Italia: politica, istituzioni e società
Da avversario a risorsa: perché ora il nome di Draghi torna utile a Meloni
Il nome di Mario Draghi torna nel dibattito europeo come possibile figura di garanzia sul dossier ucraino. Per Meloni, che un tempo lo sfidava dall’opposizione, l’ex premier diventa oggi una risorsa spendibile per rivendicare un ruolo italiano nelle scelte dell’Ue. C’è una leggera ironia della politica



Il nome di Mario Draghi torna nel dibattito europeo come possibile figura di garanzia sul dossier ucraino. Per Meloni, che un tempo lo sfidava dall’opposizione, l’ex premier diventa oggi una risorsa spendibile per rivendicare un ruolo italiano nelle scelte dell’Ue.
C’è una leggera ironia della politica italiana nel fatto che il nome di Mario Draghi torni oggi utile proprio a Giorgia Meloni. Non perché tra i due ci sia mai stata una vera ostilità personale. I rapporti, anzi, sono sempre stati descritti come cordiali e improntati al rispetto reciproco.
Ma perché Fratelli d’Italia costruì una parte della propria identità politica all’opposizione del governo Draghi, mentre oggi esponenti della stessa maggioranza indicano l’ex presidente della Banca centrale europea come una possibile risorsa per rappresentare l’Ue in uno dei dossier più delicati degli ultimi decenni.
L’occasione è la proposta rilanciata dalla premier in vista del prossimo Consiglio europeo: individuare una figura autorevole, investita della fiducia degli Stati membri, capace di rappresentare il punto di vista dell’Unione in eventuali negoziati tra Ucraina e Russia.
Meloni non ha fatto nomi, eppure, nelle stesse ore, quello di Draghi ha ricominciato a circolare con insistenza. Prima l’«Huffington Post», poi «Il Giornale» e infine «Il Foglio» hanno ricostruito uno scenario nel quale Draghi figura tra le personalità prese in considerazione insieme all’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e al presidente finlandese Alexander Stubb.
A rendere ancora più interessante la vicenda sono state le dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza. Giovanbattista Fazzolari aveva già indicato Draghi come una possibile scelta mesi fa. Guido Crosetto, interpellato da «Il Foglio», ha risposto con un eloquente: «Perché no?».
Al di là della concretezza dell’ipotesi, il dato politico è evidente. L’uomo che nel 2021 rappresentava, agli occhi di Fratelli d’Italia, l’incarnazione dell’establishment europeo, oggi viene considerato da una parte del centrodestra una carta spendibile sulla scena internazionale.
In realtà, a guardare bene, la trasformazione è meno sorprendente di quanto sembri. Se c’è un terreno sul quale Meloni ha mostrato una notevole continuità rispetto all’impostazione del governo Draghi, è proprio quello della politica estera e del sostegno all’Ucraina.
Quando arrivò a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022, molti osservatori europei guardavano con cautela alla nuova presidente del Consiglio. Pesavano i rapporti storici tra alcune forze della maggioranza e il Cremlino, così come le perplessità di una parte delle cancellerie occidentali.
Nei fatti, però, Meloni ha mantenuto una linea nettamente euro-atlantica, confermando gli aiuti a Kiev e il sostegno alle posizioni assunte dall’Unione europea e dalla Nato. Una scelta tutt’altro che scontata sul piano politico.
Da questo punto di vista, l’eventuale valorizzazione di un profilo come Draghi non rappresenterebbe una rottura, ma piuttosto una prosecuzione di quella stessa impostazione internazionale che l’Italia ha mantenuto negli ultimi anni, attraversando governi diversi.
Se però si osserva il dibattito europeo senza lenti nazionali, emerge un dato che invita alla prudenza. Oggi il favorito sembra essere Alexander Stubb. Il presidente finlandese possiede caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto a un ruolo di mediazione o rappresentanza sul dossier ucraino.
Guida un Paese che condivide oltre mille chilometri di frontiera con la Russia. Proviene da una nazione che ha costruito gran parte della propria storia contemporanea nel difficile equilibrio con Mosca. Inoltre è un leader attualmente in carica, elemento che in diplomazia continua ad avere un peso significativo.
Anche Angela Merkel presenta credenziali difficilmente ignorabili. Parla russo, conosce personalmente Vladimir Putin e ha avuto un ruolo centrale negli accordi di Minsk che precedettero l’invasione del 2022.
Mario Draghi, sotto questo profilo, appare un candidato diverso: non è un esperto del Donbass né ha costruito la propria carriera attorno ai rapporti con la Russia. Nonostante ciò, il suo nome continua a comparire. Ed è probabilmente questo il vero dato politico della vicenda.
Draghi non viene evocato perché possieda una competenza particolare sull’Europa orientale, bensì per ciò che rappresenta. Negli ultimi quindici anni il suo profilo si è progressivamente trasformato da quello di un banchiere centrale a quello di una figura associata alla gestione delle crisi.
Prima quella dell’euro, poi la pandemia, infine il grande dibattito sul futuro economico e industriale dell’Europa, culminato nel rapporto sulla competitività.
Nel lessico della politica internazionale esiste una parola spesso abusata: credibilità. Nel caso di Draghi, però, è verosimilmente la definizione più corretta: si tratta di una figura percepita come indipendente dagli equilibri di partito e difficilmente riconducibile agli interessi di una singola nazione.
È questo capitale reputazionale, più che qualsiasi competenza specifica sul conflitto, a spiegare perché il suo nome venga ancora evocato.
Per la premier Meloni il tema presenta anche una dimensione politica più sottile. Proporre o sostenere una figura di profilo internazionale come Draghi significa rivendicare un ruolo attivo dell’Italia nella costruzione delle future iniziative europee.
Vuol dire altresì sostenere che Roma non intende limitarsi a seguire le decisioni di Parigi o Berlino, ma vuole contribuire a orientarle. Da questo punto di vista, l’eventuale candidatura di Draghi avrebbe una valenza che va oltre la persona.
Rappresenterebbe il tentativo di mettere sul tavolo un nome italiano in una delle discussioni più importanti per il futuro del continente.
Quanto dovremo aspettare per saperne di più? A oggi, l’ex presidente della Bce ha mantenuto il silenzio. Un atteggiamento perfettamente coerente con il suo stile. Nessuna autocandidatura, nessun commento pubblico, nessuna disponibilità manifestata.
Esiste però un altro elemento che merita attenzione. Come ha osservato Roberto Cingolani, il profilo di Draghi appare per molti versi superiore a quello normalmente associato a un inviato speciale.
La sua statura internazionale viene spesso accostata a quella dei vertici delle istituzioni europee più che a quella di un semplice mediatore. È una considerazione che porta inevitabilmente a una riflessione più ampia sul futuro dell’ex premier.
Non sono pochi a pensare che la sua traiettoria politica e istituzionale sia ancora incompiuta. Non è un caso che, ogni volta che si discute delle grandi cariche della Repubblica, il suo nome continui a riemergere.
Anche per questo è difficile immaginare che un eventuale incarico venga valutato soltanto in funzione del prestigio personale. Contano il mandato, gli obiettivi, il margine di azione e il peso politico reale che una figura del genere potrebbe esercitare.
Forse alla fine il negoziatore europeo sarà Stubb. Forse il progetto non vedrà mai la luce. Forse l’Unione continuerà a muoversi attraverso le sue strutture tradizionali.
Tuttavia, il fatto che il nome di Mario Draghi sia tornato al centro della discussione racconta comunque qualcosa di significativo: una parte della politica nostrana, compresa quella che un tempo lo considerava un avversario, oggi ne considera l’autorevolezza una risorsa.
E forse racconta anche qualcosa della difficoltà dell’Europa nel produrre nuove leadership capaci di raccogliere un consenso trasversale.
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