Politica globale e sistemi di potere
Quegli intellettuali severi critici della democrazia ma mansueti con i regimi
Un amico mi passa il link al manifesto “Scienziati contro il riarmo”, promosso da Carlo Rovelli e Flavio Del Santo. Scommetto con me stesso, prima di leggere, su cosa vi troverò e cosa non vi troverò: si parlerà di un’Europa guerrafondaia, si minimizzerà il militarismo russo,


Un amico mi passa il link al manifesto “Scienziati contro il riarmo”, promosso da Carlo Rovelli e Flavio Del Santo. Scommetto con me stesso, prima di leggere, su cosa vi troverò e cosa non vi troverò: si parlerà di un’Europa guerrafondaia, si minimizzerà il militarismo russo, si ignorerà completamente il tema dei paesi baltici e si concluderà con un pensierino edificante tipo “se vuoi la pace, prepara la pace”. Clicco sul link e scorro i righi: incredibilmente ho azzeccato tutte le previsioni. Cerco le parole “Putin”, “aggressione” e “invasione”: non ci sono. Alla fine, compare il “si vis pacem para pacem”.

Non posseggo arti divinatorie. Ormai gli schemi di ragionamento degli intellettuali antioccidentali, spietati con le democrazie liberali ma critici mansueti dei regimi illiberali, sono consolidati e, confesso, mi annoiano molto. Confesso, ancora, di essermi più o meno divertito a prenderli in giro nel recente passato, qualche volta mi sono perfino indignato. Mi sono spesso chiesto come sia stato possibile che uomini e donne di alto ingegno abbiano negato o minimizzato l’orrore dei regimi totalitari, nazifascisti e comunisti.
Com’è possibile che oggi, persone mentalmente dotate, accusino l’Europa di “furia bellicista” e fabbrichino puntualmente per Putin una serie di attenuanti. Com’è possibile che noti scienziati si astengano sul voto tra democrazie e autocrazie. Com’è possibile che degli accademici scrivano sui social di sentirsi più minacciati da Ursula von der Leyen che da Vladimir Putin (frase che tra l’altro riecheggia l’uscita salviniana “Scambio mezzo Putin con due Mattarella”: peccato che l’accademico auto-percepito di sinistra non lo ricordi).

Oggi, ripeto, tutto ciò mi interessa meno di ieri. Dobbiamo parlarne, certo, magari stigmatizzare, ma senza il cruccio, l’ansia, di voler capire più di tanto dove stia la logica in certe posizioni. A mio avviso, infatti, tutto può essere spiegato a partire dalla differenza tra “pensiero” e “intelligenza”.
Pur conoscendola teoricamente, ho fatto fatica ad accettarla praticamente per molto tempo. Il fatto è che pensiero e intelligenza non coincidono. Se immaginiamo l’intelligenza come un cerchio, questo può avere il pensiero come una sorta di sottile corona esterna, che può comunicare solo debolmente la propria forza al centro della figura. Dribblo subito l’obiezione: cosa intendi per intelligenza e cosa per pensiero?
È molto difficile dare una definizione, eppure spesso e volentieri dobbiamo orientarci nella vita senza riuscire a definire con certezza ciò che maneggiamo. Non posso attendere una definizione di “vita” prima di uscire di casa, né di “amore” prima di chiedere a una donna di uscire: a volte la nave devi costruirla navigando.
Anche se non abbiamo una definizione di intelligenza, la riconosciamo se la vediamo: è più o meno quella capacità di utilizzare in modo appropriato certi mezzi, secondo una logica di causa ed effetto, per raggiungere efficacemente uno scopo. Su questa linea io posso lavare efficacemente dei piatti, così come posso eventualmente costruire una bomba atomica che funzioni. L’intelligenza è capace di cose enormi e affascinanti.
E cos’è il pensiero? Anche qui, in via approssimativa, potremmo dire che è quel dialogo di me con me, a partire dal quale distinguo, nelle varie situazioni della vita, non ciò che è più utile per giungere a uno scopo, ma cos’è bene e cos’è male in una tale situazione.
Non il “bene” e il “male” in sé: pensare, insomma, significa giudicare autonomamente, nella realtà frammentata e confusa, in modo da porre gli scopi conseguenti. Se non penso, assumo gli scopi di qualcun altro, a mio rischio e pericolo. Talvolta il deficit di pensiero può allargarsi a una buona parte della società e allora sono dolori.
È la grande lezione di Hannah Arendt, la quale, osservando il nazista Eichmann processato per il suo crimine, individuava nella disabitudine a pensare di quel soggetto, la causa dell’incapacità di assumersi la responsabilità dei propri atti, peraltro, tragico a dirsi, tutti intelligentemente efficaci. La stessa filosofa, dunque, ne concludeva, attraverso lunghe e penetranti analisi, che l’attitudine a discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato è strettamente connessa con l’attitudine a pensare: quest’ultima è la premessa di quella.
Questo livello della nostra vita interiore è talmente importante che “l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto (…) nei rari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi”. Naturalmente – giova chiarirlo – nessuno sta affermando una continuità diretta tra i volenterosi carnefici di Hitler e odierni opinionisti più o meno famosi, dediti allo strabismo ideologico, ci mancherebbe. Interessa la consonanza della dinamica, estrapolata dai contesti.
È per tutti questi motivi che la capacità scientifica, in qualsiasi campo si esprima, non è sufficiente per fare di un uomo una persona capace di amministrare saggiamente una comunità o di riconoscere un tiranno quando lo vede. Può darsi che il canale del giudizio sia otturato da un pensiero in stagnazione. Ed è per tutti questi motivi che dovremmo forse smetterla di sorprenderci se uno bravo a districarsi in equazioni affrontabili solo da un migliaio di esseri umani nel mondo, o qualcuno che conosce a menadito intere biblioteche di storia, non è capace di vedere che è Tizio che lancia le bombe a Caio, e non viceversa.
Oppure se, assieme all’Ucraina, dà per persa anche la Russia (senza rendersene conto, tra l’altro), dal momento che, rifiutandosi di preferire le democrazie alle dittature (se non astrattamente, s’intende), ha subdolamente deciso che i russi non devono voler vivere in un paese con elezioni decentemente libere e giornalisti decentemente vivi: “Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà quanto voi” ha scritto Anna Politkovskaja, in un libro, “La Russia di Putin”, prima di essere ammazzata dal presidente russo.
Ovviamente l’intelligenza non può mai lavorare in modo totalmente separato dal pensiero, e questo a volte può ammalarsi al punto tale che l’intelligenza costruisce teoremi perfettamente coerenti nella loro logica interna quanto mostruosamente fallaci.
Si tratta, quindi, di due piani del nostro spirito che dovrebbero andare in equilibrio ma non sempre è così, e allora le cose si mettono male. Se è importante occuparsi delle uscite infelici degli ideologi, lo è ancora di più, forse, dedicarsi ad allenare la propria facoltà di giudizio e promuoverla in altri. In altri tempi avremmo detto “coltivare la sapienza”.
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