Società, cultura, storia e idee
Un liberale può essere socialista, sionista o repubblicano. Non può essere fanatico
L’aggettivo liberale non indica una tessera di partito, ma un modo di affrontare il dissenso e di giudicare le diseguaglianze. Aiuta anche a guardare le figure del passato nel loro tempo, senza cancellarne le contraddizioni. Davanti al razzismo e all’odio, però, il confine è netto.

Nel suo ultimo libro, che in inglese si intitola”The Struggle for a Decent Politics: On ‘Liberal’ as an Adjective” (“La lotta per una politica decente: ‘liberale’ è un aggettivo”), Michael Walzer si ispira a due testi che rendono omaggio proprio a questo aggettivo. Il primo è”Socialismo liberale” di Carlo Rosselli (1930).
Il secondo è”Liberal Nationalism” della studiosa e politica israeliana Yael Tamir (1995). Ambedue”modelli esemplari, rispettivamente, di un socialismo e di un sionismo non dogmatico, democratico e pluralista” (“Che cosa significa essere liberale”, Raffaello Cortina Editore, aprile 2023).
Ma chi è, oggi, un liberale? È chi, risponde il professore emerito dell’Institute for Advanced Study di Princeton, non è fanatico e settario, ma altruista e tollerante, qualunque sia la sua ideologia e la sua religione. In altre parole, oggi i liberali sono meglio descritti in termini morali anziché in termini politici o culturali.
Una sensibilità descritta magistralmente da poeti come la polacca Wislawa Szymborska, l’israeliano Yehuda Amichai e tre americani: Philip Levine, Philip Schultz e C.K. Williams. Sono loro cinque”ad avermi insegnato qualcosa sulla compassione, sull’umorismo e sull’ironia gentile che si accompagnano all’aggettivo ‘liberale’, ma che non escludono la rabbia e un feroce realismo”.
Walzer si propone di dimostrare che il liberalismo del New Deal è la versione statunitense del liberalsocialismo europeo, e non un radicalismo estremista. Lo testimonia il modo con cui affronta il tema controverso della meritocrazia, che anche in Italia è al centro di un perenne dibattito.
Dal punto di vista dell’eguaglianza, non c’è nulla di sbagliato – sostiene – nell’assegnare posizioni nei servizi pubblici, in un’università o in un ospedale, a uomini e donne di talento e competenti, presupponendo una procedura di selezione non corrotta dal denaro o dal potere, dalla razza o dal sesso. Anche se occorre sempre guardarsi da quella che Shakespeare chiamava”l’insolenza della carica”.
Lo stesso vale per chi si candida a una funzione di governo. Ma non si dovrebbe mai prendere in considerazione niente di simile all’idea di John Stuart Mill, e cioè di dare un doppio voto a chi è laureato in quanto le sue conoscenze lo rendono politicamente più saggio. Non è così:”Conosco persone molto istruite che sono degli idioti politici. Le persone colte dovrebbero essere rispettate nei propri campi, dove il loro sapere è pertinente, ma non altrove, dove non lo è”.
In”Sfere di giustizia” (1983), Walzer si chiedeva:”Quanta diseguaglianza è compatibile con una società giusta?”. Quarant’anni dopo ritorna su quella speranza con argomenti che forse risulteranno indigesti alle sinistre”pauperiste”. Se un imprenditore di successo – sottolinea – può permettersi una vacanza più costosa della mia, la differenza di reddito non è un’offesa a un malinteso egualitarismo. Se invece può acquistare cure mediche a me inaccessibili, questo è ingiusto.
Avere più soldi di un altro non è un crimine. Non si dovrebbe poter comprare un giudice, un senatore, o (auspicabilmente) armi ad alto potenziale offensivo, o cibi contaminati. E il mercato va certamente regolato. Ma”non ho mai compreso la critica della sinistra al consumismo, come se ci fosse qualcosa di sbagliato nel fare acquisti o nel desiderio di cose belle. […] Mio padre gestiva una gioielleria e mi raccontò storie di famiglie di operai siderurgici che venivano a comprare una collana o un braccialetto per le loro figlie sedicenni: erano acquirenti orgogliosi. Una conquista che in troppi a sinistra non apprezzano”.
Walzer dedica uno dei capitoli più interessanti del suo libro a un episodio forse poco conosciuto. David Ben Gurion nel 1958 rivolse a una cinquantina di intellettuali, i”Saggi di Israele”, una cruciale domanda: Chi è ebreo? Il quesito all’epoca assunse un carattere di estrema urgenza a causa della cosiddetta”Legge del ritorno”, la norma che, in contrasto con la tradizione talmudica (“Halakhah”), consentiva anche a chi non era figlio di madre ebrea o a chi non aveva completato il percorso di conversione di ricevere la cittadinanza israeliana.
La risposta (maggioritaria) degli studiosi fu che non era necessario porre la domanda poiché la religione dice che solo il figlio di una madre ebrea è un ebreo. Classe 1935, ebreo newyorkese, studente di un’università ebraica, la Brandeis, Walzer era ovviamente molto interessato alle accese discussioni che animavano la Knesset, in particolar modo sull’accettazione dei figli dei matrimoni misti, ossia di madre non ebrea.
Nel 1957 si era imbarcato con la moglie su una nave diretta a Haifa. Unici passeggeri paganti, gli altri erano rifugiati egiziani che avevano lasciato il loro paese dopo la crisi di Suez del 1956, e rifugiati polacchi costretti all’esilio dopo che le riforme di Gomulka avevano reintrodotto l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali. Gli egiziani erano ebrei ortodossi, i polacchi erano ebrei comunisti.
Il viaggio lo convinse che perfino la vecchia massima”Anche un ebreo che commette peccato rimane sempre un ebreo” esprimeva un orientamento liberale. Il temperamento dell’ebreo liberale, osserva inoltre Walzer, mal si concilia con una concezione”lacrimosa” della storia del popolo dell’Alleanza. Perché essa è anche una storia di coraggiosa innovazione, di creatività intellettuale, di sopravvivenza collettiva contro ogni avversità.
La maggior parte degli americani pensa che i liberali di qualunque fede votino Partito democratico, anche se ci sono repubblicani che rispettano la Costituzione, credono in una magistratura indipendente, si sentono a proprio agio in una società laica e pluralista.
Ma, si chiede da ultimo il filosofo americano, come applichiamo l’aggettivo”liberale” a figure storiche che incarnano quelle che oggi consideriamo contraddizioni radicali? Voltaire si batteva coraggiosamente per la libertà religiosa dei protestanti nella Francia cattolica, ma era razzista e antisemita. Thomas Jefferson fu uno dei redattori della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, ma aveva degli schiavi. John Stuart Mill condannava ogni tentativo dello Stato di limitare la libertà di opinione, ma appoggiò il colonialismo con una visione paternalistica delle nazioni”meno avanzate” dell’Inghilterra. O, ancora, molti esponenti del pensiero liberale (non però Mill) davano per scontata l’inferiorità delle donne.
La loro reputazione è stata messa di recente sotto accusa. È diventato di moda rimproverare le colpe dei nostri antenati. Walzer, con la garbata ironia che gli è consueta, si prende gioco di questa deriva inquisitoria. E lo fa servendosi di un versetto della Bibbia su Noè che recita:”Era un virtuoso tra la sua generazione”. Era, cioè, un uomo virtuoso nel suo tempo, non un virtuoso per tutte le stagioni. Tra i suoi contemporanei, era un buon cittadino.
Così come, nella loro epoca, Voltaire era un filosofo liberale, Jefferson un repubblicano liberale e Mill un liberale puro. Mentre non è mai esistita né può esistere una teocrazia liberale, ovvero un governo liberale di sacerdoti, rabbini, imam, ayatollah. Chi parla in nome di Dio è intollerante nei confronti del dissenso. Più in generale, lo scetticismo liberale non va d’accordo con l’onniscienza divina, né l’ironia liberale con l’onnipotenza divina. Né può esistere una versione del razzismo che sia liberale – e lo stesso vale per l’antisemitismo, l’islamofobia, la misoginia e l’omofobia.
Il fanatismo e l’odio non hanno declinazioni liberali. Mentre gli intellettuali liberali non dovrebbero avere alcuna esitazione a dire non soltanto la verità al potere, ma sempre e soltanto la verità.
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