Europa e Unione Europea

Trump tratta con Putin ma per i pacifisti il problema è un’Europa armata

Washington tratta con Putin e indica Zelensky come ostacolo alla pace, mentre l’Europa subisce la pressione russa e quella politica americana. I pacifisti continuano però a chiedere insieme il distacco dagli Stati Uniti e il rifiuto di una difesa europea più forte. Una contraddizione che sacrifica

Trump tratta con Putin ma per i pacifisti il problema è un'Europa armata
Alfonso LanzieriAlfonso Lanzieri12/10/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura871 parole

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato, il 10 ottobre, che l’Ucraina dovrebbe darsi un nuovo presidente, perché Volodymyr Zelensky, a suo giudizio, non avrebbe saputo cogliere le occasioni per concludere un accordo di pace con la Russia.

Il giorno precedente, Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca per consentire nuove esportazioni di diesel russo, allentando le restrizioni che colpiscono il commercio energetico di un Paese impegnato da oltre quattro anni in una guerra d’invasione contro l’Ucraina.

Il presidente americano ha inoltre attribuito agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe parte della responsabilità per l’aumento dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti. Elon Musk, dal canto suo, ha rilanciato sui social la contestazione della leadership di Zelensky. Il risultato è un paradosso soltanto apparente: mentre Washington tratta con Putin, il presidente americano presenta il presidente del Paese aggredito come un ostacolo alla pace.

Non è una novità assoluta. Trump non ha mai fatto propria, fino in fondo, la causa ucraina, che implica il riconoscimento di un principio per lui evidentemente subordinato ad altre considerazioni: il diritto di un Paese sovrano a difendersi da un’aggressione e a decidere autonomamente il proprio futuro.

La sua concezione dei rapporti internazionali, fondata sulla forza contrattuale e sulla convenienza immediata, manifesta una significativa affinità con quella di Putin, sebbene sarebbe improprio assimilare i due sistemi politici. L’affinità riguarda piuttosto l’insofferenza per i vincoli istituzionali e per un ordine internazionale nel quale la forza non dovrebbe costituire l’unico criterio di legittimazione.

In questa prospettiva occorre rileggere anche il discorso pronunciato nel febbraio 2025 a Monaco da J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, davanti ai rappresentanti della sicurezza europea. Vance indicò nelle presunte restrizioni alla libertà di espressione e nella crisi della democrazia europea una minaccia più urgente di quella rappresentata dalla Russia.

Al di là delle singole critiche, il significato politico dell’intervento era inequivocabile, e la sua eco sinistra torna a farsi sentire in questi giorni: l’Europa veniva rappresentata non tanto come un alleato da sostenere, quanto come un modello politico e culturale da correggere, se non da combattere. Se a questo aggiungiamo la disponibilità dell’amministrazione americana a esercitare pressioni sull’Ucraina mentre negozia con Mosca, diventa difficile continuare a considerare immutato il rapporto transatlantico.

Intanto, la pressione russa non si limita alla guerra combattuta sul territorio ucraino. Sabato scorso, alla “Festa dell’ottimismo” organizzata dal quotidiano Il Foglio, il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha denunciato ripetutamente la frequenza degli attacchi informatici e delle operazioni ibride che colpiscono i Paesi europei, richiamando anche i sabotaggi e le interferenze attribuiti a Mosca.

Sono forme di conflitto che mirano a destabilizzare le istituzioni, manipolare l’opinione pubblica e indebolire la coesione delle società democratiche senza ricorrere necessariamente a un’aggressione militare diretta. L’Europa, insomma, si trova esposta a una pressione che proviene da est e, sul piano politico e ideologico, anche da ovest.

Preso atto di questo orizzonte, in cui ci sono dati di fatto e non chiacchiere, sarebbe il caso di chiedere ai pacifisti nostrani – soprattutto quelli di sinistra – se non sarebbe il caso di fare un po’ di autocritica.

Da tempo sostengono, in forma più o meno esplicita, che la guerra in Ucraina sia essenzialmente uno scontro fra Stati Uniti e Russia combattuto per procura, nel quale gli ucraini pagherebbero il prezzo degli interessi altrui e l’Europa sarebbe un attore senza spina dorsale, incapace di sottrarsi alla “spirale bellicista”.

Questa interpretazione induce a considerare la resa di Kyiv, sia pure sulla base di qualche garanzia non meglio definita, una soluzione ragionevole, quasi che la sovranità ucraina fosse soltanto una pedina sacrificabile sulla scacchiera delle grandi potenze.

Proprio non si riesce a concepire che, se la Russia riuscisse a imporre con la forza la propria volontà a un Paese europeo, le conseguenze non riguarderebbero soltanto gli ucraini: investirebbero la sicurezza dell’intero continente e la credibilità di ogni garanzia internazionale.

Proprio non riescono a concepire che è l’Europa stessa l’obiettivo di Putin e di chi lo spalleggia: dividere la coesione (già di per sé non sempre solidissima) tra gli Stati europei, distruggere l’Unione Europea, indebolire il modello politico delle democrazie liberali.

Per fare tutto ciò non serve arrivare coi carri armati fino a Lisbona: basta mostrare sul campo (in Ucraina) che la democrazia non è capace di difendere sé stessa e così prosciugare la già debole connessione sentimentale tra le masse e la democrazia liberale, impoverita dagli errori delle miopi e insipide élite europee degli ultimi decenni.

Proprio non riescono a concepire, i pacifisti nostrani, che, se la morsa che vuole stritolare l’Europa da Ovest e da Est arrivasse al bersaglio grosso, il mondo sarebbe più instabile, non meno instabile, perché crescita della democrazia e aumento del bellicismo sono grandezze inversamente proporzionali.

La miopia storica dei pacifisti persiste nonostante tutto cospiri contro le loro interpretazioni. Così continuano a non riconoscere la natura del momento, perpetrando un racconto logicamente contraddittorio, in cui l’Europa dovrebbe definitivamente sganciarsi geopoliticamente dagli USA e allo stesso tempo ripudiare ogni ipotesi di potenziamento della propria capacità di difesa, in quanto contraria ai propri valori fondanti.

Così si affida la pace alla buona volontà altrui di non attaccarci.

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