Società, cultura, storia e idee
Ora l’ideologia woke viene spacciata per la “buona educazione” dei nostri nonni
Mila Spicola assimila il woke alla buona educazione trasmessa dai nostri nonni. Ma il wokismo non è una forma aggiornata di cortesia: è un sistema identitario fondato sulla colpa, sulla decostruzione e sulla ricerca continua di nuovi oppressori. Mentre negli Stati Uniti la sinistra prova a



Mila Spicola assimila il woke alla buona educazione trasmessa dai nostri nonni. Ma il wokismo non è una forma aggiornata di cortesia: è un sistema identitario fondato sulla colpa, sulla decostruzione e sulla ricerca continua di nuovi oppressori. Mentre negli Stati Uniti la sinistra prova a superarlo, in Italia lo si normalizza e lo si porta perfino nelle scuole primarie.
L’ultima, sorprendente forzatura di una certa dirigenza politica – recentemente esplicitata sui social da Mila Spicola, già responsabile scuola del PD, candidata alle europee e vicina alla linea Schlein – consiste nel voler normalizzare l’ideologia «woke», mimetizzandola sotto le sembianze di una banale estensione dei principi di convivenza civile. Sorprende che una figura con il curriculum istituzionale della professoressa Spicola scivoli in un paragone così debole.
Il wokismo, sia chiaro una volta per tutte, non è affatto l’educazione che i nostri nonni ci hanno insegnato, ma è la metastasi terminale del «politicamente corretto».
Al di là dei suoi aspetti pittoreschi, il wokismo va chiamato per quello che è: un brutale e rinnovato bigottismo progressista. Non siamo di fronte a una nuova sensibilità politica o a un’evoluzione del pensiero, ma a una reincarnazione laica del puritanesimo protestante dell’Ottocento, un rigorismo dogmatico fondato su un senso di colpa sistemico che non ammette assoluzione.
Questo progetto di autodistruzione – deflagrato simbolicamente nel 1987 alla Stanford University con le oceaniche marce studentesche al grido di «Western Culture’s got to go», per eliminare dai programmi lo studio della nostra civiltà – ha ormai abbandonato i campus per farsi dogma universale.
Secondo questa dottrina, tutto deve essere politicamente corretto: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare. Esisterebbe dunque un modo giusto di fare le cose, consistente anzitutto nell’adeguarsi ai desiderata di minoranze identitarie e intransigenti, pronte a compattarsi in una maggioranza inquisitoria.
È interessante notare l’asimmetria geopolitica di questa deriva. Negli Stati Uniti, patria di questo delirio, la stessa sinistra sta faticosamente tentando di andare oltre la cultura «woke», avendo compreso come questa si sia tradotta in un disastroso conflitto sociale e in un suicidio elettorale. Oltreoceano si inizia ad ammettere che sostituire la realtà pragmatica con l’inquisizione identitaria è un veleno politico.
In Italia, invece, con il nostro consueto e provinciale ritardo, si tenta una grottesca operazione di mimetismo. Da un lato, figure come la Spicola cercano di normalizzare il radicalismo illiberale travestendolo con il «buongiorno», il «grazie» e il rispetto insegnatici dai nostri genitori.
Dall’altro, questa stucchevole patina di buone maniere nasconde la vera natura di quello che su queste pagine ho già definito «wokismo esistenziale». Si tratta del paradosso supremo del mondo progressista contemporaneo: un’ideologia in cui l’identità non nasce più da un’affermazione di sé o da una proposta costruttiva, ma dalla perenne, nevrotica contrapposizione a un nemico o a un sistema da combattere.
È il trionfo dell’Io-contro, una postura vittimistica che ha bisogno di inventare costantemente nuovi oppressori e discriminazioni per giustificare la propria vuota esistenza.
Questa nevrosi decostruttiva, non paga di aver inquinato il dibattito pubblico, non esita a indirizzare la propria spinta rieducativa sull’anello più debole e manipolabile della società: l’infanzia. L’ultima, inquietante frontiera è infatti la scuola primaria.
Basti guardare ai discussi progetti approdati in Parlamento, come Storie spaziali per Maschi del Futuro – presentato alla Camera nel gennaio 2026 su iniziativa della deputata Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle, a conferma di una perfetta e allarmante convergenza di cultura e di intenti che unisce tutta l’odierna sinistra progressista e illiberale – la cui missione dichiarata è la sistematica «decostruzione degli stereotipi di genere» nei bambini maschi.
Nascosta dietro una stucchevole neolingua fatta di «inclusività» e «mascolinità empatica», questa iniziativa punta a rieducare i più piccoli, trattando la natura maschile alla stregua di un costrutto da correggere, per plasmare futuri adulti docili e inermi.
Se questa ingegneria sociale è ciò che l’attuale dirigenza progressista tenta di mascherare da «buona educazione» e «rispetto», il nostro dovere intellettuale non può che tradursi in un cortese, argomentato ma inappellabile rigetto.
E viene spontaneo, a margine di tutto questo campionario di forzature concettuali, chiudere con una semplice, quasi banale domanda: ma i nonni di Mila Spicola erano davvero «woke»? I miei, con assoluta certezza, non lo erano.
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