Politica globale e sistemi di potere
E se fosse la Russia a crollare?
La foto che apre questo articolo è tratta da un recente report del Center for Geopolitics di JPMorgan Chase. Il documento, pubblicato nel maggio 2025, delinea quattro scenari per l’evoluzione della guerra in Ucraina, tutti centrati sul destino di Kyiv e su differenti gradi di compromesso


La foto che apre questo articolo è tratta da un recente report del Center for Geopolitics di JPMorgan Chase. Il documento, pubblicato nel maggio 2025, delinea quattro scenari per l’evoluzione della guerra in Ucraina, tutti centrati sul destino di Kyiv e su differenti gradi di compromesso territoriale. Le ipotesi spaziano da una stabilizzazione in stile Corea del Sud, a una gestione militare sul modello israeliano, fino a una cristallizzazione del conflitto come in Georgia o, nel peggiore dei casi, a una subordinazione in stile Bielorussia.
Ma colpisce un’assenza: nessuna delle proiezioni contempla un’ipotesi che, guardando alla storia, è tutt’altro che improbabile. E se fosse la Russia a crollare?
Nel 2022 molti analisti davano Kyiv per spacciata in tre giorni. Oggi quegli stessi osservatori considerano compatibile con la sopravvivenza del sistema russo un milione di perdite militari, un arsenale impoverito, un’economia stagnante e una società frammentata. È come se si avesse timore di mettere in discussione l’invulnerabilità apparente del Cremlino, ignorando che Mosca è già collassata due volte in un secolo.
Nel 1917 l’Impero zarista cedette sotto il peso della Prima guerra mondiale: oltre 1,7 milioni di morti e circa 5 milioni di feriti, un esercito al collasso, carestie, repressione e un’élite completamente scollegata dalla realtà. La rivoluzione fu più effetto del vuoto che di un progetto.
Nel 1991, dopo un decennio di stagnazione, inflazione, carenze e oltre 15.000 morti in Afghanistan, l’URSS si dissolse quasi senza rumore. Il potere centrale, esaurito e delegittimato, non fu in grado di contenere le spinte separatiste.
Non è un destino esclusivamente russo. Dopo il 1918, la Germania finì nel caos istituzionale della Repubblica di Weimar. L’Impero ottomano collassò e lasciò spazio alla Turchia moderna. Il Giappone, nel 1945, perse l’impero e fu trasformato. Le guerre lunghe e inconcludenti portano quasi sempre con sé sfaldamento delle istituzioni, radicalizzazione e perdita di legittimità.
Nel 2025, la Russia mostra tutti i segni di una crisi profonda. Il conflitto è diventato una guerra d’attrito combattuta da un esercito composto da detenuti, disoccupati e minoranze etniche reclutate in regioni periferiche come Buriazia, Daghestan, Cecenia e Tatarstan — territori dove la fedeltà a Mosca è spesso più imposta che sentita. Le perdite complessive si avvicinano al milione. Le offensive sono lente, i progressi minimi, il morale delle truppe sotto i tacchi.
Sul piano interno, l’economia galleggia su basi fragili: crescita zero, inflazione alta, rublo debole, consumi al palo. L’industria civile è in declino, l’isolamento finanziario blocca investimenti e le sanzioni colpiscono energia, difesa, tecnologia. La dipendenza dalla Cina si trasforma in subalternità: Mosca esporta materie prime a basso prezzo e importa tecnologia e beni strategici. Il proverbio cinese recita:”siediti sulla riva del fiume e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico”. E oggi Pechino sembra fare proprio questo, in attesa di spartirsi, senza sparare un colpo, ciò che resterà dell’Est russo.
A questo si aggiunge una crisi demografica strutturale. Il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo, l’aspettativa di vita maschile sotto i 65 anni in molte regioni. Le campagne si svuotano, i giovani istruiti emigrano. Chi resta, spesso, lo fa per rassegnazione. Il capitale umano si assottiglia e con esso ogni possibilità di rigenerazione.
Dall’altra parte, la resilienza ucraina appare radicata e profonda. Kyiv combatte per la propria sopravvivenza nazionale, animata da motivazioni che travalicano ogni interesse contingente. Al contrario, i racconti dei prigionieri russi rivelano un fronte opposto, sorretto più dalla necessità che dalla convinzione: molti combattono per denaro, per saldare debiti, per ottenere sconti di pena o semplicemente perché non hanno alternative. È una guerra imposta, più che scelta.
Non sorprende quindi che la strategia ucraina non punti a una riconquista frontale immediata, ma a un logoramento sistemico delle capacità russe. Kyiv colpisce la logistica, i depositi, i centri di comando: un conflitto di attrito, misurato, orientato a indebolire progressivamente il nemico fino al collasso. Una resistenza fondata sulla lucidità, non sull’impazienza.
Anche se il conflitto si chiudesse secondo uno degli scenari previsti da JPMorgan, resterebbe aperta una domanda cruciale: come potrebbe la Russia mantenere il controllo di territori distrutti, ostili, e animati da una probabile guerriglia a lungo termine? Neppure un cessate il fuoco garantirebbe stabilità. Il Cremlino dovrebbe sostenere un apparato repressivo costoso, con risorse che ormai scarseggiano tanto sul piano militare quanto su quello economico e sociale.
Mosca ha legato il proprio destino alla guerra. Ma quando un regime si fonda sul conflitto, è spesso proprio la guerra a decretarne la fine. Putin non può fermarsi: una tregua sarebbe letta come resa. Ma non può nemmeno continuare a oltranza. L’esercito è esausto, l’economia al limite, la società sempre più stanca. La guerra, che doveva rafforzarlo, lo sta consumando. E con essa, il sistema che ha costruito attorno a sé. Il vero interrogativo, ora, non è se la Russia possa resistere. È se il mondo sia pronto a gestire ciò che accadrà se smetterà di farlo.
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