Italia: politica, istituzioni e società

Volano stracci nel campo largo. Che diventa sempre più stretto

La rivendicazione del peso elettorale del PD da parte di Elly Schlein rende evidente la fragilità del campo largo. Dall’Ucraina al ddl antisemitismo, le forze del centrosinistra esprimono posizioni incompatibili e rinviano ogni scelta decisiva. La coalizione può forse presentarsi unita alle elezioni, ma continua a

Volano stracci nel campo largo. Che diventa sempre più stretto
Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea03/10/2026Aggiornato 17/10/20268 min lettura1.704 parole

Il 2 ottobre 2026, alla direzione del Partito Democratico, Elly Schlein ha pronunciato una frase destinata a restare: “Il programma si scrive con l’alleanza, sapendo bene che in quella discussione bisogna essere inclusivi, ma anche che uno non è che vale uno. A noi non ci ha regalato niente nessuno: se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con fatica, sudore e impegno a convincere le persone una per una e che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze politiche alle europee, alle regionali e alle comunali. Generosi sì, ingenui no”.

Poche ore dopo, Giuseppe Conte replicava a margine di un evento a Frosinone: “Dopo le sue parole non c’è alternativa alle primarie. Per noi contano i cittadini”.

Benvenuti nel campo largo.

Quello scambio non è una scaramuccia tattica tra due leader che si preparano alle primarie. È il sintomo di una contraddizione strutturale che il centrosinistra italiano porta con sé da anni e che nessuno ha ancora trovato il coraggio di nominare con precisione: il campo largo non esiste come progetto politico.

Esiste come alternativa semantica al centrodestra. Tiene insieme soggetti che non condividono quasi niente sul piano programmatico, che votano in direzioni opposte su quasi tutte le questioni rilevanti e che hanno in comune solo il voler battere Giorgia Meloni. Il che è un obiettivo, non un programma di governo.

Perché Schlein ha reagito proprio ora

Per capire la dichiarazione del 2 ottobre bisogna partire da una domanda precisa: perché adesso? Schlein è segretaria del PD da oltre tre anni. La rivendicazione del peso elettorale del partito non è nuova – fonti vicine al suo staff la ripetono da mesi ai giornalisti, nella formula “da tre anni lavoriamo per costruire l’alternativa, sarebbe naturale che il PD esprimesse la leadership”. La novità non è il contenuto del messaggio. È il fatto che sia stato pronunciato pubblicamente, in direzione, con quella durezza.

La spiegazione è politologica prima ancora che comunicativa. Schlein ha spostato progressivamente il PD verso sinistra dalla sua elezione nel 2023: sulle armi all’Ucraina, sul posizionamento rispetto a M5S e AVS, sull’identità culturale del partito. Quella scelta aveva una logica precisa – intercettare l’elettorato più a sinistra, costruire un campo largo credibile, distinguersi dalla stagione draghiana. Ha prodotto invece un effetto paradossale: ha avvicinato il PD a Conte sul piano dell’identità culturale, rendendo più difficile la distinzione tra i due partiti agli occhi di un elettore di sinistra. E oggi Conte è in vantaggio sul PD nei sondaggi proprio nell’elettorato che Schlein pensava di intercettare. Secondo Il Foglio, con un turno unico, Conte arriverebbe al 43% contro il 36% di Schlein.

Il problema non è solo esterno. È interno. L’ala riformista del PD, quella che fa capo a figure come Guerini, Quartapelle e i cosiddetti “turchi” di Franceschini, ha tollerato la leadership di Schlein finché ha prodotto risultati elettorali. Quei risultati ci sono stati – il PD ha recuperato terreno alle europee del 2024 e alle amministrative del 2026. Ma la percezione crescente che Schlein stia lasciando a Conte l’iniziativa politica, che stia inseguendo il M5S invece di guidare la coalizione, ha riaperto le tensioni interne.

La direzione del 2 ottobre non era convocata solo per approvare le proposte programmatiche del PD. Era convocata per blindare la segretaria davanti alla minoranza interna, che cominciava a interrogarsi pubblicamente sul “dopo Schlein”. La dichiarazione “uno non vale uno” non è quindi una sfida a Conte per la leadership della coalizione. È una rivendicazione del peso del PD dentro il partito stesso, rivolta verso l’interno prima ancora che verso l’esterno. È la segretaria che sente tremare non la sua posizione nella coalizione, ma la sua posizione nel partito.

Il meccanismo comunicativo è però controproducente, ed è qui che la politologia incontra la comunicazione strategica. Schlein ha scelto il momento sbagliato e il frame sbagliato. Il momento sbagliato perché arriva mentre la coalizione sta cercando di definire il programma comune e una dichiarazione sul peso elettorale in quella fase suona come una pretesa di egemonia invece che come una proposta di leadership.

Il frame sbagliato per una ragione che sorprende nella sua evidenza: “uno vale uno” è il motto fondativo del M5S, quello con cui Grillo nel 2009 costruì l’identità del movimento contro le oligarchie partitocratiche. Usando la formula “uno non vale uno”, Schlein non ha solo fatto una rivendicazione aritmetica. Ha attaccato il cuore dell’identità contiana, il principio per cui ogni cittadino pesa quanto un leader di partito. E lo ha fatto nel momento in cui Conte stava cercando di riposizionarsi come voce dei cittadini contro i partiti.

Il risultato è stato un regalo comunicativo perfetto. Conte ha potuto rispondere riprendendo il proprio motto fondativo, riposizionandosi come campione della democrazia dal basso contro la pretesa egemonica del PD e usando quella dichiarazione come pretesto per ciò che voleva comunque: le primarie, dove i sondaggi lo danno in vantaggio. Schlein ha attaccato nel punto sbagliato, con lo strumento sbagliato, nel momento sbagliato. E Conte ha trasformato una sua debolezza in una mossa vincente senza doversi muovere di un centimetro.

Le divisioni che nessuno vuole vedere

Prendere sul serio il campo largo significa guardare ai fatti, non alle dichiarazioni di facciata. E i fatti dicono che questa coalizione si è spaccata sistematicamente su ogni questione che contasse.

Sull’Ucraina la spaccatura è strutturale e documentata. Quando la Camera ha votato le risoluzioni sulle missioni internazionali nel luglio 2026, il PD e il M5S hanno presentato testi incompatibili: il PD favorevole al sostegno militare pieno, M5S e AVS contrari all’invio di armi. Non è una sfumatura. È una differenza di visione del mondo.

E dentro il PD stesso la frattura era già esplosa mesi prima: quando il partito si era astenuto sulla proroga degli aiuti militari, tre deputati dem, Guerini, Quartapelle e Madia, avevano votato a favore con la maggioranza. Al Senato lo avevano fatto in sei. Una segretaria che porta il proprio partito ad astenersi sul sostegno all’Ucraina aggredita, in nome della coesione con Conte, e poi vede un pezzo consistente del gruppo parlamentare votare nella direzione opposta, non governa un partito. Gestisce una tregua armata.

Quella tregua si è incrinata di nuovo a giugno 2026, quando Goffredo Bettini, voce autorevole della sinistra dem, aveva dichiarato che “il sostegno all’Ucraina deve andare di pari passo con la ripresa del dialogo con Mosca”. La reazione interna era stata immediata: per la segretaria “testardamente unitaria”, come si autodefinisce Schlein, quadrare il cerchio non era possibile. O strapparsi dall’ala riformista o dividersi dai principali alleati.

Ha scelto di dare piena soddisfazione ai riformisti, producendo una risoluzione del PD lontana anni luce da quelle di M5S e AVS. Il campo largo sopravvive nominalmente. Nella sostanza è già diviso su uno dei principali temi di politica estera che un futuro governo si troverebbe ad affrontare.

Il cortocircuito più evidente si è manifestato con ancora più chiarezza il 14 settembre, dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici e figura vicinissima a Schlein, ha dichiarato: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori”.

Le polemiche interne sono state immediate: da Giorgio Gori a Romano Prodi, passando per Arturo Parisi. Qualcuno lo ha classificato come “errore di gioventù”, ma è evidente che il PD faccia enorme fatica a tenere assieme… il PD.

Sul ddl antisemitismo il quadro è ancora più imbarazzante. Il provvedimento era già passato al Senato il 4 marzo 2026, dove il centrosinistra aveva votato a favore o si era astenuto. Alla Camera, sullo stesso testo invariato, Schlein ha annunciato il voto contrario il 22 settembre, senza spiegare il ripensamento. Poi, dopo l’appello di Liliana Segre – “Resto incredula di fronte alle divisioni sul ddl contro l’antisemitismo” – il PD è uscito dall’aula in commissione come “segnale di rispetto”. Sullo stesso testo, in pochi mesi, dal sì all’astensione, al no, al non voto. Il campo largo ha risposto con cinque posizioni diverse.

Le reazioni interne sono state immediate: Fassino ha definito la scelta “un errore”, Verini ha espresso forte preoccupazione, la Brigata Ebraica ha parlato di “tradimento”. Per il centrodestra, l’uscita dall’aula non è stata una finezza giuridica: “Escono per non dividersi”. È una lettura scomoda. È anche quella più difficile da smentire. Passare dall’astensione al voto contrario sullo stesso testo, senza una spiegazione coerente, dopo l’appello di Segre, è una posizione calibrata sull’elettorato più che sui valori. In campagna elettorale, questo tipo di lettura fa danni strutturali.

Il paradosso della coalizione che non governa sé stessa

Esiste un termine preciso, nella letteratura politologica, per descrivere quello che il centrosinistra italiano sta vivendo: coalitional incoherence. Una coalizione incoerente non è necessariamente destinata a perdere le elezioni – può vincerle sulla spinta dell’opposizione al governo in carica, come è successo in altri contesti europei. Ma è strutturalmente incapace di governare, perché le divisioni che ha tenuto sotto traccia durante la campagna emergono immediatamente nel momento in cui deve prendere decisioni concrete.

Il campo largo italiano presenta tutte le caratteristiche cliniche di questa sindrome: partiti con constituency diverse e spesso incompatibili, nessun accordo programmatico vincolante, una leadership contesa tra due figure con visioni del mondo divergenti e una prassi consolidata di rimandare le scelte difficili in nome dell’unità.

Quella prassi ha un costo che cresce con il tempo. Ogni volta che il campo largo rimanda una decisione difficile – sull’Ucraina, sull’antisemitismo, sul programma economico – accumula un debito politico che dovrà pagare dopo le elezioni, se mai dovesse vincerle. E ogni volta che rimanda, Conte ha la possibilità di alzare il prezzo: “Le nostre battaglie di sempre devono essere accettate”, ha detto esplicitamente, ponendo condizioni che il PD non può accettare senza perdere la propria identità.

La dichiarazione di Schlein del 2 ottobre è il segnale che quella prassi del rinvio sta raggiungendo il suo limite naturale. Con le elezioni che si avvicinano, i nodi vengono al pettine. E il campo largo, quella formula comunicativa che ha tenuto insieme l’opposizione per tre anni, si scopre quello che è sempre stato: un accordo di convenienza tra soggetti che non si fidano l’uno dell’altro, non condividono il programma e hanno in comune solo l’avversario.

Campo largo. Campo stretto. Campo immaginario, forse. Di sicuro non un progetto di governo.

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