Guerra ibrida e disinformazione
Il caso Siher e la guerra che non sappiamo vedere
Il caso Siher e gli attacchi degli hacker filorussi mettono a nudo la vulnerabilità italiana alla guerra cognitiva: istituzioni che operano separatamente e un’opinione pubblica che fatica a riconoscere il fenomeno.

Il 28 ottobre 2026 la GIP di Milano Tiziana Landoni ha scarcerato Youssef Siher, il trentenne amministratore del canale Telegram e della pagina Instagram del Movimento 17 ottobre, fermato dalla procura con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le motivazioni dell’ordinanza sono precise: nei post di Siher “l’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato”; ha evocato la “disobbedienza civile”, non l’istigazione. La GIP ha applicato correttamente il diritto vigente. Ed è esattamente questo il problema.
Nelle stesse ore in cui Siher lasciava San Vittore, gli hacker filorussi di NoName057 pubblicavano sui propri canali Telegram un meme con la scritta “Free Youssef”, ribattezzandolo “Youssefov” con un tocco moscovita, e minacciavano la procura di Milano: “Saremo spietati, più cercheranno di ostacolarci più li attaccheremo”. Lo stesso gruppo aveva attaccato nei giorni precedenti il sito della Camera, le caselle di posta di numerosi parlamentari, la Farnesina, i portali di Regioni e Comuni, mescolando nei propri comunicati gli slogan del Movimento 17 ottobre con le campagne antiucraine. La procura gestiva Siher come un caso di istigazione a delinquere. L’ACN gestiva gli attacchi DDoS come incidenti informatici. Nessuno li leggeva insieme.
Questo è il cuore del problema che l’Italia non riesce ad affrontare: la guerra cognitiva non viene presa sul serio come categoria operativa e, quando lo è, viene frammentata in compartimenti stagni che non comunicano tra loro.
Una guerra in corso che nessuno prende sul serio
La guerra cognitiva non è propaganda nel senso classico del termine. È l’uso sistematico e integrato di strumenti comunicativi, digitali, narrativi e organizzativi per produrre effetti politici e sociali in un Paese avversario senza ricorrere al conflitto armato dichiarato. Non si manifesta con carri armati: si manifesta con ecosistemi narrativi che amplificano la polarizzazione, con attacchi informatici calibrati sui momenti di massima tensione interna, con la costruzione di reti di influenza che operano nella zona grigia tra la comunicazione legale e la destabilizzazione politica.
Il COPASIR, nella sua relazione annuale del 2025, aveva già documentato che Russia, Cina e Iran conducono campagne sistematiche di questo tipo sull’Italia, usando social media, intelligenza artificiale e tecniche di manipolazione dell’informazione per alimentare la sfiducia nelle istituzioni e indebolire la coesione politica. Il rapporto UE sulle interferenze straniere del 2025 ha documentato come nel solo 2024 queste operazioni abbiano colpito oltre 90 Paesi. I dati ci sono. La consapevolezza pubblica è praticamente zero.
Il caso della settimana del 17–28 ottobre 2026 è la dimostrazione più precisa di come questa guerra funziona nella pratica. Youssef Siher, ricercatore trentenne con competenze in intelligenza artificiale e un passato da attivista pro-Palestina, costruisce un ecosistema comunicativo su Telegram e Instagram che raggiunge 150 mila persone, lancia la mobilitazione permanente del Movimento 17 ottobre, non pronuncia mai una singola parola di violenza esplicita. Nel frattempo NoName057 amplifica le stesse narrative sui propri canali, attacca le infrastrutture digitali italiane, esplicita il collegamento tra la conflittualità di piazza e la guerra ibrida contro l’Occidente. I due piani, quello della mobilitazione narrativa interna e quello dell’offensiva digitale esterna, procedono in parallelo e si rafforzano reciprocamente.
Il diritto italiano non è stato pensato per questo
La GIP ha ragione sul piano strettamente giuridico. I post di Siher evocavano “disobbedienza civile”, non azioni violente. Il reato di istigazione a delinquere richiede che l’istigazione sia esplicita e diretta. Siher non ha mai scritto “andate a spaccare”. Ha costruito un ambiente comunicativo dentro cui altri hanno scelto di farlo. La distinzione è giuridicamente rilevante. Ed è esattamente la zona grigia in cui opera la guerra cognitiva.
Chi pratica la guerra cognitiva non spara, non lancia pietre, non firma comunicati che chiedono azioni violente. Produce condizioni. Costruisce ecosistemi narrativi in cui la violenza diventa possibile, desiderabile, identitaria, senza mai essere esplicitamente prescritta. È una distinzione fondamentale per capire perché gli strumenti giuridici tradizionali sono inadeguati: il diritto penale è stato costruito per giudicare chi fa le cose. Non è attrezzato per giudicare chi crea le condizioni perché altri le facciano, quando quelle condizioni sono costruite attraverso la comunicazione legale.
Dal punto di vista della comunicazione strategica, un ecosistema narrativo destabilizzante si costruisce definendo il nemico, amplificando il risentimento, normalizzando progressivamente le forme di conflitto più radicali. Ogni contenuto preso singolarmente è difendibile. L’effetto complessivo è la creazione di un ambiente in cui la violenza diventa la risposta naturale a una situazione percepita come intollerabile. Chi governa la comunicazione di quell’ecosistema non deve mai pronunciare una parola fuori posto: deve solo mantenere accesa la pressione emotiva e lasciare che altri traggano le conclusioni operative. È esattamente per questo che gli strumenti giuridici tradizionali non riescono a intercettarlo: cercano l’atto, quando il fenomeno rilevante è il processo.
Il problema non è, dunque, la GIP, che ha applicato correttamente le norme esistenti. Il problema è che quelle norme sono state scritte prima che la guerra cognitiva diventasse una pratica militare e politica sistematica. Il codice penale italiano non contempla la figura di chi costruisce ecosistemi di mobilitazione con finalità destabilizzanti senza mai violare esplicitamente nessuna norma. E questo non è un caso: è la caratteristica fondamentale della guerra cognitiva, progettata per operare precisamente al di sotto della soglia di attivazione degli strumenti di risposta esistenti.
Gli strumenti ci sono ma non comunicano
Sarebbe sbagliato dire che l’Italia è totalmente impreparata. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale opera attivamente, allerta i bersagli, coordina le risposte agli attacchi informatici. Le direttive europee sulla cybersicurezza vengono recepite e implementate. Il COPASIR monitora le interferenze straniere e produce relazioni dettagliate. La procura di Milano ha avviato un’indagine che ha identificato Siher in pochi giorni.
Il problema non è l’assenza di strumenti: è la loro frammentazione. L’ACN gestisce il cyber come dimensione tecnica. La procura gestisce la piazza come dimensione penale. Il COPASIR gestisce le interferenze straniere come dimensione intelligence. Tre istituzioni competenti, tre approcci separati, nessuna lettura integrata del fenomeno. La connessione tra NoName057 e il Movimento 17 ottobre, documentata dai comunicati stessi degli hacker, emerge dalla cronaca giornalistica, non da un sistema di analisi istituzionale che la legga come parte di una stessa operazione.
La guerra cognitiva è per definizione un fenomeno integrato: usa simultaneamente la narrativa, il digitale, la piazza, la disinformazione come parti di un sistema unico con un obiettivo unico. Una risposta frammentata per compartimenti è strutturalmente inadeguata, non perché le singole componenti non funzionino, ma perché non producono mai una lettura complessiva del fenomeno.
A questo si aggiunge il deficit di consapevolezza pubblica. Le direttive sulla cybersicurezza restano confinate nel perimetro tecnico. Il dibattito sulla guerra ibrida raggiunge raramente il grande pubblico e, quando lo fa, viene trattato come notizia episodica (se non a tratti “goliardica”) invece che come fenomeno strutturale. Il caso Siher ha aperto per qualche giorno una finestra su questa realtà, poi si è chiuso con la scarcerazione e il dibattito è tornato alla stantia polemica politica ordinaria. La guerra cognitiva prospera esattamente in questo spazio: tra un’istituzione che la monitora tecnicamente e un’opinione pubblica che non sa cosa sia.
Quello che il caso Siher ha mostrato
Il profilo di Siher è emblematico di come la guerra cognitiva moderna funzioni nella pratica. Le indagini non hanno stabilito un collegamento diretto tra Siher e servizi stranieri, e la presunzione di innocenza vale fino a prova contraria. Ma questo è precisamente il punto: la guerra cognitiva non richiede agenti pagati da governi stranieri, non richiede coordinamento diretto, non richiede nemmeno consapevolezza del ruolo che si sta svolgendo. Richiede ecosistemi: ambienti comunicativi in cui certi attori trovano naturale fare cose che altri trovano utile amplificare. Siher, italiano di seconda generazione con competenze in intelligenza artificiale e una rete nell’ecosistema antagonista, costruisce una piattaforma di mobilitazione seguendo le proprie convinzioni politiche. NoName057 amplifica quelle stesse narrative seguendo i propri obiettivi geopolitici.
I due piani non si incontrano necessariamente: convergono, che è molto più difficile da dimostrare giuridicamente e molto più efficace operativamente. La guerra cognitiva non ha bisogno di un centro di comando: ha bisogno di un ambiente in cui gli interessi di attori diversi si allineano naturalmente verso lo stesso obiettivo destabilizzante.
Quello che il caso ha mostrato, però, è la vulnerabilità strutturale del sistema italiano. Un trentenne con competenze digitali e una rete nell’ecosistema antagonista riesce a costruire in pochi giorni una piattaforma di mobilitazione che raggiunge 150 mila persone, lancia una “mobilitazione permanente ogni sabato in otto città” e viene rilasciato perché nessuna norma vigente è stata tecnicamente violata. Nello stesso periodo, un gruppo di hacker filorussi attacca sistematicamente le infrastrutture digitali italiane e rivendica la solidarietà con quel movimento. La connessione è esplicita nei loro comunicati. La risposta istituzionale la tratta come due fenomeni separati.
Una risposta adeguata alla guerra cognitiva richiede strumenti normativi che intercettino la zona grigia tra comunicazione legale e destabilizzazione, una lettura integrata dei fenomeni che oggi vengono gestiti per compartimenti e una consapevolezza pubblica che trasformi la sicurezza cognitiva da tema tecnico a priorità politica. Nessuna di queste tre cose è disponibile oggi in Italia. Il caso Siher è durato una settimana nel dibattito pubblico. La vulnerabilità che ha mostrato resta.
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