Stati Uniti e spazio atlantico
Trump, due uomini in guerra e un funerale
Nel giorno dei funerali di Lindsey Graham, Zelensky e Netanyahu arrivano alla Casa Bianca come alleati costretti a comportarsi da postulanti. Con Trump, la politica estera americana non riconosce più garanzie permanenti, ma soltanto controparti, interessi e affari da negoziare. Ieri alla Casa Bianca Donald Trump



Nel giorno dei funerali di Lindsey Graham, Zelensky e Netanyahu arrivano alla Casa Bianca come alleati costretti a comportarsi da postulanti. Con Trump, la politica estera americana non riconosce più garanzie permanenti, ma soltanto controparti, interessi e affari da negoziare.
Ieri alla Casa Bianca Donald Trump ha ricevuto due uomini in guerra. Prima Volodymyr Zelensky, poi Benjamin Netanyahu. Incontri separati, agende separate, comunicati separati. La portavoce Karoline Leavitt li ha archiviati con la formula di rito: positivi e produttivi. Ma il vero appuntamento della giornata non era nello Studio Ovale. Era un funerale.
Zelensky e Netanyahu erano a Washington per le esequie di Lindsey Graham, il senatore repubblicano morto l’11 luglio. Graham era molte cose, non tutte commendevoli: un falco spesso sopra le righe, un politico capace di giravolte spettacolari. Ma era anche l’ultimo esemplare riconoscibile di una specie in estinzione: il repubblicano internazionalista, convinto che il sostegno americano a Israele e all’Ucraina non fossero due politiche, ma una sola idea.
Il giorno prima di morire aveva incontrato Zelensky a Kiev. Al momento della morte lavorava a un inasprimento delle sanzioni contro Mosca. Aveva passato la vita a sostenere il principio dal quale, negli ultimi anni, faceva discendere tanto la sicurezza di Gerusalemme quanto quella di Kiev: un ordine in cui l’aggressione non paga e le democrazie non vengono lasciate sole.
Ieri a Washington quell’idea è stata amministrativamente divisa in due. Ore 15.30, dossier Ucraina. Ore 17, dossier Israele. Due pratiche da evadere. Due alleati ricevuti separatamente, ciascuno chiamato a dimostrare perché la propria guerra meritasse ancora l’attenzione americana.
Il contenuto dei colloqui conferma la forma. Zelensky è uscito parlando di licenze per la produzione di intercettori Patriot e della necessità di rilanciare il processo diplomatico con Mosca: il lessico prudente di chi chiede, non di chi concorda.
Netanyahu è arrivato con il dossier iraniano sotto il braccio, a cinque mesi dall’inizio di una guerra che, almeno finora, non ha raggiunto gli obiettivi politici annunciati: Teheran non è tornata stabilmente al tavolo e lo Stretto di Hormuz resta un problema aperto.
Ma il dato più eloquente della giornata Trump lo aveva già consegnato in mattinata, commentando l’intenzione del premier israeliano di condividere intelligence sui programmi di riarmo iraniani: non ho bisogno che Bibi mi dica queste cose, me le dice perché vuole che io resti coinvolto.
Vale la pena fermarsi su questa frase, perché contiene un’intera dottrina. Un presidente americano che tratta l’intelligence di un alleato non come informazione, ma come mossa negoziale, da scontare alla luce del suo presumibile interesse, sta dicendo qualcosa che va oltre il caso specifico: nel suo mondo non esistono alleati, esistono controparti. E le controparti, per definizione, vogliono sempre qualcosa.
Il sospetto non è un incidente del metodo transazionale: è il metodo. Vale per Netanyahu come vale, da anni ormai, per Zelensky, che quella diffidenza l’ha sperimentata in forme anche più brutali.
Le due vicende tornano così a mostrare un tratto comune, senza che sia necessario forzare il paragone. Kiev e Gerusalemme combattono guerre diversissime, con storie, torti e ragioni non sovrapponibili. Ma condividono oggi la stessa condizione strutturale: dipendono da un garante che non crede alla garanzia e che misura ogni richiesta d’aiuto con il metro del proprio tornaconto immediato.
Entrambe hanno imparato a presentarsi alla Casa Bianca da alleati costretti a comportarsi come postulanti, traducendo le proprie ragioni esistenziali nel solo linguaggio che l’interlocutore riconosce: quello dell’affare.
Graham, con tutti i suoi eccessi, era la risposta vivente alla domanda che ieri aleggiava su Washington: l’America difende qualcosa oltre ai propri interessi del momento? Lui rispondeva di sì, rumorosamente, da quarant’anni.
Ieri era la ragione del viaggio di entrambi gli ospiti. Ma non era più nella stanza. E, dopo i due colloqui separati, resta la certezza che, al momento, con lui sia uscita di scena anche quella domanda.
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