Politica globale e sistemi di potere
Reform UK, i Verdi britannici e l’AfD tedesca. I partiti con il testimonial perfetto
Tre partiti lontanissimi per storia, ideologia e geografia, eppure accomunati da un’unica logica: scegliere leader la cui biografia contraddice il messaggio politico e lo rende difendibile. Non conta più solo cosa si dice, ma chi lo dice, e quanto la sua immagine riesca a trasformare una


Tre partiti lontanissimi per storia, ideologia e geografia, eppure accomunati da un’unica logica: scegliere leader la cui biografia contraddice il messaggio politico e lo rende difendibile. Non conta più solo cosa si dice, ma chi lo dice, e quanto la sua immagine riesca a trasformare una posizione controversa in qualcosa di socialmente accettabile.
Che cosa hanno in comune Reform UK, i Verdi britannici e l’AfD tedesca?
Non il contenuto dei programmi. Due sono di estrema destra, uno di estrema sinistra. Non la nazionalità. Due sono britannici, uno tedesco. Non la vicinanza a Mosca. I Verdi britannici hanno scarsa simpatia per Putin. E allora?
Quello che accomuna questi tre partiti riguarda non ciò che dicono, ma chi scelgono per dirlo.
Partiamo da Reform Uk.
Il presidente, Zia Yusuf, è musulmano di origine sudasiatica (Sri Lanka). Fu a causa di una lite tra lui e l’ultra-nazionalista Rupert Lowe che quest’ultimo fu messo alla porta da Nigel Farage, nonostante Lowe incarnasse perfettamente la linea del partito. Reform poteva fare a meno di lui ma non di Yusuf.
Perché?
Yousuf si è formato nel mondo della finanza e dell’imprenditoria, con una traiettoria perfetta per dimostrare che l’integrazione funziona per chi vuole integrarsi. Il tipo di storia che piace a tutti: alla destra, perché non vuole essere accusata di razzismo; ai moderati perché dimostra che l’origine non è destino. Una biografia, si direbbe, progettata per conquistare il centro.
È lui, più che Nigel Farage, il volto di Reform UK. il partito che ha fatto dell’immigrazione la propria ragione d’essere. Perfetto, no?
Il messaggio implicito è che, se un uomo con quella storia è qui, con noi, a sostenere questa piattaforma, allora non possiamo essere ciò che i nostri avversari dicono che siamo. Noi siamo inclusivi. La nostra non è xenofobia: vogliamo solo difendere la nostra cultura. La prova è lui, lì davanti a voi.
È una forma di ventriloquismo politico. Il partito parla attraverso una voce che sembra smentire ciò che dice. E chi vuole contestare l’ideologia di base si trova costretto a spiegare perché la presenza di Yusuf non basti, ma richiede un’argomentazione verbale, mentre il contro-argomento visivo è istantaneo.
E ora i Verdi.
Zack Polanski è il segretario ebreo di un partito apertamente antisionista, con un vice segretario musulmano che non ha mai nascosto le sue simpatie per Hamas e che ha addirittura organizzato manifestazioni a difesa della Repubblica islamica.
Zack Polanski è un altro testimonial perfetto: un ebreo che critica apertamente Israele. Ed è proprio lui a incarnare una linea politica che chiunque altro difficilmente potrebbe sostenere senza pagare un prezzo reputazionale. Pensiamo a Jeremy Corbyn, accusato di antisemitismo. Polanski dice le stesse cose di Corbyn ma con lui l’accusa è più difficile. Come si accusa un ebreo di antisemitismo? Dire: “non basta”, non è sufficiente. Occorrerebbe prima spiegare perché l’origine non costituisca uno scudo. E nel tempo impiegato per spiegare, il messaggio è già transitato. Sì, è già stati accantonati nelle disquisizioni assurde.
Il caso di Polanski è dunque analogo a quello di Yusuf. La piattaforma è opposta, il meccanismo è identico. In entrambi i casi, il leader porta con sé una biografia che rende l’accusa più ovvia più difficile da formulare. In entrambi i casi, l’identità personale è il dispositivo centrale. Yusuf scuda Reform UK dall’accusa di razzismo. Polanski scuda i Verdi dall’accusa di antisemitismo. I partiti sono agli antipodi; la logica è la stessa.
Infine, AfD.
Alice Weidel, leader di un partito ultra-xenofobo con fin troppi echi del nazional socialismo, è una donna, dichiaratamente omosessuale, con una compagna oroginaria di Sri Lanka.
Anche qui, vale la stessa logica dei primi due casi. Weidel è la testimonial perfetta: una figura che contraddice l’immaginario che i suoi avversari proiettano sul partito che guida. L’AfD viene descritta come maschile, eterosessuale, etnonazionalista, ossessionata dalla purezza identitaria. Il suo volto pubblico è una donna omosessuale con una compagna dalla pelle scura. Se Yusuf incarna la traiettoria che Reform UK vorrebbe negare agli altri, e Polanski porta una memoria che i Verdi usano come scudo, Weidel fa qualcosa di ancora più radicale: incarna una contraddizione così visibile, così difficile da ignorare, da renderla impossibile da usare contro il partito senza sembrare in malafede.
La domanda ovvia è: come può l’AfD tollerarlo? La risposta è che non lo tollera: lo sfrutta.
Weidel non nasconde nulla. E quella visibilità è l’argomento politico. Il messaggio è che un partito capace di avere lei come leader non può essere ciò che i suoi avversari dicono che sia.
La dissonanza sta tutta qui: ciò che Weidel promuove come modello identitario – e ciò che è e mostra. Non è un’eccezione che indebolisce la linea, ma un’esposizione che la rende negabile. Il partito afferma un principio e, nello stesso tempo, lo mette in scena nella sua violazione: così può sostenerlo e difendersene insieme. È una vera e propria strategia di comunicazione.
E allora subentra un’altra domanda: cos’altro accomuna questi partiti? perché la loro strategia di comunicazione è così simile?
Sono tutte forze anti-establishment, nate per scardinare la politica tradizionale, minare le forze storiche, e polarizzare il dibattito. Tutte lo fanno partendo dallo scardinamento della comunicazione, creando una contrapposizione dadaista tra immagine e messaggio.
In apparenza sono formazioni simili ad altri partiti populisti, ma con loro il populismo compie un salto di livello. Non si limita a intercettare ciò che l’elettorato vuole sentirsi dire. Costruisce ciò che è disposto a vedere: una cornice in cui far passare ciò che, presentato diversamente, faticherebbe a essere tollerato.
È un populismo che non semplifica la realtà, ma la sdoppia: da una parte il messaggio, netto, identitario, divisivo; dall’altra l’immagine, ambigua, dissonante, apparentemente inclusiva. E proprio in quella frattura si apre lo spazio politico che questi partiti occupano: un luogo in cui la contraddizione piuttosto che essere un limite, è la condizione della loro efficacia.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908
Condividi












Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.