Società, cultura, storia e idee
Cristiani a nostra insaputa: l’Occidente e la memoria rimossa
Le radici cristiane delle libertà moderne e la rimozione dell’eredità da cui sono nate: una riflessione sull’identità occidentale e sull’attenzione selettiva verso i perseguitati.

Nell’aria plumbea del vecchio continente echeggia lo stanco vagito di una civiltà che sembra aver smarrito la bussola delle proprie origini, intenta com’è a brandire i feticci di un umanitarismo selettivo e a celebrare i suoi grotteschi dogmi del politicamente corretto.
Il più vasto Occidente contemporaneo ama invocare diritti, progresso e libertà individuali, ma manifesta nel contempo la volontà di rimozione sistematica, e quasi pudica, del fertile terreno cristiano che li ha generati.
Eppure, non può sfuggirci la lucidità e l’attualità della lezione di Benedetto Croce il quale, nel suo celebre saggio del 1942, afferma che “non possiamo non dirci cristiani” perché l’intera ossatura morale e civile delle società liberali è sorretta dalla più grande rivoluzione della coscienza umana.
Quella rivoluzione senza precedenti che, operando “nel centro dell’anima”, ha strappato l’uomo a una condizione quasi animalesca per consegnargli la vertigine del libero arbitrio. E della responsabilità individuale. Concetti sconosciuti all’antichità classica, che affidava tutto a leggi ed etiche puramente esteriori, e lontani dal mistero, dalla cieca obbedienza e dalla pura meditazione delle altre grandi religioni.
Non si tratta di evocare nuove forme di fideismo dogmatico, di postulare la conversione di massa o di farsi catturare dalle destre nazionaliste e sovraniste che usano la religione come instrumentum regni, ma di riconoscere un dato storico ineludibile: il cristianesimo ha rappresentato, con il suo antropocentrismo, dal quale è scaturito l’Io pensante dell’autocoscienza, uno dei più grandi momenti di rinnovamento della storia umana.
La nostra postura mentale, il nostro modo di intendere il bene, il male, la giustizia e la coscienza morale sono germogliati all’interno della cornice delineata dallo spirito cristiano.
E se il germe del totalitarismo non ha risparmiato neanche il cristianesimo, generando l’Inquisizione, la Chiesa di Roma ha saputo frapporsi al dispotismo di imperatori e re, e ha contrastato l’invasione islamica dell’Europa (come ricorda lo stesso Croce).
Bisogna però evitare di pensare (rileva Popper) nella prospettiva storicista che riconduce la volontà di Dio al successo “mondano” della Chiesa cristiana, perché questa è un’affermazione a favore del cristianesimo che denota assenza di fede.
I primi cristiani “ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa”. I martiri, che si opponevano strenuamente al governo imperiale di fronte alla pretesa di dover agire contro la loro coscienza, risultavano così i migliori promotori della conversione. Ed è per tale motivo che ad affermarsi è stato lo spirito della Chiesa perseguitata (quella dei martiri) rispetto alla Chiesa vittoriosa dell’Inquisizione.
Oggi assistiamo al paradosso di una civiltà intenta a rinnegare la propria storia. In nome del wishful thinking multiculturalista, che spaccia l’amnesia colpevole per tolleranza e l’odio di sé per laicità, si relativizza e contestualizza il significato di pratiche religiose e culturali abominevoli che nulla hanno a che spartire con il valore assoluto di ogni essere umano in quanto creato da Dio a propria immagine e somiglianza, unico e irripetibile. Principio cristiano calato, poi, sotto la forma del “personalismo”, nel costituzionalismo moderno.
Molti dei comportamenti che aborrono le conquiste di civiltà riguardano le comunità islamiche. E le principali vittime della barbarie sono le donne. Dalle spose bambine alle molestie e violenze sessuali (si pensi allo scandaloso caso delle “grooming gang” nel Regno Unito), o all’obbligo di adeguarsi a precisi codici di abbigliamento.
Quelle citate sono le necessarie conseguenze dell’impianto stesso del diritto islamico, che trova la sua unica fonte nel Corano e statuisce, sul piano giuridico, tre grandi relazioni di disuguaglianza: quella tra uomo e donna, tra musulmano e non musulmano, e la disuguaglianza tra libero e schiavo (anche se quest’ultima è in via di superamento).
E non parliamo nemmeno della possibilità di chiedere conto agli islamici dei 48 mila sanguinari attacchi terroristici che dall’11 settembre hanno causato migliaia di vittime innocenti in 70 Paesi. Il tribunale del politicamente corretto emetterebbe, seduta stante, una sentenza di condanna per islamofobia.
Non è chiaro, però, perché chiedere conto agli ebrei di qualunque nazionalità dell’operato del governo di Israele (che conduce una guerra di esistenza contro Hamas), magari rendendo pubblica abiura, non debba essere considerato una pretesa antisemita.
Sta di fatto che a proteggere i bambini musulmani dal matrimonio, dall’insegnamento del concetto di martirio, e le donne dalle violenze quotidiane è la “blasfema” lettura occidentale del Corano, non di certo l’“islam politico” che alcuni sentono l’irrefrenabile bisogno di sdoganare nelle istituzioni democratiche.
Il grande balzo in avanti dell’Occidente nella scienza, nell’economia di mercato e nelle libertà civili e politiche non è avvenuto, poi, nonostante la teologia cristiana, ma grazie a essa.
Nel suo celebre saggio, La vittoria della ragione, Rodney Stark demolisce il luogo comune della religione cristiana quale fattore di ostacolo al progresso, in particolare allo sviluppo della scienza.
Tra gli storici che riconoscono al cristianesimo un ruolo nello sviluppo occidentale, molti si limitano agli effetti positivi generati dalla Riforma protestante, azzerando, di fatto, i 1.500 anni di cristianesimo che precedono.
Nel più importante libro in materia, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, il sociologo tedesco Max Weber argomenta che solo il protestantesimo, con la sua dottrina morale della “parsimonia”, ha creato una classe di imprenditori orientati al metodico reinvestimento dei profitti con l’obiettivo di realizzare una ricchezza maggiore, rendendo possibile la svolta del capitalismo.
Il fatto è (spiega Stark) che la tesi di Weber non convince per almeno due motivi. Come rilevano gli studiosi di storia dell’economia, il saggio di Weber non è per nulla documentato nella valutazione del ventilato impatto economico della Riforma. E, poi, vi è l’evidenza storica che la nascita del capitalismo in Europa anticipa di secoli la Riforma.
In particolare, le principali caratteristiche del capitalismo si troveranno dal XII secolo in poi nelle città-stato italiane (Venezia, Genova o Firenze); e le attività produttive dei grandi monasteri cristiani costituirono i primi esempi di capitalismo.
Weber aveva dunque ragione sul fatto che la religione cristiana avesse avuto un ruolo centrale nella nascita del capitalismo in Europa, ma non sull’etica protestante quale fattore decisivo nello sviluppo dell’economia.
Il capitalismo (continua Stark) non si sviluppò uniformemente, ma prese piede solo in quegli Stati medievali europei che cominciavano a essere in odore di libertà. Gli avidi tiranni tendevano, infatti, a ostacolare l’iniziativa privata che temevano di non poter controllare.
L’idea di poter governare attraverso dei consessi di persone elette si affermò, pian piano, perché i teologi cristiani avevano introdotto nella loro analisi il concetto dell’uguaglianza e dei diritti dell’individuo, rifacendosi alla testimonianza di Gesù e all’insegnamento di san Paolo: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna; poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
Ovviamente, l’ammonimento del santo cozzava con la realtà della disuguaglianza diffusa di allora. Ma la sua era, per così dire, una dichiarazione d’intenti, ricorrente nel Nuovo Testamento, che, a partire dall’uguaglianza agli occhi di Dio, fissava dei paletti sul modo in cui le persone dovrebbero essere trattate anche nella vita terrena, ossia secondo il modello offerto da Gesù.
Il dardo dell’uguaglianza era stato scagliato nella storia dell’umanità.
Pertanto, quando si ricercano le origini della parità morale e, più in generale, dei principi a fondamento della democrazia, è riduttivo ricondurli esclusivamente ai pensatori “laici” dell’Illuminismo o al liberalismo in senso lato. Lo stesso John Locke (uno dei padri del liberalismo, nonché tra i maggiori giusnaturalisti del XVII secolo), scrive Stark, “fondò in modo esplicito la sua intera tesi sulle dottrine cristiane concernenti l’uguaglianza morale”.
Anche la scienza moderna non è nata contro la religione ma grazie a essa.
A differenza delle cosmologie orientali o del fatalismo classico (che vedevano nell’universo un ciclo eterno o un mistero insondabile), il cristianesimo ha concepito Dio come un creatore il cui mondo si basava su leggi razionali da scoprire e interpretare.
Di conseguenza, la natura non è una divinità capricciosa da temere o un’illusione da fuggire, ma un codice intelligibile che l’uomo, dotato di libero arbitrio e ragione, ha il dovere morale di decifrare.
Ed è stata proprio la concezione di un Dio logico e razionale che ha permesso alla natura di essere studiata, dando vita alla scienza moderna.
L’idea rivoluzionaria del cristianesimo sta nella sua accettazione del concetto stesso di progresso, quale conseguenza di nuove scoperte.
Sono stati i monasteri medievali e i teologi della Scolastica a superare il mito dei “Secoli bui”, a rivalutare il lavoro manuale, a inventare le prime forme di capitalismo e a legittimare il credito e il giusto profitto.
Il Medioevo non fu una parentesi buia, bensì il laboratorio di importanti innovazioni tecnologiche e morali: dai mulini ad acqua alla rotazione delle colture, fino alla monumentale abolizione della schiavitù, ignota al mondo antico.
La qualificazione della schiavitù come peccato è, infatti, unicamente presente nella teologia cristiana, anche se, di fatto, molte comunità ebraiche la rifiutavano.
Ciò fu possibile grazie al “progresso teologico” cristiano che consentì di elaborare nuove interpretazioni delle Scritture senza la necessaria accusa di eresia. Interventi inattuabili nelle altre religioni.
Nel mondo islamico (ricorda Stark) la condanna teologica della schiavitù non avvenne perché era lo stesso Maometto a comprare, vendere, catturare e possedere schiavi. E se il profeta raccomandava di trattarli bene, “non venne mai messa in dubbio la moralità dell’istituzione della schiavitù”.
L’individualismo moderno, i diritti umani, la limitazione del potere statale non sono figli di un improvviso rischiaramento illuminista, ma i frutti maturi di una pianta la cui linfa originaria è la dottrina cristiana del libero arbitrio e della dignità morale di ogni singola persona.
Eppure, di fronte a tale cammino di civilizzazione, l’Europa odierna pratica un raffinato esercizio di rimozione: si vorrebbero mantenere i frutti (la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza, i diritti inviolabili, e persino il benessere) recidendo però le radici etico-religiose che li hanno prodotti.
Questa folgorante amnesia si specchia impietosamente anche sulla scena geopolitica e mediatica, rivelando una singolare doppiezza morale.
Come emerge dalle (scarse) cronache e da alcuni recenti rapporti sulla libertà religiosa nel mondo (come quello della Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre), l’Occidente si erge a censore inflessibile o si mobilita con sdegno selettivo per determinate cause (pensiamo alla giustificata attenzione per la tragedia di Gaza), mentre mostra una scandalosa e pavida titubanza nel denunciare le stragi sistematiche, i pogrom e le persecuzioni feroci che i cristiani subiscono quotidianamente in Asia e in Africa (dal Sahel insanguinato alla Nigeria, dalla Cina all’Iran).
Nel dibattito pubblico occidentale, le cancellerie diplomatiche e lo stesso Vaticano mostrano spesso una prudenza imbarazzata o un’inspiegabile afasia nell’affrontare la “delicata” questione.
Sul perché di questa irresolutezza incombono paure e profondi condizionamenti culturali. Si teme lo scivolamento su posizioni identitarie, si teme di turbare equilibri geopolitici complessi, o si cede a un calcolo mediatico che predilige narrazioni funzionali ai circuiti della protesta strumentale e politicizzata.
La strage di un cristiano in un villaggio remoto non fa comodo alla narrativa politica dominante, non si presta a slogan ideologici preconfezionati e non permette di puntare il dito contro il capro espiatorio occidentale.
Si teme, nei salotti buoni del politicamente corretto, che difendere i cristiani perseguitati significhi sporcarsi le mani con il conservatorismo nazionalista.
E così, la prudenza diplomatica della Chiesa stessa (eccessiva, e comprensibile solo nella misura in cui serva a non pregiudicare i suoi canali di realpolitik o ad alimentare ulteriori tensioni interreligiose) si mescola alla codardia di una società civile affetta da una miopia morale spaventosa.
La selettività dei criteri morali dimostra come l’universalità dei diritti umani venga spesso proclamata a intermittenza, piegata alle convenienze del momento e svuotata di quel principio incondizionato che riconosce in ogni uomo l’immagine del Creatore.
Difendere i cristiani perseguitati e condannare l’islamismo estremista costringerebbe l’Occidente a fare i conti con la propria identità smarrita, a riannodare i fili con quel sacro rispetto della coscienza che è la “madre” di tutte le libertà civili.
Preferiamo invece crogiolarci nel pacifismo da salotto e in un ecumenismo d’accatto, trascurando il messaggio del teologo e martire Dietrich Bonhoeffer (mirabilmente riproposto da Alfonso Lanzieri nel suo saggio, Rischiare il bene): la responsabilità non consiste nel seguire astratte formule di purezza o nell’abbracciare il cult umanitario del momento, ma nel farsi carico con le proprie mani del sangue e della sorte dei perseguitati, rifiutando la complicità del silenzio.
La crisi del cristianesimo va oltre la secolarizzazione, l’individualismo, la tecnica e il benessere. Se continua ad apparire come un ingombrante fossile del passato, anziché come la risposta radicale alle domande ultime dell’uomo, è anche a causa di un mondo zombificato da ideologie tossiche, che preferisce il comfort di narrazioni caste e rassicuranti al disagio della libertà interiore.
Senza un sussulto di consapevolezza critica, che sappia riconnettere l’intelligenza moderna alla profondità delle sue origini, l’Europa rischia di smarrire non solo la propria fede, ma la ragione stessa del suo umanesimo.
In fondo, la forza morale dell’eredità cristiana dovrebbe risiedere nel non abbandonare mai l’uomo, soprattutto quando la sua difesa non fa bellamente gioco alla moda del momento.
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