Regno Unito

Starmer e l’asimmetria tra realtà e racconto mediatico

Forse un giorno verranno scritti dei trattati sull'odio verso Keir Starmer. Difficile stabilire quanto pesi l'operazione mediatica, quanto agiscano fattori più profondi, o se la prima, facendo leva sui secondi, abbia prodotto qualcosa che somiglia a una dissociazione collettiva dalla realtà. Il caso Starmer solleva una

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti21/05/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura770 parole
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Forse un giorno verranno scritti dei trattati sull’odio verso Keir Starmer. Difficile stabilire quanto pesi l’operazione mediatica, quanto agiscano fattori più profondi, o se la prima, facendo leva sui secondi, abbia prodotto qualcosa che somiglia a una dissociazione collettiva dalla realtà. Il caso Starmer solleva una domanda che riguarda l’intera democrazia occidentale: cosa resta della legittimità elettorale quando la percezione del potere viene costruita — e distrutta — prima ancora che un governo cominci?


Sull’odio irrazionale verso il Primo Ministro britannico Keir Starmer, forse un giorno verranno scritti dei trattati. Difficile dire quanto pesi l’operazione mediatica, o quanto invece agiscano fattori più profondi. Oppure se la prima, facendo leva sui secondi, abbia finito per produrre una dinamica che somiglia a una forma di dissociazione collettiva dalla realtà.

Nel caso di Starmer si è assistito a 22 mesi di martellamento, in cui qualunque sua azione è stata letta attraverso una lente ostile, proveniente in larga parte dalla stampa di destra ma anche da quella progressista. Perché Starmer, che piaceva agli iscritti del Labour e agli elettori che gli avevano garantito un’ampia maggioranza parlamentare, non era gradito alla stampa di sinistra, che non gli ha mai perdonato la virata centrista. Da qui, un insolito punto di convergenza tra media opposti, che ha finito per produrre una lettura negativa uniforme, contribuendo a una saldatura tra narrazione giornalistica e percezione pubblica.

A questo si è aggiunta l’azione di attori esterni: deepfake, campagne virali capaci di moltiplicarsi sulle piattaforme social fino a deformare il discorso pubblico. E poi le rivolte dell’estrema destra contro gli hotel che ospitavano migranti appena dieci giorni dopo l’insediamento, come se un governo appena formato potesse esserne responsabile. Il punto, era destabilizzare Starmer prima ancora che cominciasse. 

Poi gli scandali e gli spin mediatici: alcuni reali ma triviali, come quello dei regali ai deputati, pratica di cui Westminster non è mai stata innocente,  altri costruiti attraverso un rovesciamento della realtà, come nel caso delle grooming gangs, dove l’uomo che, da procuratore, aveva contribuito ad arresti e condanne veniva descritto come colui che avrebbe occultato il fenomeno. E poi altre polemiche, fino al caso Mandelson, in cui le responsabilità politiche di Starmer esistevano, ma in misura circoscritta.

Eppure, tutto questo non basta a spiegare il livello di ostilità che lo circonda. Perché il fenomeno sembra toccare una trasformazione più profonda della politica contemporanea: l’incapacità di tollerare figure che non incarnino una forma di teatralità carismatica o antagonismo identitario. In questo quadro, la sobrietà amministrativa diventa un limite narrativo. 

L’anti-populista Starmer è troppo sobrio per entusiasmare, troppo moderato per sopravvivere agli algoritmi. Era stato accusato di essere morbido sull’immigrazione. 22 mesi dopo, l’ha ridotta del 70%, ha chiuso gli hotel utilizzati per ospitare i richiedenti asilo e ridotto gli sbarchi. Ha ridotto le liste d’attesa della sanità, ha aumentato il potere d’acquisto dei cittadini, ha portato l’economia britannica a registrare la maggiore crescita del G7 nel primo trimestre del 2026, pari allo 0,6% del Pil. Non basta perché l’ostilità verso il premier precede i fatti e sopravvive ai numeri. 

Ed è nella dissociazione tra la realtà empirica e la percezione che la democrazia vacilla. Starmer non viene giudicato per ciò che fa, ma per ciò che deve rappresentare nel racconto collettivo. Così, il suo caso diventa un monito per ogni leader occidentale: un premier sottoposto a una pressione mediatica costante, indipendentemente dagli esiti delle sue politiche, può essere dichiarato “finito” per pura dinamica narrativa. Il paese e i bisogni reali dei cittadini sfumano sullo sfondo, e il voto alle urne diventa meno rilevante di un sondaggio settimanale, influenzato dal clima mediatico che lo precede.

Ed è questo il nodo: che cosa resta della democrazia quando la legittimità di un leader non viene sancita da un mandato elettorale, ma dai sondaggi, e quando la percezione della leadership è prodotta da media che non si limitano a descrivere il potere, ma mirano a definirlo? 


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