Società, cultura, storia e idee

Qualche garbato dubbio sulla canonizzazione di Guccini

Nel cordoglio unanime per Francesco Guccini, Alessandro Tedesco è una voce fuori dal coro che mette in discussione la sua canonizzazione artistica: alla forza letteraria dei testi contrappone la povertà armonica, leggendo nel suo successo il riflesso di un’Italia che troppo spesso scambia la tristezza per

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco09/08/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura930 parole
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Nel cordoglio unanime per Francesco Guccini, Alessandro Tedesco è una voce fuori dal coro che mette in discussione la sua canonizzazione artistica: alla forza letteraria dei testi contrappone la povertà armonica, leggendo nel suo successo il riflesso di un’Italia che troppo spesso scambia la tristezza per profondità e la monotonia per grande arte.


Nel grande teatro del cordoglio a reti unificate, la morte di Francesco Guccini ha innescato l’ennesima liturgia collettiva. Tutti lo piangono, tutti si stracciano le vesti per la scomparsa del “grande cantautore”, del poeta con la chitarra, dell’ultimo faro morale di una generazione. Di fronte alla scomparsa dell’uomo, il rispetto umano è ovviamente assoluto, sincero e doveroso. Ma se dal lutto passiamo all’analisi prettamente artistica, a costo di attirare gli strali dei custodi del tempio, devo confessare una distanza incolmabile.

Sia chiaro: nessuno intende negare l’evidenza letteraria. Certi suoi testi erano splendide narrazioni, lampi di profonda poesia e acute riflessioni sulla realtà. Eppure, musicalmente parlando, l’ho sempre trovato stancamente monotono e poco inventivo. Più che di banalità, si tratta di una povertà armonica cronica. Accordi basici, reiterati all’infinito su architetture folk che scimmiottavano il blues dei campi di cotone americani, ma scelti come mero e rassicurante tappeto sonoro. I suoi difensori diranno che questa piattezza era una scelta funzionale, un modo per privilegiare l’oralità e dare risalto alla narrazione. Legittimo. Ma all’ascolto questa rinuncia alla dinamica si traduceva in una cantilena sfiancante. Basta prendere un inno intoccabile come “La locomotiva”: un testo potentissimo, certo, ma appoggiato su una sequenza di accordi di chitarra acustica così circolare e monotona che, unita a quell’incedere greve, finisce per trasformarsi in un mantra che confina con lo sfinimento emotivo.

Il successo di questa formula è la perfetta radiografia di una certa patologia culturale. Noi italiani, o almeno una vasta fetta della nostra intellighenzia, abbiamo un disperato bisogno di tristezza. Ci crogioliamo nel lamento autocompiaciuto. Lo aveva inquadrato con spietata lucidità Madonna, anni fa, ospite di Fabio Fazio: “Voi italiani amate la tristezza”. Aveva drammaticamente ragione. Guccini è stato il sommo sacerdote di questa malinconia, il megafono di chi scambiava sistematicamente la tetraggine per profondità.

Per fortuna, la musica italiana non è solo questo. Giganti come Paolo Conte e Lucio Dalla sono la dimostrazione di quanto possa essere geniale una canzone che narra la strada, i bar e la vita senza dover per forza annegare nella filosofia da osteria e nella depressione. Non a caso, durante la lectio magistralis per la sua laurea ad honorem a Bologna, Dalla ricordò magistralmente quanto poco il testo aulico, filosofico e letterario avesse a che fare con la musica, spiegando che “il testo di una canzone non è una poesia… usa la lingua di tutti i giorni, la lingua della strada”. Loro sapevano essere profondi restando leggeri, ironici, swinganti: esattamente il contrario della tetraggine elevata a sistema.

E che nessuno mi accusi di snobismo verso la forma-canzone in sé. La canzone è un’arte nobilissima e ha regole spietate che rifuggono la cattedra. I Beatles ci hanno insegnato che bastano due paroline in croce, un “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, per creare un capolavoro assoluto, così come ai grandi bluesmen del Delta bastava ripetere all’infinito che il treno stava passando per evocare mondi interi. La canzone esige carne e sintesi. Se guardiamo a Fabrizio De André — o, oltre confine, a giganti come Bob Dylan, Johnny Cash e Nick Drake — troviamo artisti capaci di far sanguinare la chitarra esattamente come il vocabolario e di comprendere fino in fondo questa dualità. Pur partendo dal testo, De André si spinse sempre più verso una ricerca armonica e orchestrale raffinata, evolvendosi. Guccini, al contrario, ha sacrificato la musica sull’altare di un’oralità nuda, da comizio.

Da qui sorge spontaneo il mio interrogativo: se la tua forza è l’intelletto e la tua musica è solo un accompagnamento di servizio, perché non limitarsi a scrivere libri? La risposta è ovvia: vestire i panni del cantore popolare gli ha garantito un pubblico, un’aura e una cassa di risonanza che la semplice pagina stampata non gli avrebbe mai dato. Ma il prezzo da pagare per questa scelta è stato una perenne stagnazione sonora.

Il cantautorato gucciniano aveva una sua forza propulsiva e sociale negli anni del Sessantotto, quando quella formula intercettava un bisogno reale di aggregazione. Poi il tempo è andato avanti e lui è rimasto il monumento di se stesso, prigioniero del proprio cliché. La presentazione di Canzoni da intorto alla Bocciofila Martesana di Milano resta, in questo senso, un sipario perfetto: un passaggio malinconico, tra un bianchino e una bocciata, per un’arte rifugiata nella nostalgia.

So benissimo di essere fuori dal coro. In un Paese che non tollera deviazioni durante le canonizzazioni mediatiche, le critiche pioveranno. Pazienza. Non si scrive per compiacere il senso comune, ma per ricordare quanto spesso scambiamo l’abitudine per genialità e la monotonia per grande arte.


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