Italia: politica, istituzioni e società

Organizzate pure i disertori. Ma poi Putin chi lo dovrebbe fermare?

Virginia Libero precisa che il suo invito a «organizzare i disertori» non riguardava l’Ucraina e condanna Putin. Ma proprio questa distinzione rende più evidente il vuoto strategico: se la Russia è una minaccia e gli Stati Uniti non sono più un alleato certo, opporsi al riarmo

Organizzate pure i disertori. Ma poi Putin chi lo dovrebbe fermare?
Alfonso LanzieriAlfonso Lanzieri16/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura850 parole

Ci sono frasi che, più ancora delle intenzioni di chi le pronuncia, rivelano una cultura politica. «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre», ha detto Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, due giorni fa. E poi: «Noi organizzeremo i disertori». Applausi scroscianti.

A onor del vero, il giorno dopo, in un’intervista su Repubblica, Libero ha precisato che non parlava dell’Ucraina, che su Kyiv «sappiamo da che parte stare», ha condannato Putin e ha ricondotto il suo intervento soprattutto alla crescita delle spese militari. Precisazione importante, che sarebbe scorretto ignorare.

Ed è proprio prendendo sul serio questa precisazione che nasce una domanda forse più interessante di quella suscitata dalle parole pronunciate dal palco. Se Putin è un aggressore, se l’Ucraina ha ragione a difendersi e se dunque, rispettando la logica, la Russia rappresenta una minaccia reale, con quali strumenti intendiamo impedire che la forza torni a essere, nel nostro continente, un mezzo conveniente per modificare i confini e imporre la propria volontà politica?

Si può essere contrari al piano europeo di rafforzamento della difesa. Si può ritenere eccessivo il livello di spesa indicato dalla Nato, contestare ReArm Europe, discuterne le modalità di finanziamento, domandarsi se non vi siano sprechi, duplicazioni nazionali, interessi industriali camuffati da esigenze strategiche. Va tutto benissimo. Sono tutte discussioni legittime e, anzi, necessarie.

Ma dire semplicemente «no alle armi» non è ancora una politica della pace. Posizioni come queste usano posizioni morali per non offrire soluzioni strategiche. È questo ciò che hanno da offrire i giovani del Partito Democratico?

Tutto ciò che hanno da dire nella situazione internazionale odierna, con la Russia che minaccia l’Europa (intrecciando rapporti sempre più stretti con potenze revisioniste come l’Iran), con l’America trumpiana sempre più lontana dai valori di Bruxelles e i cui vertici sono stati più volte sorpresi in una corrispondenza di amorosi sensi con le élite del Cremlino, in tale contesto, tutto ciò che hanno da dire è «abbasso la guerra, sì alla pace»?

Sono queste le nuove leve del maggiore partito di sinistra dell’Italia, dalle quali, in futuro, potremmo dover scegliere, magari, il ministro degli Esteri o il ministro della Difesa?

È francamente sorprendente la debolezza culturale. Si denuncia con grande sicurezza il «riarmo», quasi che la crescita delle capacità difensive producesse per propria natura la guerra. Molto meno chiaramente si spiega quale ordine di sicurezza dovrebbe sostituirlo.

Se l’Europa non deve aumentare la propria capacità militare, chi dovrebbe garantirne la sicurezza? Gli Stati Uniti? Ma proprio da sinistra si denuncia, non senza ragione, l’incertezza dell’ombrello americano. La Nato? Ma anche la Nato esiste perché qualcuno mette a disposizione uomini, mezzi, intelligence, difesa aerea, munizioni. La diplomazia? Certamente. Ma la diplomazia funziona tra soggetti capaci anche di rendere costosa la violazione degli accordi, altrimenti non è diplomazia, ma rimettersi alla pietà dell’interlocutore.

Insomma, se si considera Putin una minaccia, occorre spiegare che cosa dovrebbe dissuaderlo. Se si pensa che l’Ucraina debba poter conservare la propria indipendenza, bisogna spiegare con quali mezzi. Se si ritiene che gli Stati baltici, la Polonia o la Finlandia non debbano trovarsi un giorno davanti alla scelta tra la resa e una guerra combattuta in condizioni disperate, bisogna costruire oggi le condizioni perché quella scelta non si presenti. Se si ritiene che gli USA non siano più un partner affidabile per la nostra sicurezza, bisogna progettare un’alternativa, e alla svelta.

È qui che lo slogan sulla diserzione mostra tutta la propria insufficienza. «Non saremo i soldati delle vostre guerre» presuppone che il problema fondamentale sia sempre un governo che vuole trascinare i propri cittadini in un conflitto evitabile. Ma esistono guerre che non decidiamo noi.

Nel febbraio 2022 gli ucraini non dovettero stabilire se partecipare a un’avventura militare voluta dal proprio governo: un esercito straniero attraversò il loro confine. Il problema non era come sottrarsi alla guerra, ma come impedire che la guerra decidesse per loro.

Essere contro la guerra, allora, non può voler dire soltanto desiderare che nessuno combatta. Anche l’aggressore vuole che il conflitto finisca, possibilmente alle proprie condizioni. Una politica della pace deve occuparsi anche di un’altra questione: fare in modo che iniziare una guerra non convenga. Una pace che rende remunerativa l’aggressione non elimina la guerra, ne crea l’incentivo. Non si sa più in quale lingua spiegarlo.

Naturalmente, da ciò non deriva che qualunque aumento delle spese militari sia giusto, intelligente o necessario. Né che il progetto europeo attualmente sul tavolo sia sottratto alla critica.

Si può immaginare una difesa comune meno costosa perché più integrata; si può pretendere una politica industriale europea anziché ventisette apparati che duplicano le stesse funzioni; si può discutere del rapporto tra sicurezza militare, welfare e investimenti civili.

Ma proprio per questo il dibattito dovrebbe diventare più adulto: non «armi sì» contro «armi no», bensì quale difesa europea, contro quali minacce, con quali costi e dentro quale progetto politico.

Su tutto questo, nel mondo PD, si sentono solo balbettii. Dai Cinque Stelle e da AVS neppure questo. A destra vige la medesima confusione. Davvero un panorama disarmante.

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