Israele
Identità storica e territoriale nella nascita d’Israele. Lettera aperta a Iuri Maria Prado
Caro Iuri, qualche giorno fa, quando si era proprio nel pieno del conflitto tra Israele e l’Iran, Cecilia Sala ha sostenuto, avvalendosi anche di un video, che a Teheran molti giovani vivono all’occidentale e che sono ormai tante le donne che vanno in giro per le

Caro Iuri,
qualche giorno fa, quando si era proprio nel pieno del conflitto tra Israele e l’Iran, Cecilia Sala ha sostenuto, avvalendosi anche di un video, che a Teheran molti giovani vivono all’occidentale e che sono ormai tante le donne che vanno in giro per le strade senza indossare il velo.
Se non fosse stato per il suo suggestivo tempismo, la notizia in sé non sarebbe stata forse di grande rilievo, ma in quei giorni ha invece finito col supportare gli argomenti di due opposte componenti del campo largo o larghissimo: quella di chi ha voluto leggervi la prova che in Iran i giovani e le donne non se la passano poi così male, e quindi che nemmeno quel regime è poi così male; e quella di chi vede in quelle donne e in quei giovani una componente della società iraniana in grado di mettere in seria difficoltà il regime, forse fino a provocarne la caduta. In questo modo, la Sala ha dato prova di saper sollecitare le diverse varietà politiche dei suoi lettori consentendo a tutti di ricavare dalle sue parole le conseguenze a ciascuno più gradite, ma suscitando anche non poche perplessità e qualche critica legittima e circostanziata proprio per il particolare significato che le sue dichiarazioni hanno assunto in quel momento.
Perplessità non minori ha suscitato poi una sua affermazione su X secondo la quale Israele sarebbe nato “come conseguenza da un genocidio”, affermazione che tu commenti criticamente in un recente articolo apparso qui su Inoltre il 22 giugno scorso, dove ribatti che “Israele non nasce affatto ‘come conseguenza di un genocidio’; e solo un pregiudizio (certamente inconsapevole) mischiato a un’ignoranza abissale, solo una irrimediabile stortura antisemita fa pronunciare una simile sciocchezza. Israele non nasce come conseguenza del genocidio, ma in forza di decenni e decenni di assidua, inesausta e durissima costruzione sionista: non c’entra niente il genocidio.
E in secondo luogo, e appunto: Cecilia Sala non lo sa, ma subordinare il fatto (e dunque il diritto) della nascita e dell’esistenza di Israele a quell’evento, al genocidio, significa supporre che nell’assenza del genocidio quel diritto non ci sarebbe stato. E non c’è solo un ‘presupposto’ di pregiudizio antisemita in questa impostazione: c’è anche un “corollario” antisemita, (ancora una volta – certamente – oltre le consapevolezze di Cecilia Sala). Perché se Israele merita di esistere in ‘conseguenza di un genocidio’, allora vuol dire che non ha gli obblighi che comunemente incombono agli altri Stati: ha qualche obbligo supplementare, insomma deve ‘comportarsi bene’”.
A prescindere dal giudizio che si può esprimere sulle altre recenti esternazioni di Cecilia Sala, che richiederebbe secondo me un esame complessivo delle sue posizioni e affermazioni, qui vorrei soffermarmi su quanto da te sostenuto, che mi pare riconducibile alle tesi del saggista francese Georges Bensoussan e dello storico israeliano Evyatar Friesel, e cioè che Israele non nacque come conseguenza di un genocidio. Ora, questa tesi è certamente vera se s’intende il genocidio come causa unica o primaria della nascita d’Israele, mentre non mi pare affatto evidente laddove implichi il ritenere che la Shoah non sia stata una concausa, o che non abbia comunque propiziato la nascita dello Stato ebraico unitamente a “decenni di assidua, inesausta e durissima costruzione sionista”.
L’idea di uno Stato ebraico in Palestina è nata ben prima della Seconda guerra mondiale, ma per molti storici l’Olocausto ha rappresentato una svolta importante nella realizzazione concreta del progetto sionista. La catastrofe della Shoah, con i suoi sei milioni di morti, ha modificato in profondità il contesto politico e morale internazionale, fornendo al sionismo un’inedita urgenza e un potente argomento etico. Non si trattò di una causa diretta e meccanica, ma di un catalizzatore potente e, secondo alcuni, indispensabile per far nascere Israele nel 1948.
In altri termini, se la creazione dello Stato di Israele, proclamata il 14 maggio 1948, fu il punto d’arrivo di un lungo percorso sionista iniziato a fine Ottocento, fu forse proprio l’Olocausto a imprimerle una spinta morale, politica e simbolica decisiva, rendendo impossibile per il mondo voltarsi dall’altra parte. L’Assemblea Generale dell’ONU, con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, votò infatti la partizione della Palestina in uno Stato ebraico e uno arabo, prendendo una decisione difficile, carica di tensioni e speranze, che probabilmente non avrebbe mai avuto il coraggio di prendere senza il lascito di sgomento e indignazione provocato dalla Shoah.
Molti rappresentanti di vari Paesi alle Nazioni Unite riconobbero infatti esplicitamente l’effetto del genocidio come concausa della necessità o dell’opportunità di dare vita allo Stato d’Israele. Il diplomatico sovietico Andrei Gromyko, per esempio, dichiarò quanto segue: “Le sofferenze del popolo ebraico durante la guerra hanno aumentato l’urgenza di risolvere la questione ebraica. Nessuno può negare il diritto degli ebrei a una patria propria”; e anche gli Stati Uniti sostennero, mediante la proposta del loro rappresentante Herschel Johnson, che il mondo non poteva ignorare ciò che era stato fatto agli ebrei d’Europa e che essi meritavano “non solo un rifugio, ma il diritto di vivere in libertà come nazione”.
Più recentemente, la storica israeliana Anita Shapira ha osservato che “l’orrore universale suscitato dalla Shoah cambiò radicalmente l’atteggiamento del mondo verso il sionismo. La fondazione di Israele fu percepita come un atto di riparazione morale”. La Shapira è convinta che, “ancor prima di diventare uno Stato, Israele si era presentato come un paese che lottava per la riabilitazione dei sopravvissuti all’Olocausto.
Accoglieva l’Olocausto come un mito formativo dello Stato e si considerava rappresentante sia del popolo ebraico vivente che di quello distrutto. Questa affermazione traeva origine dall’ideologia del sionismo, che si considerava il legittimo rappresentante dell’intera nazione.
L’idea che lo Stato fosse stato dato agli ebrei come forma di riparazione per la grande catastrofe che li aveva colpiti durante la Seconda Guerra Mondiale era infondata, ma acquisì credibilità sia in patria che all’estero come giustificazione per la creazione di uno Stato. La lotta per l’istituzione dello Stato era indissolubilmente legata alla lotta per aprire le porte del Paese ai sopravvissuti all’Olocausto, come unico luogo in cui sarebbero stati desiderati e in grado di riabilitare le proprie vite.
Circa due terzi dei sopravvissuti all’Olocausto emigrarono in Israele. Pertanto, la memoria dell’Olocausto e il suo posto nell’ethos israeliano erano di fondamentale importanza. Agli albori dello Stato, l’atteggiamento della società israeliana nei confronti della memoria dell’Olocausto era complesso. La maggior parte degli ebrei veterani era arrivata nel decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale. Il novanta per cento degli ebrei negli Yishuv proveniva dall’Europa e la stragrande maggioranza aveva genitori e fratelli nei paesi in cui furono perpetrate le atrocità. Non sarebbe esagerato affermare che la maggior parte della popolazione adulta degli Yishuv subì un trauma represso in seguito alla notizia dell’Olocausto”.
Questa percezione iniziò progressivamente a diffondersi sin dalla fine del secondo conflitto mondiale e trovò un terreno fertile anche nell’opinione pubblica internazionale e tra le grandi potenze uscite vincitrici dal conflitto. Benny Morris, uno dei cosiddetti “nuovi storici” israeliani, ha scritto che “il mondo occidentale — e in particolare gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica — furono mossi anche da un senso di colpa post-Olocausto nel sostenere il piano di partizione dell’ONU”. Un giudizio condiviso anche da Tom Segev, il quale nel suo libro The Seventh Million sottolinea che, “senza l’Olocausto, Israele sarebbe forse nato, ma non nel 1948 e non con quel sostegno internazionale”.
La tesi è rafforzata anche da studiosi non israeliani. Tony Judt, storico britannico di origine ebraica, scrisse in Postwar che “l’Olocausto fornì la legittimazione morale necessaria affinché il progetto sionista trovasse un’accoglienza più favorevole in Occidente”.
David Ben Gurion, padre fondatore dello Stato ebraico e guida storica del movimento sionista, nonché primo premier d’Israele, dichiarò nel 1945 e poi nel 1948: “Se avessimo avuto uno Stato ebraico, sei milioni non sarebbero morti”. Una riflessione che contiene un’amara consapevolezza retrospettiva, ma anche un’accusa implicita all’inerzia del mondo dinanzi al genocidio. Lo stesso Ben Gurion riassunse poi la tragedia della Shoah con parole che divennero parte integrante della coscienza collettiva israeliana: “Auschwitz non è solo il simbolo dell’orrore, ma la prova della necessità di uno Stato ebraico”.
Anche Hannah Arendt, pur critica verso il nazionalismo ebraico, non negava il ruolo cruciale della Shoah. Nella sua opera Le origini del totalitarismo scrisse che “fu solo dopo Auschwitz che il mondo ammise che gli ebrei avevano bisogno di una patria sicura”. Una frase che riassume il nesso simbolico e politico tra la tragedia del popolo ebraico e la nascita dello Stato di Israele.
L’Olocausto, dunque, non creò il sionismo, né fu il principale motore della fondazione dello Stato d’Israele, ma fu il trauma che rese impossibile per il mondo ignorare la questione ebraica, trasformandola da questione nazionale in un crocevia simbolico, morale e politico.
Sebbene non sia corretto dire che Israele è nato come forma di risarcimento, la memoria di quell’annientamento, nella sua mostruosa evidenza, pesò probabilmente come una forza invisibile sulle decisioni diplomatiche del 1947 e del 1948, aprendo la strada alla risoluzione ONU e alla nascita di uno Stato che ancora oggi porta su di sé l’ombra e l’eredità della Shoah. Le immagini dei campi di concentramento liberati, i numeri disumani del genocidio, la condizione dei sopravvissuti ammassati nei campi profughi spinsero la diplomazia internazionale ad agire in sintonia con gli effetti che la scoperta dell’olocausto stava producendo sull’opinione pubblica. Come ricorda l’United States Holocaust Memorial Museum, “l’Olocausto rafforzò la percezione che gli ebrei avessero bisogno di una patria sicura e sovrana, in cui nessuno potesse più decidere della loro sopravvivenza”.
Lo storico Yehuda Bauer, uno dei principali esperti della Shoah, ha affermato che “la memoria della Shoah fu immediatamente incorporata nel discorso pubblico israeliano come fondamento morale dell’esistenza dello Stato”, mentre lo storico israeliano Evyatar Friesel, la cui tesi generale mi pare per molti versi in sintonia con quanto sostieni, è forse tra tutti quello che fa l’osservazione più interessante a riguardo. Per Friesel, infatti, “ci fu un punto di contatto e di influenza tra l’Olocausto e la creazione dello Stato ebraico. Fu, tuttavia, esattamente l’opposto di quanto comunemente si suppone: la distruzione dell’ebraismo europeo rese quasi impossibile la nascita di Israele.”
Ora, se la Shoah, cioè la distruzione dell’ebraismo europeo, avrebbe potuto impedire la nascita dello Stato d’Israele, il mancato conseguimento del suo obiettivo finale non solo rese quella nascita possibile, ma è plausibile che abbia reso ancor più evidente la sua necessità, e non solo agli occhi del popolo ebraico, ma anche, sebbene in maniera inverta e oscillante, a quelli di tutti i popoli e i governi che non avevano voluto o potuto evitare che l’ebraismo europeo corresse il rischio di essere distrutto, e che ora potevano invece impedire che un rischio simile si presentasse di nuovo. Ovviamente i suoi effetti non sono per lo più rintracciabili in dichiarazioni ufficiali, ed è plausibile che si siano fatti prevalentemente sentire all’interno di ogni coscienza non ottusa dalla banalità di un male strisciante, ma proprio per questo, così come è difficile dimostrare che una tale influenza vi sia stata, è altrettanto difficile dimostrare che non vi sia stata.
Certo, Friesel ha ragione quando sostiene che “il segmento più vitale dell’ebraismo moderno, il più radicato e vigoroso tra le comunità ebraiche, l’ebraismo dell’Europa orientale che aveva creato il Focolare Nazionale Ebraico in Palestina e che sarebbe stato il più capace e preparato a portare a termine il compito, era stato sterminato durante la guerra. Il figlio delle sue speranze e dei suoi sforzi, lo Stato d’Israele, rinacque accanto alle tombe dei suoi padri e delle sue madri nell’ora più buia del popolo ebraico. Israele ne uscì più piccolo e più povero, fisicamente e spiritualmente, di quanto avrebbe potuto essere se avesse avuto l’enorme riserva di manodopera e talento presente nell’ebraismo europeo che aveva assistito alla sua nascita e vegliato sulla sua culla. Nella sua struttura interna, nella sua vita spirituale, persino nel suo rapporto con l’ambiente circostante e nella sua posizione tra le nazioni del mondo, sia come Stato che, come popolo, Israele sta ancora subendo le conseguenze dell’Olocausto”.
Tuttavia, pur considerando attendibile questa ricostruzione di Friesel, mi pare che, se è vero che Israele nacque complessivamente più “povero” di come sarebbe potuto nascere se la Shoah non ci fosse stata, è anche vero che, essendo nato accanto alle tombe dei padri e delle madri “nell’ora più buia del popolo ebraico”, sarebbe ben strano se una tale prossimità a quelle tombe non avesse rafforzato nella coscienza di molti ebrei in tutto il mondo l’idea che la costruzione di uno Stato ebraico fosse ormai necessaria, così come mi pare poco probabile che anche i non ebrei, dopo aver saputo e compreso quant’era successo, fossero rimasti sostanzialmente indifferenti.
Per quanto la decisione dell’Unione sovietica e degli Stati Uniti di agevolare la nascita di uno Stato ebraico possa essere stata determinata da ragioni pratiche – come Friesel sostiene – non mi pare si possa escludere che accanto a tali ragioni pratiche e spiccatamente politiche – che sono poi quelle che inducono solitamente i governi a prendere le decisioni che prendono – ve ne siano state anche altre, ancorché meno visibili, riconducibili agli effetti che la Shoah poteva aver provocato nell’opinione pubblica internazionale, e ciò anche considerando che una ferma condanna di quanto avvenuto e una presa di posizione favorevole al progetto sionista poteva giocare, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, un ruolo importante rispetto al tentativo in corso di consolidare i rapporti amichevoli tra le potenze vincitrici.
In questo senso, la Shoah sancì l’urgenza del progetto sionista: milioni di ebrei europei, spazzati via dal nazismo, avevano dimostrato con la loro morte che l’integrazione nelle società europee era fragile, reversibile e illusoria. In questo senso, la fondazione di Israele non fu solo l’esito del progetto politico sionista, che ebbe comunque un ruolo decisivo e primario nel processo che portò alla nascita dello Stato ebraico, ma anche un gesto riparatore, una risposta concreta a una catastrofe che aveva messo in discussione la tenuta dell’intera civiltà occidentale e rispetto alla quale nessuno, a parte forse qualche nazista sopravvissuto e qualche islamista in formazione, poteva essere rimasto indifferente. Tra le macerie dell’Europa distrutta nacque così un nuovo Stato che da allora, nel bene e nel male, ha portato con sé la tragica eredità della Shoah, il suo patrimonio di valori e di solidarietà umana con i popoli perseguitati che si trovino nelle condizioni di poter correre un rischio analogo.
Ma nel tuo articolo vai oltre e ti spingi fino a formulare accuse piuttosto gravi quando affermi che “subordinare il fatto (e dunque il diritto) della nascita e dell’esistenza di Israele a quell’evento, al genocidio, significa supporre che nell’assenza del genocidio quel diritto non ci sarebbe stato. E non c’è solo un ‘presupposto’ di pregiudizio antisemita in questa impostazione: c’è anche un “corollario” antisemita, (ancora una volta – certamente – oltre le consapevolezze di Cecilia Sala). Perché se Israele merita di esistere in ‘conseguenza di un genocidio’, allora vuol dire che non ha gli obblighi che comunemente incombono agli altri Stati: ha qualche obbligo supplementare, insomma deve ‘comportarsi bene’”.
La prima obiezione che credo si possa muovere a questo ragionamento è che “subordinare il fatto della nascita e dell’esistenza di Israele a quell’evento, al genocidio”, non significa affatto “supporre che nell’assenza del genocidio quel diritto non ci sarebbe stato”. Subordinare un fatto ad un altro fatto, ritenendo il primo provocato anche dal secondo, non comporta la subordinazione di alcun diritto ad alcun fatto, perché un “diritto” non sussiste necessariamente in virtù di fatti pregressi, ma può essere riconosciuto anche in base a ragioni che ne giustificano l’esistenza, come per esempio in relazione a valori ritenuti universalmente validi. In altri termini, se l’olocausto è stato una delle concause che ha favorito la nascita d’Israele questo non significa in alcun modo che in assenza di tale concausa Israele non avrebbe avuto il diritto di nascere, ma solo che forse non sarebbe nato nei tempi e nei modi in cui è nato.
Per un popolo il diritto di avere un proprio Stato dove non essere perseguitato o addirittura sterminato prescinde dal fatto che un simile sterminio sia già avvenuto, perché esiste anche prima che avvenga e sussisterebbe anche se non fosse destinato a verificarsi. Tuttavia, certe circostanze storiche, come per esempio il fatto che lo sterminio degli ebrei ci sia effettivamente stato, può creare un consenso politico e sociale rispetto alla rivendicazione di un proprio Stato tale da agevolarne la nascita.
In secondo luogo, tu sostieni che nel considerare l’olocausto una condizione necessaria, o comunque una concausa, della nascita d’Israele “non c’è solo un “pregiudizio antisemita”, ma “c’è anche un ‘corollario’ antisemita”, e ciò perché “se Israele merita di esistere in ‘conseguenza di un genocidio’, allora vuol dire che non ha gli obblighi che comunemente incombono agli altri Stati: ha qualche obbligo supplementare, insomma deve ‘comportarsi bene’”.
In realtà, non mi pare che ci sia né un “presupposto” né un “corollario” antisemita. Non c’è un “presupposto” perché non c’è nulla di antisemita nel ritenere che l’olocausto possa aver contribuito a rendere l’opinione pubblica internazionale e i governi di molti Paesi propensi a intraprendere politiche volte a favorire o assecondare la nascita d’Israele; e non c’è nessun “corollario” perché ciò non gli impone alcuno obbligo supplementare rispetto a quelli di altri Stati. Anche se l’Olocausto ha costituito una delle concause che ne hanno favorito la nascita, ciò non vincola in alcun modo Israele più di quanto sia vincolato già dai valori politici cui s’ispira fin dalla sua nascita e più in generale dalla scelta democratica che condivide con gran parte del mondo occidentale. Non deve cioè “comportarsi bene” più di quanto un qualsiasi Paese democratico sia chiamato a comportarsi rispetto ai valori cui ispira la sua azione politica.
Certo, una sua eventuale alleanza strategica con Paesi che dovessero procedere sistematicamente allo sterminio di qualche gruppo etnico o religioso, o di qualsiasi minoranza politica, cioè una sua alleanza strategica con una dittatura criminale, come per esempio quella russa o iraniana, potrebbe fargli perdere, come del resto a qualsiasi altro Paese democratico, una buona parte dei consensi sia all’interno, presso la propria opinione pubblica, sia all’esterno, nel senso che potrebbero legittimamente venir meno i sostegni politici di cui ha goduto in passato. In questo caso estremo e paradossale, una delle concause che ha contribuito a determinare la sua nascita sarebbe erosa a ritroso, ma ciò non intaccherebbe affatto il diritto di esistere che condivide con qualsiasi Stato democratico e, secondo un’accezione assai più ampia di tale diritto, anche con qualsiasi “Paese sovrano”. Ciò che potrebbe semmai perdere è la sua credibilità come Paese democratico, o il suo suppletivo diritto all’esistenza rispetto a qualsiasi altro Stato, ma solo se si dimostrasse che una tale scelta strategica non è necessaria per la conservazione della sua indipendenza e della sua sicurezza.
In ogni caso il sostenere, come hai sostenuto, che con la nascita di Israele il genocidio “non c’entra niente” e che il pensare che c’entri qualcosa è una sciocchezza provocata da una “irrimediabile stortura antisemita” è contrario sia all’opinione di molti storici che non mi sembrano affatto imputabili di antisemitismo sia a quella di molti testimoni e diretti promotori della nascita dello Stato ebraico. Sebbene possa costituire un difficile esercizio stabilire in termini percentuali l’influenza che l’olocausto ebbe in effetti su tale nascita, e sebbene lo si possa, come fa Friesel, ritenere anche “modesto”, il sostenere invece che non ne ha avuta alcuna e dare dell’antisemita e dell’ignorante abissale a chi pensa che invece ne abbia avuta una rilevante mi pare il sintomo di un pregiudizio non meno corposo di quello imputabile a chi tende ad attribuire all’olocausto il ruolo di causa principale, o addirittura di una condizione sufficiente per la nascita d’Israele, tesi che peraltro credo in pochi sostengano e che nemmeno la Sala intendesse supportare.
Credo invece che, nella vicenda storica che ha condotto attraverso il sionismo alla nascita d’Israele, si sovrappongono e intrecciano due diverse prospettive, una che deriva da un’identità territoriale e una che scaturisce da un’identità storica. Queste due componenti sono ben descritte da Anita Shapira in un brano del suo saggio Israel, dove ricorda, tra l’altro, che “nel tradizionale discorso del Primo Ministro alla nazione alla vigilia del Giorno dell’Indipendenza del 1961, Ben-Gurion menzionò i due eventi più significativi dell’anno precedente: la scoperta dei resti e delle lettere dei soldati di Bar-Kokhba (risalenti al secondo secolo dopo Cristo) nel deserto della Giudea e il processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, che si era aperto a Gerusalemme pochi giorni prima. Questi due eventi simboleggiavano due mitologie fondamentali dello Stato: la prima, il lontano passato di Israele nella sua terra e la guerra che gli ebrei combatterono per la libertà, e la seconda, la recente distruzione, l’Olocausto. La prima mitologia rappresentava la storia ebraica come storia di un territorio e della nazione che vi viveva come popolo sovrano, mentre la seconda enfatizzava la continuità storica della vita ebraica nella diaspora, la tragedia ebraica e la missione di Israele come Stato di rifugiati e monumento vivente alla memoria di coloro che perirono. La coesistenza di queste due mitologie nel discorso di Ben-Gurion implicava la competizione nascosta tra l’identità nativa basata sul territorio e l’identità ebraica basata sulla storia”.
Entrambe queste dimensioni identitarie hanno probabilmente avuto un ruolo importante nella nascita di Israele e all’interno di quella storica non si vede come possa aver avuto un ruolo marginale l’esperienza traumatica della Shoah. Come sostiene ancora la Shapira, anche Begin poneva “l’Olocausto saldamente al centro del discorso israeliano”, e non furono pochi i sopravvissuti all’Olocausto che rivendicarono “il loro giusto posto nella narrazione nazionale, il riconoscimento del loro contributo alla fondazione dello Stato e della loro partecipazione alla Guerra d’Indipendenza”.
Una testimonianza particolarmente efficace e incisiva in merito ci viene fornita da Ofer Feniger, un artista, insegnante e paracadutista israeliano, in una lettera che scrisse alla sua fidanzata: “Sono seduto alla serata di commemorazione per le vittime dell’Olocausto, fissando negli occhi i sopravvissuti che sono seduti vicino a me, e tutto il loro essere esprime impotenza e disperazione. Da tutto questo orrore e impotenza sento sorgere dentro di me una tremenda volontà di essere forte, forte fino all’orlo delle lacrime, forte e affilato come un coltello, composto e terribile e pericoloso. Questo è ciò che voglio essere! Voglio sapere che mai più quegli occhi vuoti mi fisseranno da dietro recinzioni elettrificate! Solo se sarò forte non lo faranno! Solo se saremo tutti forti; forti, orgogliosi ebrei! Solo se non ci lasceremo mai più condurre al massacro”.
Feniger fu poi ucciso nella battaglia dei paracadutisti per Gerusalemme e credo che anche lui, come probabilmente molti altri che combatterono al suo fianco, fossero convinti che il genocidio costituisse una componente non trascurabile dell’identità del popolo ebraico, una componente che aveva avuto un ruolo significativo anche nella storia d’Israele fin dalla sua nascita.
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