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Su Gaza e Israele, l’Onu e Amnesty International censurano le voci fuori dal coro
Le voci interne che contestano il pensiero dominante su Israele e Gaza sembrano pagare un prezzo elevato. I casi di Alice Edwards e Alice Wairimu Nderitu all’ONU e la sospensione della sezione israeliana di Amnesty mostrano un preoccupante sbilanciamento ideologico. Nel maggio 2026, un rapporto di


Le voci interne che contestano il pensiero dominante su Israele e Gaza sembrano pagare un prezzo elevato. I casi di Alice Edwards e Alice Wairimu Nderitu all’ONU e la sospensione della sezione israeliana di Amnesty mostrano un preoccupante sbilanciamento ideologico.
Nel maggio 2026, un rapporto di 104 pagine stilato da UN Watch ha rivelato che su 59 relatori speciali delle Nazioni Unite, almeno 13 hanno dato prova di un atteggiamento incompatibile con l’etica professionale e di avere dei conflitti d’interesse di natura economica, che comprendevano compensi ricevuti da Russia, Cina e altri paesi autoritari.
Nonostante ciò, all’ONU sembra che le figure maggiormente emarginate siano quelle che invece mettono al primo posto la loro professionalità e imparzialità, senza piegarsi al pensiero dominante.
Il caso Alice Edwards
Sono rivelatorie in tal senso le dichiarazioni della giurista australiana Alice Edwards, relatrice speciale ONU sulla tortura. Secondo la rivista “The Forward”, a giugno la Edwards ha accusato diversi suoi colleghi di aver cercato di impedire la pubblicazione di una sua lettera nel gennaio 2024, nella quale documentava le violenze commesse da Hamas durante i massacri il 7 ottobre.
La lettera dettagliava le accuse di tortura, violenza sessuale e altri abusi commessi il 7 ottobre. Secondo la Edwards, i colleghi avevano fornito un ampio feedback sulle bozze della lettera, rimuovendo alcuni elementi dalla versione finale.
“Tutti i commenti di queste persone erano stati presi in considerazione”, ha detto, aggiungendo che “la lettera si è notevolmente accorciata”.
Anche dopo queste revisioni, ha spiegato, l’unico suo pari a co-firmare la lettera prima che venisse inviata è stato il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni sommarie, Morris Tidball-Binz.
Altri relatori speciali e gruppi di lavoro che avevano espresso interesse a firmarla, ha detto la Edwards, “hanno ricevuto anch’essi intimidazioni da altri perché non firmassero”.
Il consigliere rimosso
Quello della relatrice australiana non costituisce un caso isolato. Nel novembre 2024, il “Wall Street Journal” ha affermato che la mediatrice keniota Alice Wairimu Nderitu, già consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, sarebbe stata sollevata dal suo incarico per aver detto che i fatti di Gaza non costituivano un genocidio.
L’ONU ha negato che fossero queste le motivazioni, e tuttavia il quotidiano americano ha sottolineato che in genere il segretario generale tende a rinnovare i contratti di questi funzionari alla scadenza del mandato.
Il fatto che proprio nel caso della Nderitu ciò non sia avvenuto, mentre per Francesca Albanese e altri con posizioni antisraeliane invece sì, rende difficile pensare ad una coincidenza.
Epurazioni interne ad Amnesty
A parte l’ONU, questo sbilanciamento ideologico si vede anche nell’operato di Amnesty International, che ha accusato ripetutamente Israele di genocidio.
Se per attaccare Israele gli sono bastati pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023, al contrario per accusare Hamas di crimini contro l’umanità ci hanno messo più di due anni, pubblicando un documento in tal senso solo nel dicembre 2025.
Nel gennaio 2025, l’organizzazione ha deciso di sospendere la propria sezione israeliana. Come riportato dal “New York Post”, la ragione era che Amnesty International Israele aveva criticato duramente un report nel quale l’organizzazione centrale accusava Israele di commettere un genocidio a Gaza.
Il risultato è che la loro divisione israeliana è stata accusata di aver fomentato “razzismo anti-palestinese” e sospesa per due anni.
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