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Come invecchiare indossando la “terza età” con stile e garbo
Questa settimana un argomento serio e un po’ difficile da trattare: la terza età da affrontare con stile. Scriverne nelle poche righe di un articolo è forse un po’ velleitario, come scalare una montagna con le scarpe da ginnastica. Provo a farlo utilizzando qualche esempio, con


Questa settimana un argomento serio e un po’ difficile da trattare: la terza età da affrontare con stile.
Scriverne nelle poche righe di un articolo è forse un po’ velleitario, come scalare una montagna con le scarpe da ginnastica. Provo a farlo utilizzando qualche esempio, con la compunzione che l’argomento richiede, ma alternando leggerezza e ironia, senza scadere nella banalità.
Non avviene a un’età precisa, ma c’è un momento in cui, volenti o nolenti, dobbiamo ammettere di essere anziani: di solito tra i settantacinque e gli ottant’anni. È quando ci svegliamo ogni mattina con un dolorino diverso, alzandoci dal letto avvertiamo una leggera vertigine e il primo pensiero è per le pillole da assumere per la pressione.
La moderna medicina, grazie ai progressi della diagnostica, della farmacologia e della chirurgia non invasiva, ha allungato la vita senza però riuscire ancora a limitare i disagi della senescenza, né a trovare rimedi efficaci contro Parkinson e Alzheimer, che rendono drammatici gli ultimi anni di esistenza.
Anche chi raggiunge una tarda età in buona salute è spesso colpito da un male più grave: l’isolamento, volontario o imposto dalle circostanze. È un sottoprodotto dell’attuale assetto sociale, cui nessuno sembra interessato a trovare soluzioni, a parte le malinconiche sistemazioni in RSA, RP e CRA che mettono a tacere le coscienze di famiglie e istituzioni pubbliche, ma che troppo spesso finiscono agli onori della cronaca per disservizi e maltrattamenti.
Da una certa età in poi diveniamo parzialmente bionici: cristallini sintetici, stent coronarici, chiodi nelle ossa, auricolari più o meno celati, e così via. Ma verifichiamo su noi stessi la perdita della memoria, il decadimento di vista e udito, l’affievolimento del tono muscolare e, cosa più grave, il sopraggiungere di una decisa fragilità emotiva.
In queste condizioni si può invecchiare con stile? Evitando di essere di peso agli altri, accettando l’inevitabile calo di efficienza e rinunciando a comportarsi giovanilmente fino al rischio del ridicolo?
Un tempo il ruolo degli anziani era quello di conservare la memoria storica da tramandare alle nuove generazioni con racconti a metà strada tra realtà e mito. Oggi la storia dell’umanità è tutta sul web, con immagini, tracce sonore e documenti; ai nonni e bisnonni restano solo la testimonianza di qualche episodio familiare o privato.
Non ho una risposta definitiva al quesito, perché in realtà non ho un’idea pienamente positiva da trasmettere. Posso però indicare dei comportamenti in senso negativo che, se evitati, potrebbero indurre gli altri a considerare un anziano “invecchiato con stile” e degno di rispetto e ammirazione.
Chiaramente il problema riguarda entrambi i sessi, seppure con modalità e circostanze non assimilabili. Premetto però che la situazione maschile appare peggiore, per motivi che chiarirò più avanti.
Alcuni esempi, iniziando da due archetipi: il vecchio trombone, che in passato ha goduto di notorietà e potere e pretende che tutto ciò gli venga ancora riconosciuto, anche quando le sue capacità cognitive sono ormai compromesse e non ha più nulla di interessante da comunicare.
E la gran dama, ex bella donna: troppi capelli lunghi e vaporosi ma tinti, troppo rossetto e fard, abiti troppo corti e aderenti.
Meno eclatanti ma altrettanto tipici sono gli sportivi. Lui non corre: cammina per il campo da tennis, impegnato in un doppio con altri coetanei, batte dal basso e litiga con gli avversari per un lungo linea cui non è arrivato, giudicato “fuori” per giustificarsi.
Lei, in costume intero da nuotatrice, con calottina e occhialini, risale stancamente la decima vasca che si è imposta di fare ogni weekend; piega le gambe perché non ha più muscoli per irrigidirle, ma è comunque encomiabile e non fastidiosa.
A questo genere di anziani dedico l’aforisma di un amico intelligente e arguto:
“Se vuoi viver sano e fort, stai lontano dallo sport.”
C’è poi chi non demorde in fatto di sesso e ammorba con i ricordi delle avventure giovanili, millanta prestazioni ancora invidiabili e fa battute di dubbio gusto con donne di tutte le età. Di solito, quando ormai non è quasi più autonomo, finisce per infastidire la badante.
Le signore, in questo, sono molto più serie e riservate e più spesso vedove, poiché gli uomini hanno vita più breve.
Ma esiste un genere di vedove davvero fastidiose: sono le frequentatrici delle pomeridiane a teatro e delle presentazioni di libri. Sanno tutto, hanno letto tutto e commentano ad alta voce — anche perché sono un po’ sorde.
Ci sono poi gli stizzosi di entrambi i sessi, che rimproverano chi non cede il posto sull’autobus (avrebbero ragione, ma potrebbero chiedere con più gentilezza), che saltano le code agli sportelli, agitano il bastone attraversando incautamente sulle strisce o pretendono il cappuccino “scuro, caldo e dolce, con spruzzata di cacao su schiuma abbondante — e naturalmente al vetro, non in tazza”.
Degli anziani al volante e dei trafelati che rincorrono la guida con la bandierina nei musei non parlo, perché su di loro è stato detto tutto, spesso con scherno fuori luogo.
Insomma, si può sintetizzare che il vitalismo protratto oltre una certa età è il vizio peggiore, opposto a una vecchiaia accettata con stile e garbo: quella che sa rinunciare a ciò che apparteneva all’età giovanile, senza la nostalgia dei “miei tempi”, cercando di interpretare il presente che corre sempre più veloce, ed evitando di pensare alla fine — una dimensione che non ci appartiene, finché siamo in vita, qualunque sia l’idea che abbiamo del dopo.
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