche, le strutture organizzative e gli stessi referenti sociali su cui il Pci aveva fondato il proprio radicamento nel primo quindicennio repubblicano. Di tale esigenza fu espressione il convegno del Gramsci, segnato da un memorabile scontro tra Giorgio Amendola e Bruno Trentin.
Ora, provate a immaginare lo stupore di un ragazzo, quale io ero allora, di fronte alla relazione di Trentin, che spaziava da Keynes a Schumpeter, dalla Scuola delle relazioni industriali del Wisconsin ai pianificatori francesi. E provate a immaginare il mio stupore di fronte a un’analisi del capitalismo italiano in cui campeggiavano termini quali alienazione, consumismo, società opulenta, ancora stranieri nella pubblicistica di partito. Per me, che avevo appena iniziato a masticare l’abc del marxismo-leninismo, fu una specie di scoperta dell’America.
Per la cronaca, la tesi di Trentin — come di Vittorio Foa e Pietro Ingrao — era che le forze più dinamiche della Dc avevano un progetto di modernizzazione economica e sociale del Paese, basato su un patto neocorporativo tra grandi imprese e movimento sindacale, con cui bisognava confrontarsi. Amendola la liquidò seccamente, ritenendola avveniristica.
Il compito del movimento operaio, fu la sua replica, era quello di supplire alle carenze di una borghesia assenteista, responsabile della storica arretratezza del Mezzogiorno, e quindi di tagliare le unghie alla rendita e ai monopoli.
Oggi si può dire che Amendola non aveva torto quando sosteneva che, per vincere quella battaglia, era necessaria la riunificazione della sinistra in una prospettiva di governo. Ma Trentin aveva ragione quando sosteneva che il miracolo economico non poteva più essere interpretato con le tradizionali categorie dell’extraprofitto parassitario e del supersfruttamento operaio: cardini di un “capitalismo straccione”, appunto, che ormai non c’era più.
Risale invece al 1973 il mio primo viaggio in Urss con una delegazione della Cgil: Mosca e Baku. Un’esperienza scioccante. A parte lo squallore ambientale e la prepotenza della casta sindacale, fabbriche popolate da lavoratori nullafacenti. Il “socialismo reale”, pensai, ha realizzato la piena occupazione con un assistenzialismo di massa. Il trucco c’era, e si vedeva pure. Tornato in Italia, tacqui.
Più tardi, nei primi anni Ottanta, come responsabile dell’Ufficio internazionale della Cgil, ho avuto modo di visitare tutti i Paesi del blocco sovietico. Più o meno, le stesse scene. Ciononostante, non ho mai stracciato la tessera del Pci. E nonostante già sapessi che nel 1960 un volumetto di Piero Sraffa (ovviamente sconosciuto nelle scuole di partito), “Produzione di merci a mezzo di merci”, aveva smontato senza appello la teoria del valore-lavoro di Marx.
Cosa intendo dire? Che molti di noi, semplici funzionari o dirigenti di secondo piano, sapevamo ma stemmo zitti. Per codardia? Non credo. E credo di non parlare solo per me se sostengo che la mia “doppiezza togliattiana” derivava dal fatto che la pianta del Pci non aveva radici soltanto a Mosca. Aveva anche robuste radici nazionali, nel proletariato urbano e agricolo come nel mondo intellettuale.
Ma, si potrebbe chiedere, se il mito comunista era il sistema nervoso di un corpo che stava crescendo nel contesto di una democrazia parlamentare, perché il Pci non poteva gettare il cuore oltre l’ostacolo e imboccare la strada del socialismo continentale? L’interrogativo fu sollevato da Giorgio Amendola già negli anni Sessanta, seguito da Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso (ai quali è dedicato il libro), e da quanti daranno vita all’area migliorista.
La verità è che il Pci non poteva trasformarsi in una socialdemocrazia se non perdendo la ragione sociale della sua nascita: il 1917, ovvero uno spartiacque della storia del Novecento. Gli stessi “distinguo” di Berlinguer, fissati nella celebre frase sulla fine della spinta propulsiva di quella data, forse troppo sopravvalutata, non interruppero un legame politico che durò fino alla fine.
E “la riprova storica sta, clamorosa, nella coincidenza della fine del Pci con la fine dell’Unione Sovietica. Simul stabunt, simul cadent” (Biagio De Giovanni).
Rinnegare il proprio passato è sempre un comportamento moralmente deplorevole. Riconoscere con franchezza non tanto i propri errori politici (questi ci saranno sempre), quanto i propri silenzi omertosi è un doveroso atto di onestà intellettuale.
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