Italia: politica, istituzioni e società
Democrazia, ovvero l’arte di coniugare stabilità e alternanza
Meloni potrebbe essere la prima presidente del Consiglio a restare in carica per un’intera legislatura. Ma la durata di un governo, da sola, non misura la salute di una democrazia: per decenni l’Italia ha cambiato esecutivi senza cambiare maggioranza. Dall’«onda lunga» di Craxi all’arrivo di Berlusconi,

Meloni ha recentemente festeggiato il record di durata conseguito dal suo governo. In effetti si tratta di un risultato molto significativo. Può ambire a un obiettivo ancora più alto? Sì, può ambire a terminare l’intero arco temporale della legislatura, cinque anni; può insomma ambire ad arrivare fino al termine del mandato.
La scadenza naturale sarebbe fra un anno, nell’ottobre del 2027. Si tratta di un obiettivo realistico? Non lo so. So però che, quello sì, sarebbe un risultato storico, giacché nella storia repubblicana nessun governo ci è mai riuscito.
La durata media dei governi italiani nella storia della Repubblica è di poco più di un anno, 431 giorni per l’esattezza. Dal 1946 a oggi si sono susseguiti sessantotto governi, guidati da trentuno diversi presidenti del Consiglio. Il record negativo di durata spetta al governo presieduto da Giulio Andreotti nel 1972: nove giorni.
Davvero la stabilità rappresenta un fattore decisivo della salute del Paese e delle sue possibilità di crescita? Se è così, allora come è possibile che l’Italia sia cresciuta a ritmo impressionante, quello del cosiddetto boom economico, proprio nel periodo di massima instabilità dei governi? Tra il 1955 e il 1965, periodo indicato appunto come il decennio del boom economico, si sono succeduti undici governi, praticamente uno all’anno. Ma allora la stabilità è forse un falso mito?
No, la realtà è un’altra ed è molto diversa da come può apparire a uno sguardo superficiale: a partire dal 1946, per almeno quarant’anni, l’Italia è stata, forse insieme al Giappone, il Paese politicamente più stabile del mondo. Durante quei quarant’anni, infatti, non sono cambiati i governi: è cambiato solo il loro maquillage, si rinnovava il sistema di potere del sottogoverno, si garantivano spazi a tutti i protagonisti del tempo e nulla più.
In effetti, la guida del governo, democristiana, non è mai stata messa in discussione, né, sostanzialmente, salvo eccezioni estemporanee, la composizione della maggioranza di centro-sinistra. Nel decennio del boom economico si sono alternati come capi del governo Segni, Zoli, Fanfani, ancora Segni, Tambroni, di nuovo Fanfani (due volte consecutivamente), Leone e Moro per due volte consecutive. Tanti capi alla guida della stessa maggioranza, ma tutti ispirati dal medesimo impianto ideale, tutti portatori della stessa visione e delle stesse politiche volte ad attuarla. Non si tratta di alternanza politica, insomma, semmai di una sorta di”continuità dinamica”, roba tipicamente italiana.
Come si spiega questa specificità italiana? La Repubblica italiana nasce su due pilastri fondamentali: il patto costituzionale e istituzionale fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista e l’accordo di governo tra democristiani e socialisti. Tutto il resto era considerato nostalgia fascista. Questo stato di cose bloccò il sistema democratico e impedì un’autentica alternanza politica, ma garantì una granitica stabilità.
Questo stato di cose avrebbe potuto durare a lungo? No, in tutta Europa si alternavano al governo forze di ispirazione socialdemocratica e forze di ispirazione liberale, mentre in Italia si consolidava una sorta di regime catto-comunista che, in quanto regime, quindi privo di autentica competizione politica, diventava vieppiù polveroso e andava esaurendo la sua carica propulsiva.
Se ne rese ben conto Bettino Craxi, che infatti dedicò la sua vita politica a favorire la creazione delle condizioni per evolvere verso una democrazia dell’alternanza. Secondo la sua visione, la via consisteva nel drenare voti dal PCI al suo PSI rinnovato, in modo tale che la sinistra fosse a guida socialdemocratica e potesse proporsi come realistica alternativa a una visione più conservatrice, quella democristiana.
Riteneva che l’onda lunga, così la chiamava, dell’affermazione del suo PSI potesse produrre questo risultato. Lui stesso si rese rapidamente conto di quanto fosse impervio quel percorso, così abbassò il tiro e propose come primo passo evolutivo l’alternanza alla guida del governo, almeno quella. Fu così che nel 1983 nacque il primo governo italiano a guida socialista. Questa novità smosse le acque, rappresentò un avanzamento, ma di certo non fu sufficiente a generare quel salto di qualità di cui aveva bisogno il Paese.
Così, dieci anni dopo, complice il terremoto di Mani Pulite e l’ondata populista che accompagnò l’inchiesta e che portò a un sistema elettorale maggioritario, Silvio Berlusconi prese la scena. Ora c’erano le condizioni per realizzare il sogno craxiano della democrazia dell’alternanza. Egli riuscì a convogliare forze diverse verso l’intento di rappresentare un’alternativa finalmente realistica al blocco catto-comunista. La sua iniziativa ebbe successo e, per la prima volta nella storia repubblicana, il Paese fu governato da una maggioranza non riconducibile al cosiddetto centro-sinistra.
Si possono naturalmente avere opinioni molto diverse rispetto alla qualità della sua esperienza di governo; di certo non si vide traccia di quella rivoluzione liberale che fu prospettata. D’altronde la maggioranza che sostenne l’iniziativa di Silvio Berlusconi fu a dir poco composita e per nulla abilitata a favorire davvero una visione liberale, ma è altrettanto certo che, grazie alla sua iniziativa politica, la possibilità di evolvere il sistema democratico italiano verso una logica democratica fondata sull’alternanza è drasticamente avanzata.
Forse oggi possiamo fare un altro passo avanti. Quando il popolo italiano sarà chiamato alle urne, chissà, magari davvero fra un anno, potrà scegliere fra due visioni diverse e alternative, distinte come forse mai prima: da un lato la continuità di regime, quel blocco catto-comunista la cui cultura ha permeato la società italiana, ma che pare ormai fattore di ineludibile declino; dall’altra, la possibile innovazione, un’innovazione che potrà assomigliare a una rivincita o a una svolta liberale. Molto dipenderà dalle scelte dei suoi protagonisti.
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