Democrazie e sistemi politici
Una (pacata) riflessione sulla disforia di genere nei minori
Negli ultimi giorni, in Italia si è tornato a parlare di disforia di genere. Il governo italiano, infatti, ha approvato una bozza di legge che regola il trattamento della disforia di genere nei minori. Il provvedimento prevede che l’uso di farmaci bloccanti della pubertà e ormoni


Negli ultimi giorni, in Italia si è tornato a parlare di disforia di genere. Il governo italiano, infatti, ha approvato una bozza di legge che regola il trattamento della disforia di genere nei minori. Il provvedimento prevede che l’uso di farmaci bloccanti della pubertà e ormoni possa avvenire solo dopo una diagnosi di un’équipe multidisciplinare e l’autorizzazione di un Comitato etico nazionale pediatrico.
Verrà inoltre creato un registro nazionale, gestito da AIFA, per monitorare prescrizioni, terapie e risultati clinici. La misura ha suscitato immancabili polemiche: c’è chi ha parlato di compressione dei diritti delle persone transgender e di schedatura da parte del governo.
Ora, non ho le competenze per entrare nei dettagli della bozza del disegno di legge e discuterlo. Può darsi si tratti di un genuino tentativo di protezione dei bambini e degli adolescenti (perché stiamo parlando di loro), oppure di un episodio di oscurantismo istituzionale. Mettiamo da parte tutto ciò, per quanto possibile. Quel che mi interessa è l’approccio culturale che abbiamo avuto nei riguardi della questione, perché forse ci offre una panoramica a tutto campo sullo spirito del tempo in cui siamo.
Negli ultimi anni, la società ha imparato a dare voce a esperienze un tempo invisibili. Tra queste, la disforia di genere nei bambini e negli adolescenti — la condizione di disagio e sofferenza derivante dalla sensazione di non coincidere con il proprio sesso biologico — è emersa con forza, chiedendo attenzione, ascolto, rispetto.
Questo è un progresso culturale importante: riconoscere la sofferenza, non ridicolizzarla, non reprimerla, è una conquista di civiltà. Ma proprio perché si tratta di un tema delicatissimo, che tocca l’identità profonda di una persona in formazione, richiede una cautela e una responsabilità ancora maggiori.
Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio del “desiderio” ha acquisito un peso enorme. Siamo molto più liberi di esprimerlo rispetto a qualche decennio fa. C’è però una convinzione erronea che va fatta emergere. Molti credono che i desideri definiscano la persona. Non è vero. Sì, il desiderio (al singolare), inteso come spinta intima dell’essere umano ad andare oltre sé, è un tratto caratteristico di ogni persona.
Si tratta però di uno slancio indeterminato, che si esprime poi in tanti desideri (al plurale), tra i quali dobbiamo districarci. I desideri, infatti, dicono qualcosa di noi (ciò che ci attrae, che ci manca, che cerchiamo), ma non coincidono con la nostra identità completa. Potrei volere la compagnia di una prostituta perché ho talmente nostalgia di qualcuno che riscaldi la mia vita, da pagare un corpo affinché me ne dia almeno l’illusione temporanea.
A volte desideriamo la cosa A, ma la chiediamo attraverso la cosa B. Quanto più tale dinamica va tenuta a mente, quando in gioco c’è un elemento cruciale per la costruzione di sé come il genere sessuale. Nel caso della disforia di genere che interessa dei minori, tra l’altro, interviene un elemento ulteriore: i trattamenti medici previsti perturbano, con una dose di irreversibilità, lo sviluppo adolescenziale tipico.
La maggiore età non porta soltanto, di norma, maggiore comprensione e autoconsapevolezza, ma anche una stabilizzazione biologica, che è essa stessa un fattore fondamentale nella nostra capacità di intendere e percepire il mondo. Tutto ciò dovrebbe spingere a una cautela che non sempre si nota nell’universo culturale e politico.
Possiamo desiderare cose che in seguito riconosciamo non essere veramente nostre. La persona si costruisce non semplicemente assecondando i desideri, ma attraversandoli, interrogandoli, imparando a capire quali sono autentici e quali provengono da illusioni, reazioni, paure. La maturità è proprio questo lavoro di discernimento.
Per questi motivi, se un bimbo di dieci anni dice ai genitori che da grande vuole fare il minatore, normalmente non viene accompagnato seduta stante in una miniera, ma gli si spiega che è una decisione che prenderà quando sarà più grande e avrà fatto maggiore esperienza.
Quando a 13 anni dissi a mio padre che nella vita avrei voluto tanto fare il camionista – ogni tanto mi portava nei suoi viaggi e mi piaceva molto – lui non rispose né sì né no. Passato qualche minuto mi raccontò che una notte, rientrato a casa dopo un trasporto, vide i primi peli spuntati sulle gambe di mio fratello che dormiva. Si accorse allora, improvvisamente, che il suo primo figlio “si era fatto grande”. Me lo disse con un rammarico che ricordo tuttora. I suoi due lavori lo tenevano tanto tempo fuori casa.
Mi suggerì di scegliere un impiego più comodo. Intuii che tutte le mie sicurezze si fondavano su una conoscenza ancora un po’ limitata, e che sarebbe stato meglio rifletterci bene. Sono certo che molti di noi possono raccontare aneddoti simili. Ciò accade anche perché, normalmente, in età infantile e adolescenziale, il desiderio è una realtà alquanto fluida, attraversata da trasformazioni psicologiche e corporee rapidissime.
È una voce che ha bisogno di essere ascoltata, ma anche interpretata, contestualizzata, mediata. Confondere ciò che un minore dice di volere in un momento della sua crescita con la sua “verità ultima” rischia di imprigionarlo in un’identità che non è ancora matura, non ancora veramente scelta. In altre parole ? questo è un punto cruciale ? al contrario di ciò che si contrabbanda un po’ troppo in giro, confermare sempre e comunque i desideri dei più piccoli non è un aiuto alla loro libertà ma esattamente il contrario. I bambini sperimentano, imitano, esplorano.
L’adolescenza è per definizione un tempo di metamorfosi: il corpo cambia, l’immagine di sé è incerta, le pressioni sociali e culturali sono fortissime. In questo turbinio, un sentimento di estraneità verso il proprio sesso biologico può emergere con intensità autentica, ma non necessariamente definitiva. Uno dei compiti degli adulti, genitori, insegnanti, terapeuti, è proprio aiutare il minore a dare un nome a questa esperienza, accompagnandolo a comprenderla nel tempo, senza fretta né imposizioni. Il rischio è duplice.
Da un lato, quello di negare o minimizzare la sofferenza: dire “è solo una fase” senza ascoltare, riducendo il disagio a capriccio o ribellione passeggera. Questo produce isolamento, dolore e discriminazione. Dall’altro lato, il rischio opposto, che oggi mi pare preponderante: prendere alla lettera e in modo immediato l’autodefinizione del minore, come se esprimere un desiderio coincidesse automaticamente con la verità della propria identità. In entrambi i casi, si tradiscono l’infanzia e l’adolescenza.
Ogni percorso di comprensione di sé ha bisogno di mediazioni: tempo, dialogo, riflessione, confronto con figure adulte capaci di accogliere senza giudicare, di far decantare senza dover concludere, ma anche di interrogare senza paura. Un bambino o un adolescente hanno diritto a tutto questo senza che il mondo adulto si affretti a cristallizzare ogni loro parola in un’etichetta definitiva, proiettando sul minore la propria ansia di posizionamento morale, anziché usare una genuina attenzione al suo bene.
Accompagnare significa sostenere il minore nel suo cammino verso la verità di sé, offrirgli strumenti per interrogarsi, protezioni contro decisioni premature, spazi sicuri per esplorare senza dover già decidere per sempre. Significa anche, in alcuni casi, riconoscere che la disforia è profonda e persistente e che occorre prendere sul serio l’ipotesi di un percorso di transizione; ma questo deve avvenire come frutto di una comprensione progressiva, non di una risposta impulsiva alle turbolenze dell’età evolutiva e alla pressione esterna.
Gli adulti hanno il dovere di custodire questo spazio di libertà per i più giovani. La verità di sé non è una sorgente trasparente dentro di noi che basta ascoltare per scoprire chi siamo. È invece il frutto che cresce sull’albero della propria storia ben ruminata. Il desiderio è sacro, ma non infallibile: questo è il cuore di ogni accompagnamento alla vita matura. Se uno è davvero adulto, almeno questo lo sa, o dovrebbe saperlo.
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