Società, cultura, storia e idee

Fisiognomica semiseria della cravatta

Da simbolo dei cavalieri croati ad accessorio immancabile dell’eleganza maschile: la cravatta racconta la storia, il gusto e forse persino il carattere di chi la indossa. Tra fossette impeccabili, nodi Windsor, trasgressioni alla Gianni Agnelli ed eccessi trumpiani, una fisiognomica semiseria del nodo e della misura

Stefano PipernoStefano Piperno16/08/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura962 parole

Da simbolo dei cavalieri croati ad accessorio immancabile dell’eleganza maschile: la cravatta racconta la storia, il gusto e forse persino il carattere di chi la indossa. Tra fossette impeccabili, nodi Windsor, trasgressioni alla Gianni Agnelli ed eccessi trumpiani, una fisiognomica semiseria del nodo e della misura distingue con ironia i cravattari virtuosi da quelli irrimediabilmente riprovevoli.


L’eccezionale calura di questa estate infuocata mi ha suggerito, per contrappasso, di scrivere della cravatta, accessorio di stile per antonomasia, attualmente in declino, ma che resiste in enclave come Marinella a Napoli o Turnbull & Asser a Londra.

Lo farò però partendo da un falso presupposto: l’idea che il modo di annodarla o abbinarla riveli, in modo lombrosiano, la personalità di chi la indossa. Una sorta di fisiognomica semiseria del nodo, dichiaratamente arbitraria e ironica.

Cominciamo col dire che la cravatta, prima di essere un accessorio, fu un popolo. Il suo nome deriva dal francese cravate, deformazione di Hrvat, croato. Così infatti venivano chiamati i cavalieri croati che nel Seicento prestavano servizio in Francia e portavano al collo una striscia di stoffa annodata sul davanti.

Come spesso accade nella moda, l’uomo scomparve e il suo ornamento ne ereditò il nome.

I britannici la interpretarono come segno distintivo dei vari reggimenti: le famose cravatte a righe diagonali, dette appunto regimental. Lo stesso fecero gli scozzesi, ricavando cravatte di lana dai loro tartan.

Anche in Italia abbiamo l’11º Reggimento bersaglieri, i cui militari sono conosciuti come le “Cravatte rosse”, dal colore della cravatta che indossano.

Detto questo, dichiaro una prima discriminante, che mi fa dividere i portatori di cravatta in positivi e negativi – e sono spiacente per chi si riconoscerà tra i secondi. Si tratta della piccola incavatura verticale che si forma nella pala larga immediatamente sotto il nodo e che si chiama fossetta, in inglese dimple e a Roma fichetta.

E allora vediamoli, questi cravattari, da non confondere con quelli che praticano l’usura, così soprannominati a Roma in senso figurato.

Quelli con il nodo di dimensioni medie, centrato, aderente al collo della camicia e con la fossetta sono la perfezione. Potrei citare Cary Grant, Fred Astaire, Luca Cordero di Montezemolo e annoverarmi immodestamente fra costoro.

Naturalmente, tra i nodi più famosi c’è quello del duca di Windsor, ma un po’ eccessivo per volume, giudicato con il gusto attuale, mentre quello del suo pronipote Carlo, uno degli uomini meglio vestiti del nostro tempo, è perfetto, ma con il nodo troppo piccolo.

Sua sorella Anna, quando è vestita in divisa e porta la cravatta, sembra un uomo.

Da non dimenticare che la punta della cravatta deve raggiungere, senza superarla, la fibbia della cinta dei pantaloni.

Allo stesso modo, la paletta inferiore più sottile non deve sporgere da quella superiore, salvo che uno non si chiami Gianni Agnelli, che sembrava sottintendere: “Lo so che non si deve, ma io sono io”.

Lo stesso valeva per la sua abitudine di indossare a volte la cravatta sopra il pullover o di calzare scarponcini Tod’s scamosciati marroni sotto un formalissimo gessato blu.

Sempre tra i riprovevoli albergano gli attori e gli influencer hollywoodiani che indossano terribili cravatte nere sbrilluccicanti sotto lo smoking, al posto del rituale papillon.

Poco estetici sono coloro che indossano la cravatta con il nodo storto o leggermente discosto dal collo, lasciando intravedere il bottone che chiude il collo della camicia: sono i noncuranti che portano la cravatta perché devono, senza alcun piacere o interesse. Citerei Berlinguer e Mattarella.

Un particolare fastidio mi procura Trump con le sue cravatte in tinta unita extralunghe, oltre la cinta, di seta lucida (obbrobrio), con un nodo orrendo e la paletta ripiegata all’indietro, il contrario della fossetta, per non parlare dei colori sgargianti: giallo, azzurro elettrico, rosso e fucsia.

Nel suo caso, la scelta delle cravatte è l’espressione della sua incolta arroganza, senza l’ausilio delle teorie di Lombroso.

In verità, non avevo simpatia per i pois puntaspilli di Berlusconi e mi infastidiscono quelle da precisino di Conte. Debbo ancora capire se la cravatta preceda l’uomo o viceversa.

Comunque, in termini generali, la metterei così:

Il Windsor perfettamente simmetrico: l’uomo che desidera comunicare autorità prima ancora di averla conquistata.

Il mezzo Windsor: l’ambizioso prudente, che vorrebbe apparire importante senza attirare troppo l’attenzione.

Il four-in-hand (il nodo semplice) leggermente storto: chi possiede davvero eleganza e può permettersi di dimenticarsene.

Il nodo piccolo e serrato: il meticoloso, forse diffidente, convinto che anche la cravatta possa sfuggirgli di mano.

Il nodo enorme: il carattere esibizionista; la cravatta non completa l’abito, lo occupa.

La cravatta allentata: può indicare l’uomo finalmente libero alla fine della giornata oppure quello che vuole sembrare creativo dopo una riunione.

La cravatta troppo corta: l’ottimista che continua a credere che nessuno se ne accorga.

La cravatta troppo lunga: l’uomo che non conosce la misura, in senso tessile e forse anche morale.

La cravatta senza nodo, portata come una sciarpa: l’artista, o più spesso qualcuno che desidera essere scambiato per tale.

L’assenza della cravatta: oggi non è più ribellione; può essere conformismo quanto lo era un tempo indossarla.

Naturalmente è un gioco di mezza estate, ma il motto coniato da Jean de Santeul, “Castigat ridendo mores”, mantiene nel tempo una sua validità.


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