Democrazie e sistemi politici

Tre modi di guardare le guerre di oggi (e perché non funzionano)

Tra guerre aperte, tifoserie ideologiche e un’opinione pubblica sempre più polarizzata, il quadro internazionale appare dominato da letture opposte e certezze fragili. Sullo sfondo, una domanda scomoda: siamo davvero al riparo, o ci stiamo solo raccontando di esserlo? C’è un vecchio adagio, romanescamente cinico, che recita:

Stefano PipernoStefano Piperno08/04/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura999 parole

Tra guerre aperte, tifoserie ideologiche e un’opinione pubblica sempre più polarizzata, il quadro internazionale appare dominato da letture opposte e certezze fragili. Sullo sfondo, una domanda scomoda: siamo davvero al riparo, o ci stiamo solo raccontando di esserlo?


C’è un vecchio adagio, romanescamente cinico, che recita: “Viva la Francia, viva la Spagna, purché se magna”, che si adatta molto bene alla ribollente situazione attuale del mondo e alle conseguenti reazioni di un’opinione pubblica mai così divisa da molti anni.

I temi sono ben noti: Ucraina, Iran, Israele, Trump, Putin, Netanyahu ed eclissi dell’Europa. Le posizioni sono molto articolate, proviamo a sintetizzarle relativamente ai maggiori punti di crisi.

Ci sono i sostenitori della pace senza aggettivi, dal Papa alla sinistra arcobaleno, che riconoscono l’esistenza di buoni e cattivi, ma ritengono che i buoni, o sedicenti tali, non siano privi di colpe passate e presenti e che i cattivi, o supposti tali, bisogna capirli e convincerli. In ogni caso, tutto deve essere regolato dal diritto internazionale e dalle istituzioni ad esso preposte, in primis le Nazioni Unite.

La seconda categoria è quella relativa ai sostenitori dell’aforisma citato, i quali sono paragonabili a quegli inquilini di un condominio che, chiusa la porta del proprio appartamento, non vogliono problemi, disposti a qualunque compromesso, pure a cedere il posto macchina assegnato in cortile al vicino di pianerottolo rissoso.

All’opposto troviamo coloro che sono convinti che i cattivi vadano combattuti fino a eliminarli dalla faccia della terra con ogni mezzo, anche preventivo, e comunque per costoro vale il detto latino: “Si vis pacem, para bellum”.

La storia insegna che le tre categorie sono applicabili a molte vicende belliche, dall’esito che può dare ragione all’una o all’altra, spesso per il sopravvenire di eventi imprevedibili o causati dalla sorte favorevole o avversa.

Attualmente le guerre in atto non sembrano avere esiti certi, al di là dei wishful thinking e delle previsioni più azzardate e divergenti, nonché delle loro conseguenze sul piano economico e geopolitico.

L’informazione rispecchia questo stato di cose, riversando sul pubblico tesi opposte, tutto e il contrario di tutto, ma la forma più deleteria è riportare i comunicati dei contendenti, viziati dalla propaganda di guerra, il che, invece di informare, aizza e rassicura le tifoserie.

Dunque, per ora non se ne esce in alcun senso; mancano le risposte a domande fondamentali, che però possiamo porre.

A noi europei interessa che gli ucraini siano liberi e autodeterminati? È giusto che l’Iran non sia una minaccia vitale per Israele? Il Medio Oriente, nel suo insieme, lo è per il resto del mondo? Quanto è pericoloso Trump? Israele, sotto la guida del governo Netanyahu, sta smarrendo la sua natura democratica?

I sostenitori delle varie tesi, sostanzialmente politiche, danno risposte diverse e opposte, tutte basate su supposti esiti che ancora non si intravedono.

Chi avrebbe scommesso in favore di Churchill, alla fine del ’40, sull’esito della guerra che opponeva il solo Impero britannico alla Germania hitleriana che con la “Blitzkrieg” aveva occupato mezza Europa continentale e minacciava di invadere l’isola britannica?

Tra i vari teatri di guerra e i temi sul tappeto vale la pena di approfondire il più scottante e controverso, cioè Israele.

La recente pronuncia della Knesset che ha introdotto la pena di morte per i reati di terrorismo, in pratica riservata ai palestinesi di Cisgiordania e Gaza, ha creato sconcerto e delusione anche nei sostenitori più fervidi delle ragioni dello Stato ebraico.

Anche in questo caso, così unico, si possono esprimere due opposte considerazioni, tralasciando l’idea di alcuni, non pochi in verità, della illegittimità stessa dell’esistenza di Israele.

Da una parte abbiamo coloro che sostengono che Israele rappresenta l’unico baluardo all’antisemitismo rinascente e che quindi bisogna guardare con comprensione alla piega illiberale che sta prendendo, pressato com’è da una guerra esistenziale.

Sulla sponda opposta, chi osteggia il disinteresse dell’attuale governo israeliano per le opinioni pubbliche occidentali di paesi dove risiedono molti ebrei sottoposti ad attenzioni sempre più malevole.

L’esempio israeliano è utile per classificare le due sponde delle idee fondamentali che si contrappongono.

Hic et nunc, non prendiamoci pena di ciò che avviene fuori di casa nostra, livore per i disturbatori tipo Trump che fanno mancare i carburanti con le loro iniziative strampalate che non raggiungono risultati, non approdando a nulla.

Ma se domani le guerre dall’Ucraina e dal Medio Oriente si estendessero fino a noi? Questa è la domanda che si pongono i sostenitori della resistenza ucraina all’invasione russa e agli attacchi preventivi all’Iran di Israele e USA.

Nel ’41 il Giappone attaccò proditoriamente l’America a Pearl Harbor perché dipendeva per l’80% da forniture di petrolio dagli USA, che da mesi avevano imposto l’embargo e il blocco dei beni, a causa dell’espansione giapponese in Cina e nel Sud-est asiatico.

Chi non aveva scommesso sull’esito della Seconda guerra mondiale a fine ’40, nel ’41, dopo l’entrata in guerra degli USA e l’invasione tedesca dell’URSS, forse si pentì di non aver scommesso su Churchill.

È la lezione più semplice e più difficile: gli eventi storici non sono lineari, e le certezze del presente sono spesso illusorie. E forse la più pericolosa è proprio quella di considerarsi al riparo, dicendo di sì a tutti.


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