Antisemitismo

Religione, popolo, terra: il nucleo identitario dell’ebraismo e l’ombra lunga dell’antisemitismo

L'ebraismo è l'unica religione strettamente legata al concetto di popolo e di terra. Un intreccio che, nei secoli, ha generato ostilità e persecuzioni. Oggi, antichi pregiudizi tornano a manifestarsi, colpendo indistintamente ebrei israeliani e della diaspora. C'è un aspetto poco discusso quando si parla di antisemitismo,

Stefano PipernoStefano Piperno23/04/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura867 parole

L’ebraismo è l’unica religione strettamente legata al concetto di popolo e di terra. Un intreccio che, nei secoli, ha generato ostilità e persecuzioni. Oggi, antichi pregiudizi tornano a manifestarsi, colpendo indistintamente ebrei israeliani e della diaspora.


C’è un aspetto poco discusso quando si parla di antisemitismo, un elemento che ha agito in passato e continua ancora oggi a influenzare l’avversione verso gli ebrei.

Proviamo ad analizzare questo fatto prescindendo dagli eventi geopolitici in atto e dalla storia recente che li ha preceduti.

La religione ebraica e il concetto di popolo

La religione ebraica rappresenta un caso unico nella storia: è la sola a essere strettamente legata al concetto di popolo e della sua terra, un retaggio di epoche in cui ogni civiltà aveva la propria religione — Assiri, Egiziani, Greci, Romani e così via.

Solo in tempi relativamente recenti rispetto alla storia ancestrale dell’umanità, alcune religioni hanno oltrepassato i confini geografici ed etnici, spesso sostenute dal potere politico, dalle armi o da forme di proselitismo più o meno coercitivo.

Essere cattolici non significa essere italiani, né musulmani essere arabi sauditi, né buddhisti appartenere a un popolo specifico. Solo l’induismo conserva un legame con una dimensione etnico-culturale, ma senza l’idea di appartenenza a un popolo”eletto”.

Il significato di”eletto”

Ed è proprio su questo termine che conviene soffermarsi.”Eletto” è una traduzione capziosa del latino electus, participio passato di eligere, che significa semplicemente”scegliere”.

Nel racconto biblico, infatti, il patto tra Dio e Abramo non implica una superiorità, ma l’assunzione di una funzione: quella di testimoniare, in un mondo dominato dall’idolatria, l’esistenza di un unico Dio.

Per questo compito viene promessa la ricompensa di una terra, ma insieme, l’obbligo di osservare comandamenti rigorosi, destinati a fungere da esempio per tutti gli altri popoli. Si configura così un’identità in cui religione, terra, appartenenza e memoria storica si intrecciano profondamente.

La diaspora e il legame con Gerusalemme

Questo è il fondamento dell’ebraismo: ovunque si trovi, l’ebreo resta parte di un popolo, legato a una tradizione comune e a una terra che conserva un valore simbolico e religioso.

Non a caso, nella diaspora, la Pasqua ebraica dura un giorno in più rispetto a Israele, e in quella giornata aggiuntiva si ripete una formula che attraversa i secoli:”Oggi qui, domani a Gerusalemme”.

Anche nel rapporto con la morte si ritrova questa continuità: la sepoltura è definitiva, non sono ammesse pratiche come la riduzione delle ossa o la traslazione della salma, se non in un caso altamente significativo, quello della sepoltura a Gerusalemme.

L’assenza di proselitismo

In questo contesto si comprende anche l’assenza di proselitismo: l’ebraismo non ha mai cercato di espandersi attraverso conversioni di massa e, anzi, ha sempre previsto percorsi di conversione complessi, basati su una verifica profonda delle motivazioni e su un lungo periodo di formazione.

L’insieme di questi elementi è stato spesso indicato come uno dei fattori che hanno contribuito, nel corso della storia, alla percezione di una distanza — talvolta interpretata come incompatibilità e ripulsa — tra le comunità ebraiche e le società circostanti. Da qui anche il ripetersi, nei secoli, di ostilità e persecuzioni: dalla diaspora alle accuse di deicidio e ai miti dei sacrifici rituali, dalle espulsioni, ai ghetti, dai pogrom fino alla Shoah.

Odi mai sopiti

La nascita dello Stato di Israele e i conflitti che lo hanno accompagnato hanno riportato in superficie veri e propri odi mai del tutto sopiti. Oggi, in molti contesti, l’ostilità si manifesta nuovamente in forma esplicita, colpendo sia gli ebrei israeliani sia quelli della diaspora, spesso considerati indistintamente come parte di un unico soggetto collettivo e quindi ritenuti corresponsabili delle azioni del governo di uno Stato sovrano.

È importante, tuttavia, distinguere tra la critica politica — legittima — e le scelte di un governo e il pregiudizio malevolo nei confronti di un intero popolo o di una religione. La confusione tra questi due piani alimenta rancori e risveglia pregiudizi malevoli, contribuendo a perpetuare dinamiche che la storia ha già mostrato nella loro pericolosità.

Le interpretazioni del fenomeno

Le interpretazioni di questo fenomeno restano diverse. Alcuni attribuiscono questa specificità dell’ebraismo alla volontà di preservare una forte identità, anche a costo di una limitata assimilazione, o meglio del suo rifiuto. Altri leggono con sospetto o usurpazione la presenza di individui ebrei in posizioni di rilievo in determinati ambiti pubblici. Altri ancora aderiscono a visioni complottistiche, immaginando l’esistenza di reti di influenza occulte.

Al di là delle fantasiose interpretazioni, resta il dato di una lunga storia segnata da persecuzioni.

Per quanto oggi si osserva, è difficile intravedere nel breve periodo un’inversione di tendenza.


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