Italia: politica, istituzioni e società
Dio, Trump e Malan: l’ecumenismo conservatore arriva in Parlamento
La visita di Paula White-Cain al Senato riapre una questione: quando la difesa della libertà religiosa protegge la coscienza individuale e quando diventa uno scudo per il potere delle organizzazioni religiose?

La predicatrice e il senatore
C’è qualcosa di surreale nell’invito rivolto da Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, a Paula White-Cain, consigliera spirituale di Donald Trump e figura di primo piano del White House Faith Office, per discutere di libertà religiosa e tutela delle minoranze.
Paula White-Cain è una predicatrice evangelica appartenente all’universo del cristianesimo carismatico americano, nota per la sua adesione alla cosiddetta prosperity theology, una corrente che associa il successo materiale alla benedizione divina. È soprattutto una delle figure che hanno contribuito a conferire una legittimazione religiosa alla leadership di Donald Trump, arrivando a paragonare pubblicamente le sue vicende giudiziarie alla passione di Cristo.
Come racconta Lisa Di Giuseppe su Domani, all’incontro del 27 ottobre ha presenziato anche Jennifer Korn, direttrice del White House Faith Office. Si tratta dunque di una visita che coinvolge direttamente esponenti dell’amministrazione americana.
È degno d’interesse che il moderatore della Tavola Valdese, da sempre impegnata nella difesa della libertà religiosa, abbia declinato l’invito. Il dettaglio non è secondario, anche perché lo stesso Malan appartiene alla tradizione valdese, pur essendo da tempo in polemica con gli orientamenti della propria Chiesa.
Comprendere cosa stia avvenendo richiede una breve diversione.
In un precedente articolo su InOltre, “Quella strana alleanza contro la laicità in nome della libertà religiosa”, ho descritto un fenomeno apparentemente paradossale: la convergenza fra organizzazioni religiose, movimenti politici e gruppi di pressione che, sul piano dottrinale, avrebbero ben poche ragioni per collaborare.
Evangelici fondamentalisti americani, cattolici tradizionalisti, organizzazioni legate alla Chiesa dell’Unificazione, ambienti di Scientology e associazioni impegnate nella difesa delle cosiddette nuove religioni si ritrovano infatti in iniziative comuni dedicate alla libertà religiosa.
Non si tratta, ovviamente, di un’improvvisa riconciliazione teologica. Ciò che le unisce è un interesse politico.
La libertà religiosa costituisce infatti il linguaggio condiviso attraverso il quale soggetti molto diversi possono perseguire obiettivi convergenti: rafforzare l’autonomia delle organizzazioni religiose rispetto ai controlli pubblici, contrastare determinate politiche secolari, rivendicare un ruolo crescente della religione nello spazio istituzionale e, in alcuni casi, opporsi a normative e iniziative rivolte alla protezione degli individui dalle pratiche coercitive esercitate all’interno delle comunità.
In poche parole, la libertà religiosa è un ottimo strumento per contrastare la laicità dello Stato. Questo è paradossale, se consideriamo che è la laicità a permettere la libertà religiosa; questa è una conquista della modernità liberale, nata per sottrarre la coscienza individuale al potere delle autorità politiche e religiose.
Il diritto che dovrebbe proteggere l’individuo dal potere religioso rischia così di diventare uno strumento di protezione dell’ambito religioso dall’intervento pubblico.
È quello che è stato definito dallo studioso Andrey Shishkov “ecumenismo conservatore”. Si tratta di un fenomeno ampiamente documentato nella letteratura scientifica. E non nuovo.
Come ha mostrato Neil J. Young, la convergenza politica fra evangelici, cattolici tradizionalisti e mormoni precede di molti decenni l’ascesa di Trump. Rabiat Akande ha ricostruito come la libertà religiosa possa diventare uno strumento per contrastare il secolarismo, mentre Melani McAlister ha documentato la dimensione transnazionale di queste alleanze.
Non si tratta, dunque, di una semplice convergenza occasionale, ma di una strategia politica consolidata, che utilizza il linguaggio dei diritti liberali per promuovere un’agenda potenzialmente illiberale.
Dall’America all’Europa
La destra religiosa americana ha progressivamente costruito un’infrastruttura politica fatta di organizzazioni, fondazioni, centri studi, reti di pressione e iniziative internazionali. La difesa della libertà religiosa ne è diventata uno dei principali strumenti di mobilitazione.
Organizzazioni come Alliance Defending Freedom e Family Research Council e altre realtà dell’universo conservatore cristiano hanno contribuito, con ruoli e strategie differenti, a collocare le controversie su famiglia, sessualità, educazione e diritti riproduttivi all’interno di una più ampia battaglia sulla libertà di coscienza e di religione.
Per avere un’idea dei titoli che queste organizzazioni hanno per definirsi paladine delle libertà civili, basti pensare che il Family Research Council si oppone fermamente a numerose politiche di tutela dei diritti LGBT+ e sostiene una concezione della libertà religiosa che può entrare in conflitto con le normative antidiscriminatorie.
Nell’ambiente del conservatorismo cristiano americano è nata anche la Manhattan Declaration, che rivendica il diritto alla disobbedienza civile quando determinate leggi siano considerate incompatibili con i principi morali e religiosi cristiani.
L’amministrazione Trump ha offerto a questo universo una sponda istituzionale di straordinaria importanza. La creazione del White House Faith Office e il ruolo attribuito a Paula White rendono particolarmente visibile il rapporto fra leadership politica, mobilitazione religiosa e apparati dello Stato.
L’incontro promosso da Malan si inserisce in questo contesto.
Il punto centrale non è, quindi, stabilire se Paula White-Cain sia una predicatrice più o meno eccentrica. Le sue affermazioni su Trump o il suo scacciare i demoni parlando in lingue sono cose che possono suscitare ironia o indignazione, ma rischiano di distrarre dalla questione fondamentale. Il problema è quale idea di libertà venga promossa.
Nella tradizione liberale, la libertà religiosa appartiene innanzitutto alla persona. Comprende il diritto di credere, di non credere, di cambiare religione, di abbandonare una comunità e di sottrarsi alle imposizioni delle autorità spirituali.
Non coincide, quindi, con un diritto illimitato d’azione delle organizzazioni religiose.
Una comunità religiosa può infatti professare dottrine illiberali. La libertà di pensiero tutela, certo, anche idee che contrastano con i principi liberali. Ciò non significa, tuttavia, che ogni condotta praticata in nome di quelle dottrine debba essere sottratta alla legge o al controllo pubblico.
Esiste un confine fra la libertà di professare una convinzione e la pretesa di esercitare un potere sottratto alle garanzie comuni.
È precisamente su questo confine che si colloca una parte importante del dibattito internazionale sulle organizzazioni settarie e sulle pratiche di persuasione coercitiva.
Da anni assistiamo al tentativo di presentare qualunque intervento pubblico nei confronti di organizzazioni religiose controverse come una forma di persecuzione. Chiunque esprima critiche verso le pratiche di qualche gruppo cattolico di frangia o di nuovi movimenti religiosi viene accusato di essere un nemico della libertà di credo.
Naturalmente, esistono autentiche persecuzioni religiose e autentiche discriminazioni. Contrastarle è un dovere delle democrazie.
Equiparare però la protezione della libertà di coscienza alla difesa indiscriminata dell’autonomia dei movimenti religiosi significa che la libertà e i diritti dell’organizzazione finiscono per prevalere sulla libertà e i diritti dei suoi appartenenti.
Si produce così un’inversione semantica: ciò che nasce per limitare il potere viene utilizzato per rivendicarlo.
La forza di questa operazione consiste proprio nell’impiegare il linguaggio della società aperta per promuovere assetti sociali che possono entrare in tensione con i suoi principi. Si proteggono, cioè, società chiuse in nome dei principi della società aperta, si crea uno scudo protettivo a delle dittature non territoriali – quali sono alcune “sette” – in nome della democrazia.
La visita di Paula White-Cain al Senato italiano non è quindi una nota di colore nella cronaca politica, ma deve essere l’occasione per interrogarsi sulla progressiva trasformazione della libertà religiosa da garanzia democratica a rivendicazione politica delle identità collettive contrarie alla democrazia e alla laicità.
Se passa questa concezione di libertà religiosa, come sembra aver compreso la Tavola Valdese, la società aperta potrebbe trovarsi a legittimare, in nome delle proprie libertà, progetti politici che mirano a restringerle.
Condividi







Cosa ne pensi?
Lascia un commento