Israele

Perché solo a Israele si chiede sempre di non vincere?

L’articolo di Francesco Lucrezi dal titolo «Cisgiordania: facciamoci del male» apparso recentemente sul Riformista mi dà l’occasione di proporre alcune considerazioni non richieste, abbozzando un discorso più ampio. Con una premessa: il Riformista ha sempre, coraggiosamente difeso Israele, dando spazio a opinioni e fatti scomodi in

David Sayn27/10/2025Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.172 parole
Anteprima

L’articolo di Francesco Lucrezi dal titolo «Cisgiordania: facciamoci del male» apparso recentemente sul Riformista mi dà l’occasione di proporre alcune considerazioni non richieste, abbozzando un discorso più ampio. Con una premessa: il Riformista ha sempre, coraggiosamente difeso Israele, dando spazio a opinioni e fatti scomodi in un contesto, quello attuale, fortemente perturbato. Le seguenti osservazioni, da considerarsi più come spunti, sono la riprova che il pezzo di Lucrezi si inserisce a pieno titolo in un sano dibattito.

Avverto, in quelle righe, una tensione di fondo che spesso ritorna, al di là del significato pragmatico o politico attribuibile al voto sull’annessione della Cisgiordania, tensione che mi pare disporsi su due livelli.

Nel primo, forse a ragion veduta, l’autore interpreta il voto della Knesset come un gesto probabilmente simbolico con cui Israele «sembra volere bilanciare i torti di ieri con un torto di oggi» – ovvero, se fino ad oggi sono stati gli arabi ad aver rifiutato uno Stato palestinese, adesso siamo noi israeliani a non volerlo. In questa opposizione alla creazione di tale Stato non intravedo, di per sé, nulla di scandaloso. Considerarlo automaticamente come un «torto» equivale, a mio avviso, a restare ancorati a una visione obsoleta del conflitto.

In altri termini, il rifiuto israeliano guarda in faccia la realtà, tralasciando finalmente quella retorica squisitamente occidentale, travestita da diplomazia e come ogni travestimento fallimentare, che ancora insiste sulla formula dei Due Stati. Retorica ahimè inscindibile dal carrozzone umanitario che della «causa palestinese» ha fatto una miniera d’oro e di consenso elettorale, e non dal 7 ottobre, distruggendo effettivamente generazione dopo generazione di giovani palestinesi.

Lucrezi ritiene che la tempistica del voto sia controproducente, vista la prepotente risorgenza antisemita a livello globale. Così facendo, Israele non aiuta certo i suoi «amici». È, questa, un’opinione rispettabile, che mi trova però in sostanziale disaccordo. Non è Israele a dover salvaguardare quel «minimo granello di speranza in un’area martoriata».

Questo compito spetta tutt’al più ai palestinesi e ai loro alleati, dal Qatar all’Unione Europea. Da tempo, ben prima dell’ascesa di Hamas, la leadership palestinese ha mostrato incapacità nell’autogovernarsi in modo da dar vita a uno Stato sovrano stabile. E la comunità internazionale, in larga parte, ha legittimato simili aspirazioni senza affiancarvi un fervido invito ad assumersi le proprie responsabilità, a dimostrare di saper costruire anziché distruggere.

Come ricorda Hegel, «lo Stato è la realtà dell’Idea etica, la forma visibile dello spirito collettivo che si conosce e si attua». Non basta dunque un territorio o una rivendicazione perché esso abbia vita; occorre una volontà morale collettiva, capace di tradurre l’identità in legge, responsabilità, ordine. Laddove tale Idea etica è assente, il popolo resta massa, la civiltà politica mera lotta. È (anche) qui che si misura il vero fallimento del progetto palestinese, in quell’incapacità di generare una forma statuale fondata su un ethos condiviso, anziché sull’opposizione a un nemico esterno.

Nessuno al mondo ha mai avuto altrettante «seconde possibilità» di questa costruzione narrativa che, in fondo, resta il più grande, durevole successo della propaganda sovietica. Eppure, la sua intrinseca artificialità non sarebbe, di per sé, un ostacolo. Altre «entità fittizie», forse proprio perché non sorrette da impalcature esterne, hanno avuto modo, in tempi anche recenti, di tramutarsi in Stato.

***

Il secondo livello dell’articolo – mi perdonerà, l’autore, se adopero le sue parole come esemplificative di un più vasto fenomeno – è tutto racchiuso in quell’«Israele va appoggiato, difeso e amato perché…» che insistentemente circola fra gli «amici». Nella maggior parte dei casi, non esistono ragioni per mettere in dubbio la buona fede del sentimento. Ma quel «perché» è già, a mio avviso, un errore: Israele non deve dimostrare di meritare alcunché, tantomeno il diritto di esistere. A nessun altro Paese ciò è richiesto, così come a nessun altro è mai stato imposto di convivere con un’ideologia che del vicino nega ogni legittimità, predicandone la fine.

A nessun altro si è mai domandato con eguale insistenza di non vincere mai davvero una guerra, di rinunciare cioè ad esigere le conseguenze politiche e territoriali di una vittoria. Chi ha mai pensato di «contenere» la Germania nazista senza sconfiggerne il germe ideologico? Chi ha mai ritenuto legittimo lasciare alle ceneri del Terzo Reich i territori conquistati negli anni precedenti? Chi, oggi, si batte per l’Istria o per la vecchia Königsberg, per i drammatici esodi che sono parte integrante delle conseguenze di una guerra persa? Da Israele, e solo da Israele, si esige un codice morale ideale, iperreale, superiore persino a quello dei richiedenti, quale un’Europa che sostiene e finanzia regimi e movimenti terroristici, fra cui la stessa Hamas o la cosiddetta Autorità Palestinese.

È sovente palpabile quest’insistente, forse involontario, connaturato concetto per cui Israele – solo fra tutti – deve sempre e comunque (pena il disconoscimento) porgere l’altra guancia. Deve, in sostanza, Israele, stare al gioco, alla danza macabra e un poco ridicola di una comunità internazionale incapace di ammettere di aver per troppo tempo sostenuto, nelle sue varie incarnazioni politiche, un’ideologia il cui principale collante è la distruzione di Israele stessa.

Quest’insistenza, questa vera e propria ossessione per il «popolo palestinese» – che ben poco ha a che vedere con le reali sofferenze dei molti innocenti, dei troppi morti – esiste anzitutto in ragione del percepito oppressore: l’ebreo, ché nei confronti degli altri innumerevoli, sconvolgenti rapporti di forza e violenza che attraversano il mondo, il mondo dimostra la più completa indifferenza.

***

Gli «amici di Israele», dunque. Credo che non si debba chiedere loro una professione di fede, ma proporre piuttosto un cambiamento di prospettiva, un piccolo esperimento. Esigano, ad esempio, che siano i palestinesi a dimostrare di volere qualcosa di diverso dalla distruzione di Israele, sia essa tentata attraverso pogrom come quello del 7 ottobre, le furbesche azioni dell’Autorità Palestinese, o insidiosi strumenti quale il «diritto di ritorno». Più ancora, gli amici di Israele potrebbero pretendere dalla politica risposte precise e precise ammissioni: come sia stato possibile finanziare per decenni il terrorismo palestinese e l’indottrinamento fin dalle scuole primarie, e come si intenda, da oggi, avviare un autentico cambiamento di rotta.

Potrebbero, gli amici di Israele, porre fra parentesi, per qualche tempo, il «torto» percepito nel rifiuto dello Stato ebraico a una Palestina unita, e chiedersi invece dov’è la resistenza palestinese all’ideologia eliminazionista. Quanti profughi palestinesi in Occidente, quindi liberi dalle catene di Hamas, della Jihad islamica, di Fatah persino, e che potrebbero costruire una nuova élite per il futuro, sono scesi in piazza per condannare l’orrore del 7 ottobre, la presa di quegli ostaggi in nome della quale si è lasciato che Gaza venisse rasa al suolo, dimostrando una volontà finalmente diversa? Spostare l’attenzione in questa direzione significherebbe trattare la società palestinese da adulta, riconoscerne la responsabilità politica, e trarne le dovute conclusioni.


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay