Europa e Unione Europea
Mario Draghi, il fuoriclasse che resta sempre in panchina
Al meeting di CL a Rimini, ormai palcoscenico riconosciuto dal quale lanciare i messaggi sul futuro del paese, Mario Draghi con un intervento durissimo ha descritto l’attuale stato nel quale si trovano le istituzioni europee: paralizzate e incapaci di esprimere posizioni autorevoli in un mondo che


Al meeting di CL a Rimini, ormai palcoscenico riconosciuto dal quale lanciare i messaggi sul futuro del paese, Mario Draghi con un intervento durissimo ha descritto l’attuale stato nel quale si trovano le istituzioni europee: paralizzate e incapaci di esprimere posizioni autorevoli in un mondo che le richiederebbe di fronte alle costanti emergenze che si presentano, indebolite e balbettanti.
Se l’appello di Draghi sia una condanna definitiva o lasci aperta ancora la porta a qualche flebile speranza è difficile dirlo: le sue parole sono un richiamo ad una leadership forte, autorevole, capace di rappresentare l’Europa nei confronti degli Stati Uniti in particolare ma in generale in un mondo di nuovi imperi, con ben altro piglio di quello dimostrato nei recenti incontri.
Già in passato aveva indicato la via e tra le varie proposte c’era prima di tutto la revisione urgente delle regole che costringono all’unanimità per le decisioni ”sensibili” del Consiglio d’Europa, un vero percorso di semplificazione normativa, un solido pacchetto di misure per il rilancio dell’economia affinché il vecchio continente sia competitivo nei confronti di altri paesi ben più agguerriti.
In passato il plauso era stato bipartisan e quasi unanime, tranne la critica di quei soliti esponenti politici che, incapaci di capire che cosa significhi governare un paese o un consesso di nazioni e la responsabilità che questo implica, ascoltano la piazza e il rumore dei social, ma nonostante la sua popolarità e il rispetto mondiali dei quali gode tutto si è tradotto in richieste di interventi, documenti, dichiarazioni ma non in offerte di ruoli.
Nell’attuale Europa geografica e politica leader come quello tedesco o quello inglese che valutano la gravità della situazione internazionale e che cercano di portare avanti un’azione di governo nei loro paesi e fuori ragionevole e seria sono stati recentemente eletti. Ma per usare un riferimento al passato: questo sarebbe il momento dei Churchill non dei Chamberlain, questo sarebbe il momento dei numeri uno non di seppur degni e preparati numeri due.
L’impressione dopo un anno di governo è che entrambi, sia il premier inglese Starmer e che il cancelliere tedesco Merz, quest’ultimo già in gravi difficoltà interne, difficilmente potrebbero essere considerati dei leader così forti in patria e autorevoli da essere trascinanti per il resto dei paesi europei.
Questa carenza di leadership, che si traduce anche in una carenza di classe dirigente, potrebbe trovare in Mario Draghi una straordinaria risorsa per uscire dello stallo in cui si trova l’Europa.
Eppure, forse la paura di essere adombrati dalla sua presenza, il timore di dovergli il tributo di una svolta è talmente forte in chi rappresenta le istituzioni europee da impedire che la stima si traduca in un ruolo istituzionale. Per cui, tristemente, come in una frase adatta al libretto di un’opera mozartiana, si potrebbe dire “tutti l’applaudono, tutti lo cercano ma nessuno lo vuole“.
Poter contare su un capitano con la sua forza e la sua preparazione ma tenerlo in panchina non è solo un errore calcisticamente imperdonabile ma rientra in quelle scelte tra molte altre purtroppo, delle quali i responsabili dell’Europa di oggi potrebbero veramente presto e amaramente pentirsi.
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