Società, cultura, storia e idee
Storia del sionismo in quattro atti. Contro l’impero, dentro il conflitto
Terza di quattro puntate dedicate alla storia del sionismo: dalle origini dell’autoemancipazione ebraica alle sue diverse correnti, dalla nascita di Israele ai conflitti e alle controversie che ne accompagnano la storia.

Dal Libro Bianco britannico alla lotta contro il Mandato, la nascita di Israele attraversa lo scontro con Londra e il fallimento delle proposte di spartizione. Il rifiuto arabo e le guerre successive irrigidiscono il conflitto. Nel “muro di ferro” di Jabotinsky emerge una visione spietata, che riconosce però agli arabi quella dignità nazionale spesso negata agli ebrei.
Parte terza di 4. Qui la prima e la seconda.
Se il Sionismo fosse stato un’estensione dell’imperialismo britannico, la sua storia tra il 1939 e il 1948 non avrebbe senso, sarebbe incomprensibile. Mediante il Libro Bianco del maggio 1939 Londra limitò l’immigrazione ebraica a 75.000 persone nell’arco di cinque anni e restrinse gli acquisti di terra: ciò avvenne nel momento esatto in cui, per gli ebrei d’Europa, emigrare costituiva questione di vita o di morte.
Alla vigilia della guerra la Gran Bretagna aveva optato per assicurarsi il favore del mondo arabo, e il Sionismo ne pagò il prezzo. Le navi di profughi respinte, l’internamento a Cipro, la vicenda dell’“Exodus” nel 1947 sono gli episodi di uno scontro aperto tra il movimento nazionale ebraico e la potenza mandataria.
Ben Gurion fissò la posizione dello Yishuv in una formula rimasta celebre: “Combatteremo la guerra come se non esistesse il Libro Bianco, e il Libro Bianco come se non esistesse la guerra” (D. Ben Gurion, dichiarazione del settembre 1939).
Dopo il 1945 la Haganah, l’Irgun e il Lehi condussero, con metodi diversi e spesso in aspro conflitto fra loro, una lotta armata che rese il Mandato ingovernabile: i metodi dell’Irgun e del Lehi, dall’attentato al King David all’assassinio di Lord Moyne, furono condannati dalla dirigenza sionista ufficiale e restano una pagina oscura. Ma la loro stessa esistenza conferma il dato strutturale: Israele nacque contro l’impero, non come sua emanazione.
Infatti, non è casuale che negli anni Cinquanta e Sessanta molti movimenti anticoloniali, in Africa e in Asia, guardassero a Israele come a un modello. A ciò si aggiunga un fatto demografico spesso rimosso: circa la metà degli ebrei israeliani discende da comunità del Nord Africa e del Medio Oriente. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone che, negli anni successivi al 1948, lasciarono, in larga parte sotto pressione violenta, paesi arabi in cui vivevano da secoli.
Descrivere Israele come una proiezione dell’Europa coloniale non solo è risibile, è immorale: equivale a cancellare metà della sua popolazione.
Resta da comprendere, ed è parte ancora palpitantemente viva e d’attualità, per quale ragione la nascita di questo Stato abbia coinciso con una guerra che non è mai davvero terminata. In uno spazio forzosamente ridotto è possibile solo fare accenni, indicare tracce.
La storia del conflitto è anche la storia di una serie di compromessi proposti e del modo asimmetrico in cui furono accolti. Nel 1937 la Commissione Peel propose per la prima volta la spartizione, con un territorio ebraico esiguo, poco più della Galilea e della fascia costiera: la dirigenza sionista, dopo un dibattito lacerante, accettò il principio pur contestandone i confini; la leadership araba, guidata dal Gran Mufti Amin al-Husseini, lo respinse invece in blocco, e la rivolta proseguì.
Come si sa, dieci anni più tardi, il 29 novembre 1947, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181: due Stati, uno ebraico e uno arabo, e Gerusalemme sotto regime internazionale (Assemblea generale delle Nazioni Unite, risoluzione 181 (II), 29 novembre 1947).
L’Agenzia Ebraica accettò, benché lo Stato ebraico perdesse Gerusalemme e comprendesse una vasta minoranza araba; l’Alto Comitato Arabo e la Lega Araba respinsero il piano e annunciarono che lo avrebbero impedito con la forza. Ne seguì dapprima una guerra civile, poi, il 15 maggio 1948, all’indomani della dichiarazione d’indipendenza, l’invasione degli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq e Libano.
Domandarsi che cosa sarebbe accaduto qualora la spartizione fosse stata accettata non costituisce affatto un esercizio ozioso; talvolta i “se” e i “ma” hanno un peso circostanziale: dal 1948 sarebbe esistito uno Stato arabo palestinese, non vi sarebbe stata la guerra da cui nacque il problema dei profughi, né l’annessione giordana della Cisgiordania e l’amministrazione egiziana di Gaza, né quindi la conquista israeliana di quei territori nel 1967.
Il rifiuto del 1947, inoltre, non fu un incidente isolato. La medesima logica ricompare nella risoluzione di Khartoum del settembre 1967, con i suoi tre no: “nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, nessun negoziato con esso” (Risoluzione del vertice della Lega Araba di Khartoum, 1° settembre 1967). Ricompare, in forme più ambigue, nel naufragio di Camp David nel 2000 e nella mancata risposta alla proposta Olmert del 2008.
Che il nazionalismo israeliano si sia forzosamente irrigidito anche in risposta a tale ostilità è tesi facile da motivare. Ne offre la prova, paradossalmente, il più duro dei suoi teorici.
Nel 1923 Jabotinsky scriveva che “ogni popolazione indigena del mondo resiste ai coloni finché nutre la minima speranza di potersi liberare dal pericolo di essere colonizzata” (V. Jabotinsky, O železnoj stene (“Sul muro di ferro”), in Rassvet [periodico in lingua russa di fondamentale importanza nella storia del movimento sionista, pubblicato a Odessa, poi a San Pietroburgo, Berlino e infine Parigi], 4 novembre 1923).
Gli arabi, soggiungeva, non erano una plebe da comprare ma un popolo vivo, e proprio per questo non avrebbero mai accettato il Sionismo di loro volontà: soltanto un “muro di ferro” li avrebbe indotti un giorno a trattare.
Trattasi di una visione spietata, il cui lessico può apparire apertamente coloniale; eppure essa riconosce all’avversario una dignità nazionale che gran parte del nazionalismo arabo ha negato agli ebrei, considerandoli una comunità religiosa e non un popolo. In quel diniego, più che in qualunque disegno espansionista, si rinviene forse la radice più profonda del conflitto.
Fine della terza parte.
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