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Prima di ospitarti in B&B, dimmi che cosa pensi d’Israele
Due strutture ricettive della provincia di Siena comunicano a turiste israeliane la propria posizione su Israele e sul BDS. In un caso l’ospitalità passa attraverso un esame politico; nell’altro sembra bastare la nazionalità dell’ospite. Quando l’identità diventa una presunzione ideologica, la trasparenza smette di informare e

“Mi scusi. Vedo che è israeliana. Per trasparenza, sosteniamo la campagna BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni n.d.r.)”.
Il messaggio arriva su WhatsApp a una donna che aveva prenotato due notti in Val d’Orcia, dal 21 al 23 settembre, per festeggiare i suoi trent’anni con i genitori. Aveva scritto al B&B soltanto per chiedere se potesse pagare sul posto.
Secondo quanto riferito dalla viaggiatrice al Jerusalem Post, il gestore le aveva suggerito di annullare la prenotazione online e rifarla direttamente; poi aveva letto i suoi dati. Nel messaggio seguono la solidarietà con il popolo palestinese e l’impegno a non contribuire in alcun modo alle violazioni dei diritti fondamentali. In chiusura: spero che capisca. Nessuno le ha detto che non poteva dormire lì. Le hanno comunicato una posizione, e ha capito da sola.
A fine maggio, sempre in provincia di Siena, un altro albergatore aveva scritto a un’altra turista israeliana: se non condividete la politica del vostro governo siete i benvenuti; se la condividete, sapete come la penso; e se volete annullare, non vi addebito nulla.
Viene dai Verdi, è stato assessore alla pace e alla cooperazione internazionale, si definisce pacifista e respinge l’accusa di antisemitismo. Ha precisato di non essere tra quelli che dicono: «Boicotto Israele, non viene nessuno». Le ho detto come la penso, poi decideva lei. Non c’è motivo di dubitarne.
Tra i due messaggi è successo qualcosa. Quello di maggio conteneva un esame scritto: una domanda sola sulla politica del governo altrui. Chi rispondeva bene era benvenuto. Quello di settembre non formula più domande, perché la risposta si ricava dai dati.
Nel primo caso c’era ancora un colloquio motivazionale; nel secondo basta la prenotazione. La procedura è stata digitalizzata.
La parola da seguire è trasparenza. In un’attività ricettiva significa di solito avvertire che la caldaia perde o che l’ultimo chilometro è sterrato: informazioni che servono a chi arriva. Qui l’informazione riguarda chi ospita e ciò che dichiara.

Dieci anni di lenzuola pulite richiedono dieci anni; una posizione politica si controlla in tre secondi. La trasparenza ha anche un vantaggio amministrativo: elimina il contraddittorio.
Interpellato dal Jerusalem Post, il B&B ha risposto che l’ospitalità lì è sacra, ma che sacri sono anche la libertà e il diritto dei popoli all’autodeterminazione, e che il turismo è uno strumento di scambio soltanto se davvero etico.
Sulla sacralità non c’è nulla da obiettare. Il guaio è che l’ospitalità è tra le pochissime virtù che non esistono se non come comportamento: non si può essere ospitali per iscritto, e tantomeno a condizione.
Quest’estate al cinema abbiamo ripassato una vecchia regola greca: allo straniero si dava da mangiare prima di chiedergli chi fosse. Abbiamo trovato il modo di invertire l’ordine.
La parola l’hanno prodotta secoli di persone che aprivano la porta a chi bussava, e da quel deposito è stata poi ricavata; ma la parola, da sola, non ha mai aperto una porta. L’ospitalità ha questo difetto: non accetta autocertificazioni.
Ammetto di conoscere la scorciatoia. Mi è capitato di cercare, prima di leggere un autore, che cosa avesse detto su una certa questione. Non per informarmi: per sapere se dovessi leggerlo. È la stessa operazione, con il vantaggio che nessuno resta senza letto.
La turista racconta che la recensione è sparita dalla scheda insieme a quelle dei suoi amici. Alla fine, forse per trasparenza, non è rimasto scritto niente.
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