Società, cultura, storia e idee
Perché il Mondiale di calcio a 48 squadre è una riforma giusta
Il Mondiale allargato non è una concessione al folklore calcistico, ma il riflesso di un calcio diventato davvero globale. Le goleade non sono una novità e non bastano a delegittimare una formula che amplia la rappresentanza e rende più compiuta la competizione. Si moltiplicano le voci



Il Mondiale allargato non è una concessione al folklore calcistico, ma il riflesso di un calcio diventato davvero globale. Le goleade non sono una novità e non bastano a delegittimare una formula che amplia la rappresentanza e rende più compiuta la competizione.
Si moltiplicano le voci critiche da parte di diversi giornalisti sportivi (ad esempio Giovanni Capuano) contro la riforma dei Mondiali, voluta dal presidente della FIFA Giovanni Infantino, che ha portato le squadre partecipanti da 32 a 48.
Il pretesto scatenante è stata la goleada della Germania contro Curaçao, un 7-1 che ha rinnovato le lamentele di chi ritiene che il gruppo delle partecipanti all’attuale Mondiale di calcio comprenda troppe squadre inadeguate, di livello indegno di lottare alla pari con le tradizionali “grandi”.
E poco importa se, di fatto, questo sia stato uno dei pochissimi risultati a mostrare tanto squilibrio, mentre, al contrario, si sono già registrate nelle prime giornate clamorose sorprese, in cui l’outsider ha battuto, o almeno ha messo sotto, la favorita.
In questo articolo proviamo a controargomentare, sostenendo che il format a 48 squadre (ma anche un format eventualmente più affollato) è non solo spettacolare, ma anche opportuno e giusto, sotto il profilo tecnico, sportivo e anche “filosofico”. E questo al di là del giudizio che si vuole dare su Infantino.
Partiamo dalla prima obiezione: lo squilibrio di forze eccessivo tra le Nazionali con grande tradizione e le squadre “materasso”. Ebbene, basta consultare qualche almanacco per venire a sapere che questo, nella storia dei Mondiali, è sempre avvenuto.
Qualche esempio? Il 7 a 1 (guarda caso!) rifilato dall’Italia agli Stati Uniti nel 1934 (torneo a 16 squadre); la vittoria della Svezia su Cuba per 8-0 ai Mondiali del 1938 (torneo a 16 squadre); ancora, l’8-0 rifilato dall’Uruguay alla Bolivia nel 1950 (torneo a 13 squadre appena); il 9-0 con cui la Jugoslavia ha punito lo Zaire nel 1974 (torneo a 16 squadre); il 10-1 dell’Ungheria contro El Salvador nel 1982 (torneo a 24 squadre).
Pensiamo possa bastare: mettiamo quindi agli atti che il fenomeno delle goleade, in proporzione, era molto più diffuso nei primi Mondiali, quando le squadre partecipanti erano molto poche.
D’altra parte, le goleade spesso sono risultati ingannevoli. Non più di 12 anni fa, il Brasile in semifinale ha subito un umiliante 7-1 (ancora!) in casa con la Germania. Cosa significa? Che il Brasile in una semifinale mondiale è un intruso? Ovviamente nessuno oserebbe mai sostenerlo.
Nel 1954, invece, la Germania subì nel girone di qualificazione un cocente 8-3 dall’Ungheria. Chissà i critici cosa avrebbero scritto sull’argomento. E come avrebbero dovuto smentire le loro analisi superficiali quando, pochi giorni dopo in finale, la medesima Germania fu capace di battere per 3-2 proprio l’Ungheria, che peraltro era all’epoca la squadra più forte al mondo.
Piuttosto, se una tendenza si coglie nel percorso storico dei Mondiali, è che le squadre provenienti da continenti diversi da Europa e Sud America stanno diventando, di edizione in edizione, sempre più competitive, e hanno iniziato a giocare alla pari con le tradizionali “grandi”. E tutto lascia pensare che questa tendenza si accentuerà nel futuro.
Il motivo è intuibile: la diffusione in tutto il globo delle conoscenze calcistiche, unita alla possibilità per molti giocatori appartenenti a nazioni calcisticamente in passato non evolute di disputare campionati molto competitivi, ha “spalmato” la qualità calcistica, sia dal punto di vista tecnico sia tattico, e ha accorciato le distanze tra realtà un tempo lontanissime.
Cinquant’anni fa una squadra africana era realmente “grezza”, e i suoi giocatori disarmati nel confronto con i big delle formazioni europee, argentine e brasiliane. Oggi i campioni africani giocano regolarmente nelle squadre di club più titolate al mondo, e hanno conoscenze ed esperienze sufficienti per risultare competitivi con tutti e, a cascata, rendere competitive le loro squadre.
L’esempio del Marocco è illuminante, ma anche quello del Giappone, che nel 2002 era ancora una Nazionale un po’ scolastica e ingessata, e oggi invece è tatticamente all’avanguardia, capace di mettere alla frusta le migliori Nazionali europee.
Ne consegue che il torneo a 48 squadre, antiintuitivamente, finisce per essere più equilibrato di uno più ridotto, proprio perché le indubbie eccellenze, che pure restano, spiccano di meno, se non altro per un puro fattore numerico, in un panorama che tende a livellarsi verso l’alto.
E anche una favorita, in giornata storta, può perdere contro una squadra di secondo livello, teoricamente meno forte, ma capace e agguerrita, e di certo non sprovveduta come nei Mondiali dei primordi. È capitato diverse volte nelle ultime edizioni, inutile fare esempi che i lettori probabilmente hanno ben presente.
Peraltro, è anche irricevibile la contrapposizione tra la presenza ai Mondiali del “debole” Curaçao, o di altre squadre analoghe, e l’assenza dell’Italia. La riforma dei Mondiali a 48 ha aumentato il numero delle squadre europee ammesse, da 13 a 16.
E se l’Italia non è riuscita a entrare in questo folto gruppo, la colpa non è certo di Infantino, o della formula, ma dei nostri giocatori e dei due tecnici, Luciano Spalletti e Gennaro Gattuso.
L’Italia non ha saputo superare la Norvegia (da cui ha preso ben sette gol) e nemmeno la Bosnia, ricordiamolo, e ha faticato persino con l’Irlanda del Nord. Quante squadre viste in questa prima fase gli azzurri visti a Zenica avrebbero potuto realisticamente battere? Non più di 3 o 4, a occhio. E siamo anche generosi.
Infine, c’è un argomento di tipo filosofico e morale, che ben si assomma a tutti gli altri. I Mondiali non sono una “serie A” delle Nazionali, ma una competizione che serve a dare spazio al fenomeno sportivo nella sua complessità e alla comunità globale che esso crea, e in questo senso è molto simile alle Olimpiadi.
La rappresentanza riservata alle formazioni di tutti e cinque i continenti è il cuore del Mondiale. Anzi: la vera contraddizione è che siano così diverse le percentuali di ammissione alla fase finale tra Europa e Sud America e gli altri continenti.
La partecipazione “egualitaria” alla competizione sportiva è essa stessa sinonimo di competitività e di merito per chi alla fine trionfa: perché il vincitore non avrà superato soltanto i componenti di un gruppo ristretto che si è autonominato “élite del calcio”, ma avrà prevalso davvero su tutte le squadre del mondo, in una gara leale in cui tutti partono alla pari.
Diremo di più: l’ideale per un Mondiale di calcio sarebbe una formula che non escludesse alcuna Federazione. Impossibile? Forse. Ma un modello esiste.
Le Olimpiadi degli scacchi, ad esempio, che si tengono ogni due anni (si svolgeranno anche in questo 2026, in Uzbekistan nel mese di settembre), sono una competizione a squadre che equivale a un Mondiale, ma nessuno viene escluso: qualunque nazione voglia partecipare è ammessa di diritto, alla pari con le più forti.
Ovviamente la gara crea poi delle gerarchie, che normalmente sono quelle prevedibili in partenza, ma nessuno si lamenta se la favorita, l’India, dovrà al primo o al secondo turno battersi contro una squadra di terza o quarta fascia. È lo spirito profondo della competizione, che fa partire tutti sullo stesso piano, e pazienza se le partite sono meno spettacolari o tecnicamente meno valide: ci sarà tempo anche per questo.
La formula degli scacchi, inutile entrare nel dettaglio, rende possibile una competizione allargata a tutti, senza eccessivi carichi di spesa o necessità di grandi spazi. Sappiamo bene che il calcio ha altre necessità, e altri vincoli. Però, chissà, se il più popolare dei giochi desse uno sguardo a quello che fa il più antico, potrebbe trovarvi una feconda fonte di ispirazione.
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