Israele

Se per il Vaticano le “guerre mediorientali” condizionano il dialogo con gli ebrei

Il Vaticano celebra sessant’anni di dialogo ebraico-cristiano e riconosce che le guerre mediorientali lo hanno «messo a dura prova». Ma perché il rapporto con gli ebrei dovrebbe dipendere dalle azioni dello Stato d’Israele? L’antico esame di buona condotta sembra non finire mai.

Se per il Vaticano le "guerre mediorientali" condizionano il dialogo con gli ebrei
Filippo PipernoFilippo Piperno17/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura762 parole

Il Vaticano ha trovato il modo più elegante per comunicare agli ebrei che il dialogo con loro resta irreversibile, purché Israele non lo renda troppo scomodo.

La nota Un cammino di speranza, pubblicata in occasione dei sessant’anni della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, assicura che «i pilastri del dialogo» costruiti in questi decenni sono rimasti saldi. Prima, però, informa che i conflitti scoppiati in Medio Oriente hanno «lasciato il segno» sui rapporti ebraico-cristiani e che molti canali di comunicazione sono stati «messi a dura prova».

Il documento non nomina Gaza. Non nomina Israele. Non nomina Hamas e, soprattutto, non nomina il 7 ottobre. La prudenza diplomatica evita ogni riferimento diretto, ma non riesce a nascondere la sequenza politica: dopo il massacro degli israeliani e durante la guerra intrapresa da Israele, il dialogo con gli ebrei si sarebbe improvvisamente complicato.

Resta da capire perché.

Il problema non è che il Vaticano abbia affrontato il Medio Oriente: sarebbe stato impossibile non farlo. Il problema è che lo abbia fatto in modo tanto generico da sovrapporre tre soggetti diversi: il governo d’Israele, gli israeliani e gli ebrei. Se si voleva parlare della guerra, occorreva parlare della guerra, delle sue cause e delle sue responsabilità. Trasferirne invece le conseguenze sul dialogo ebraico-cristiano significa lasciare che a risponderne siano, ancora una volta, gli ebrei in quanto tali.

Nostra Aetate non fu un trattato di amicizia tra il Vaticano e il governo israeliano. Fu il tentativo, tardivo ma rivoluzionario, di chiudere una parte della storia cristiana segnata dall’accusa di deicidio, dalla teologia della sostituzione, dalle conversioni forzate, dalle espulsioni, dai ghetti e da secoli di predicazione antiebraica. Il dialogo non venne concesso agli ebrei come premio per la condotta internazionale dello Stato nato nel 1948. Nacque dal riconoscimento di un legame religioso e da un debito storico della cristianità.

Se quel rapporto può essere «messo a dura prova» dalle azioni del governo israeliano, significa però che il vecchio meccanismo non è scomparso del tutto. L’ebreo torna a essere convocato davanti al tribunale della storia e chiamato a rispondere di ciò che fanno altri ebrei, a migliaia di chilometri di distanza. Non importa che viva a Roma, Parigi o New York, che sostenga Netanyahu oppure lo detesti. Israele agisce e il dialogo con lui entra in crisi.

È precisamente la dinamica che il Vaticano dovrebbe riconoscere prima e meglio di chiunque altro. Nessuno sospenderebbe il dialogo con il cristianesimo per un bombardamento compiuto da uno Stato cristiano. Nessuno chiederebbe a un cattolico italiano di dissociarsi dalle operazioni militari americane prima di ammetterlo a un convegno interreligioso. Nessuno considererebbe i rapporti con i musulmani dipendenti dalla politica estera dell’Arabia Saudita.

Su quest’ultimo punto, anzi, il documento usa una cura particolare. Condanna l’islamofobia e avverte che essa non distingue la violenza estremista dalla vita quotidiana della grande maggioranza dei musulmani. Giustissimo. Ma quella distinzione, formulata con tanta chiarezza per l’islam, sembra diventare più sfumata quando si passa agli ebrei. Il terrorismo islamista non deve essere attribuito ai musulmani; la guerra di Israele, invece, può lasciare il segno sul dialogo con l’ebraismo.

È un’asimmetria sorprendente, soprattutto perché il 7 ottobre avrebbe potuto offrire al Vaticano l’occasione per dire esattamente il contrario: che nessuna controversia su Israele autorizza a rimettere in discussione il rapporto con gli ebrei; che una guerra fra Stati, eserciti e organizzazioni terroristiche non modifica di una virgola ciò che la Chiesa ha compreso sulla propria storia; che l’antisemitismo non diventa più presentabile quando indossa una kefiah e sostituisce la parola «ebreo» con «sionista».

La nota afferma che la lotta contro l’antisemitismo è una responsabilità condivisa da cristiani ed ebrei. Anche questa formula merita attenzione. Gli ebrei, in effetti, hanno combattuto l’antisemitismo con una certa continuità. Non sempre si può dire lo stesso della cristianità, che per secoli ha contribuito a costruirne il vocabolario religioso, sociale e politico. Presentare oggi quella battaglia come un compito equamente ripartito è uno di quei piccoli miracoli contabili nei quali un debito storico viene trasformato in una responsabilità comune.

Naturalmente il documento contiene affermazioni importanti. Ribadisce l’unicità del rapporto con l’ebraismo, condanna l’odio antiebraico e rifiuta che le tensioni presenti cancellino sessant’anni di lavoro. Ma proprio per questo il riferimento alle guerre mediorientali appare fuori posto. Se il legame è davvero particolare e irreversibile, non può essere periodicamente sottoposto alla prova della politica israeliana.

Sessant’anni dopo Nostra Aetate, il Vaticano assicura dunque che il dialogo resiste. È una buona notizia. Sarebbe ancora migliore se gli ebrei non dovessero ogni volta scoprire come si deve comportare Israele per conservarlo.

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