Antisemitismo

Sei ebreo? Prima dissociati da Israele, poi se ne parla

In Spagna gli episodi antisemiti aumentano sia nelle segnalazioni dell’Osservatorio sia nei dati delle forze di sicurezza. Il fenomeno più inquietante è la richiesta rivolta agli ebrei di pronunciarsi su Israele per essere accettati negli ambienti culturali, accademici e professionali: una forma aggiornata di responsabilità collettiva.

Sei ebreo? Prima dissociati da Israele, poi se ne parla
Filippo PipernoFilippo Piperno06/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura846 parole

Prima di accettarti, invitarti o continuare a lavorare con te, vogliono sapere che cosa pensi d’Israele. Se sei ebreo, la domanda non è considerata indiscreta: diventa un esame politico.

Devi condannare, dissociarti, pronunciare le parole previste. Altrimenti, il silenzio può essere interpretato come complicità.

È la dinamica più inquietante descritta nel nuovo rapporto sull’antisemitismo in Spagna, presentato il 2 settembre dalla Federazione delle comunità ebraiche spagnole e dal Movimiento contra la Intolerancia.

Nel 2025 l’Observatorio de Antisemitismo ha registrato 221 presunti episodi antisemiti, contro i 193 dell’anno precedente: un aumento del 14,51 per cento. I mesi con più segnalazioni sono stati ottobre, settembre e luglio.

La cifra comprende realtà molto diverse: vandalismi, minacce, discriminazioni, messaggi d’odio, esclusioni e fatti riferiti direttamente dalle persone coinvolte.

Non si tratta quindi di 221 reati accertati né del risultato di un campionamento statistico. È la raccolta degli episodi arrivati all’Osservatorio attraverso denunce, testimonianze e fonti pubbliche.

Il dato delle autorità è più ristretto, ma la crescita è ancora più netta. Nel 2025 le forze di sicurezza spagnole hanno registrato e indagato 69 reati o incidenti d’odio antisemiti, contro i 37 del 2024: un aumento dell’86,5 per cento.

Neppure questi 69 fatti equivalgono ad altrettante condanne, ma provengono da una rilevazione pubblica indipendente da quella delle organizzazioni ebraiche.

Le due contabilità non possono essere sommate o sovrapposte. Dicono però la stessa cosa: il fenomeno cresce.

Il passaggio più significativo del rapporto ha un titolo quasi burocratico: «Obbligo di prendere posizione sul conflitto».

In ambienti accademici, culturali e professionali, scrive l’Observatorio, alcune persone sarebbero state costrette, esplicitamente o implicitamente, a pronunciarsi pubblicamente su Israele per essere accettate, partecipare a un’iniziativa o mantenere la propria appartenenza a un gruppo.

Il principio è semplice: l’ebreo non viene più giudicato soltanto per ciò che fa. Deve dimostrare di avere assunto la posizione”ortodossa” su uno Stato straniero. La sua neutralità non è ammessa; il suo silenzio diventa sospetto; la dissociazione funziona come lasciapassare.

Fra le testimonianze raccolte compare quella di un professionista del settore nautico di Ibiza, che afferma di essere stato escluso da diversi gruppi professionali su WhatsApp dopo avere sostenuto il diritto di Israele a difendersi, con possibili conseguenze sul lavoro.

Due donne raccontano invece di essere entrate in un negozio di Madrid per acquistare una scheda telefonica e di essere state cacciate quando il titolare, controllando i passaporti, si è accorto che erano israeliane.

Altri due partecipanti ebrei riferiscono di essere stati allontanati da un evento a Salamanca perché portavano una bandiera israeliana, mentre persone con simboli arabi erano rimaste.

Sono racconti ricevuti dall’Osservatorio, non sentenze. Il rapporto li distingue dagli episodi documentati attraverso atti pubblici.

La loro successione descrive però un meccanismo riconoscibile: origine ebraica o israeliana, domanda politica, giudizio morale, possibile esclusione.

In una conversazione riprodotta nel documento, qualcuno domanda se possa esibirsi a Tàrrega chi «nega il genocidio a Gaza». La risposta è ancora più esplicita: chi non condanna il genocidio o l’apartheid non dovrebbe essere accettato nel collettivo, né lavorare, né beneficiare di opportunità negate ai palestinesi.

Non viene contestato un comportamento professionale. Si stabilisce un requisito ideologico.

Il rapporto colloca questi episodi all’interno di una mobilitazione nazionale che nel 2025 ha prodotto conseguenze visibili.

Le proteste contro la partecipazione della Israel-Premier Tech portarono all’interruzione della tappa conclusiva della Vuelta e alla cancellazione della premiazione. L’emittente pubblica RTVE decise invece che la Spagna non avrebbe partecipato all’Eurovision 2026 se Israele fosse rimasto in gara.

Una protesta contro una squadra o una decisione presa da una televisione non dimostrano, da sole, ostilità verso gli ebrei. Il punto interessante è il passaggio successivo: l’esclusione di Israele diventa un criterio socialmente rispettabile e viene trasferita dallo Stato alle istituzioni, dalle istituzioni ai rapporti professionali, dai rapporti professionali alle persone.

A quel punto «israeliano» non indica più soltanto una nazionalità ed «ebreo» non indica soltanto un’appartenenza religiosa o culturale. Entrambi diventano qualifiche politiche da sottoporre a verifica.

È una responsabilità collettiva distribuita per prossimità. Il governo israeliano agisce; l’artista ebreo deve dissociarsi. L’esercito combatte; il professionista deve condannare. Israele viene accusato; il cittadino spagnolo ebreo deve dimostrare di non essere complice.

Nessun altro gruppo viene normalmente sottoposto a un simile esame. Non si domanda a un cinese di condannare Pechino prima di partecipare a un festival, a un turco di prendere le distanze da Erdogan prima di lavorare, a un iraniano di denunciare gli ayatollah prima di entrare in un collettivo.

Pretenderlo sarebbe immediatamente riconosciuto come discriminatorio.

Con gli ebrei, invece, la pretesa riesce ancora una volta nella storia a presentarsi come virtù.

Questa dinamica, che ovviamente non è solo spagnola, rovescia una spiegazione molto in voga. Non sempre l’ostilità verso gli ebrei nasce come conseguenza dell’ostilità verso Israele. Molto spesso viene prima e trova in Israele una giustificazione contemporanea, un lessico rispettabile e una licenza politica.

Quando ogni ebreo viene chiamato a rispondere per Israele, mentre Israele viene caricato di colpe destinate a ricadere su ogni ebreo, non siamo più davanti a due fenomeni distinti che occasionalmente si sovrappongono. Siamo davanti al più antico dei pregiudizi collettivi, aggiornato al linguaggio del nostro tempo.

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