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SerieDizionario tascabile del carattere nazionale degli italianiParte 6 di 6

Dizionario tascabile del carattere nazionale degli italiani, il Camaleontismo

Sesta e ultima puntata del piccolo affresco di Michele Magno su alcuni tratti tipici degli italiani. Piano di uscite Capitolo I: Nicomedismo Capitolo II: Trasformismo Capitolo III: Familismo Capitolo IV: Fregolismo Capitolo V: Gattopardismo Capitolo VI: Camaleontismo Passiamo dalla letteratura al cinema, e facciamo un salto

Michele MagnoMichele Magno19/10/2024Aggiornato 08/09/20262 min lettura411 parole

Sesta e ultima puntata del piccolo affresco di Michele Magno su alcuni tratti tipici degli italiani.

Piano di uscite

Passiamo dalla letteratura al cinema, e facciamo un salto sull’altra sponda dell’Atlantico. Chi ne è affetto cambia la propria identità in base alle persone o agli ambienti con cui entra in contatto. È conosciuta in psichiatria come”sindrome di Zelig”, ma se è diventata di uso comune anche in politica il merito è di Woody Allen. Zelig in yiddish, il dialetto parlato dagli ebrei negli Stati Uniti, significa”benedetto”. È il titolo, appunto, di un film cult del regista newyorkese (1983). Si tratta di un”mockumentary”, un falso documentario. E, per renderlo realistico, il regista utilizza intellettuali famosi -Susan Sontag, Saul Bellow, Bruno Bettelheim- ripresi durante interviste fittizie negli anni Ottanta, in cui parlano di Zelig come se fosse realmente esistito. 

Siamo a New York, nel 1928. Leonard Zelig (Allen) è un uomo qualunque che riesce ad assumere movenze, caratteristiche fisiche e modi di esprimersi dei suoi interlocutori, si tratti di un trombettista nero o di un cinese in una fumeria d’oppio. Ricoverato al Manhattan Hospital, i medici lo sottopongono a ogni tipo di cura, ma la malattia resta inspiegabile. Un mistero che diventa un caso nazionale: giornali, radio, dibattiti pubblici, conversazioni famigliari non fanno che parlare della capacità di Zelig di identificarsi, anche esteticamente, nelle persone che incontra. La psichiatra Eudora Fletcher (Mia Farrow) si appassiona alla sua patologia, che viene ribattezzata”camaleontismo”. 

Come ha scritto Federica De Paolis (Enciclopedia del cinema Treccani), il film è al tempo stesso un affresco d’epoca e una denuncia della fragilità dell’American dream, che ha proprio nell’industria cinematografica uno dei suoi veicoli principali. L’incredibile epopea di Leonard Zelig sfiora spesso il surreale e trascina il pubblico in un gioco affascinante e colto, in grado di passare con uguale disinvoltura dall’immagine trasognata di Francis Scott Fitzgerald allo sberleffo a Hitler. Ma, nella scena dell’adunata nazista, il camaleontismo di Zelig assume con molta chiarezza una valenza storica e politica che chiama in causa anche i passaggi più bui della nostra storia nazionale: la mancanza di identità di Zelig, infatti, è l’altra faccia di un istinto gregario delle masse che porta alla rovina i popoli. Ci voleva un geniaccio come Allen per spiegare, strizzando l’occhio a un capolavoro di Orson Welles,”F for Fake” (“F come falso”, 1973), che l’arte è una menzogna che ci fa capire la verità. 


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