Europa e Unione Europea

Il complesso processo d’europeizzazione della NATO

Ci siamo lasciati su questo tema con 3 domande: E se, tenendo fermo il “rearmEurope”, ora “Readiness 2030,” fosse invece più sicuro, rapido ed efficace portare i 27 Paesi UE in una NATO europeizzata? Esiste poi una chiave per evitare duplicazioni tra il sistema di comando

Bandiere della NATO e dell’Unione Europea affiancate, simbolo della cooperazione euro-atlantica
Mario N. GrecoMario N. Greco03/04/2025Aggiornato 08/09/20267 min lettura1.462 parole

Ci siamo lasciati su questo tema con 3 domande:

La risposta è l’europeizzazione della NATO

Percorso a tappe di cui abbiamo già fatto cenno, che richiederà tre cose, attualmente critiche: risorse finanziarie, tempo e cooperazione da parte degli Stati Uniti. La NATO a trazione fortemente europea (con il supporto del Canada) potrebbe essere la giusta soluzione a tutti i “malesseri” di molte Capitali europee. A partire da Roma. E proviamo a spiegarvi il perché.

Portando a compimento questo processo, aumentando gli investimenti nel settore militare, sviluppando la consistenza numerica, i profili “high-end”, l’interoperabilità, e l’efficacia in termini di difesa, la deterrenza aumenterebbe la sua credibilità “comunicativa.”

Ma la deterrenza è prima di tutto risolutezza politica, poi certamente credibilità ed efficacia delle capacità militari, che devono essere percepite così preponderanti e letali da annullare qualsiasi “appetito” espansionista o aggressivo da parte dell’avversario (o degli avversari).

E’ qui che emergono difficoltà significative

Affinché ci sia risolutezza politica sono necessari comunanza di intenti, di obiettivi strategici, soprattutto consapevolezza e condivisione del valore della NATO come alleanza politico – militare. Il suo Centro di Gravità è rappresentato da tre principi fondamentali: Coesione (condivisione valori democratici), Unità (d’intenti politici), Solidarietà (Difesa Collettiva). Quelli posti a base della decisione di attivare – per la prima ed unica volta – l’Articolo 5 del Trattato di Washington invocato dagli Stati Uniti d’America il 12 settembre 2001, l’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle del World Trade Center.

Se viene meno il suo Centro di Gravità, l’Alleanza Atlantica è a rischio

Da un punto di vista militare, la questione potrebbe essere risolvibile, una volta trovato l’accordo con l’azionista di maggioranza di Washington, che vedrebbe soddisfatte – nel breve medio periodo – tutte le sue aspettative:

Inoltre, l’incremento delle spese militari dei 27 Stati Membri della EU, previsto per i prossimi quattro anni da “Readiness 2030” corrisponde esattamente al pressante – e talvolta poco diplomatico – invito dell’attuale amministrazione americana ai Paesi Alleati di portare gli investimenti in Difesa ben oltre il 2% del PIL. Al prossimo Summit NATO che si svolgerà a L’Aia in Olanda dal 24 al 26 giugno, pare certa la proposta del Segretario Generale di incrementare le spese per la difesa sino al 3,5%.

Per amore di verità, l’attuale inquilino della Casa Bianca non è l’unico ad aver chiesto un maggior impegno finanziario agli Alleati. Nel recente passato già il Presidente Obama, nel 2011, fece chiaramente capire che gli Stati Uniti erano stanchi di spendere oltre il 3% di PIL a fronte di alcuni Alleati impegnati allora per meno del 1%.

Dunque, la condivisione delle spese di sostentamento, di investimento e di gestione della più longeva e resiliente alleanza politico militare della storia è ora centrale per la sua sopravvivenza e l’adattamento strategico. E non solo per garantire ai paesi membri una protezione ed una sicurezza senza precedenti, ma perché, se si estende lo sguardo oltre l’orizzonte della “diatriba” fra le sponde dell’Atlantico, emerge che il mondo vivrà decenni di competizione strategica, tripolare, in un contesto multi-dominio e di sfida continua fra modelli sociopolitici opposti: il modello liberal democratico, quello tecno-econocratico e quello autocratico.

Visti i cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti delineati recentemente dal Segretario di Stato per la Difesa: “Le dure realtà strategiche impediscono agli Stati Uniti d’America di concentrarsi principalmente sulla sicurezza dell’Europa,” aggiungendo che la sopravvivenza dell’alleanza transatlantica richiederebbe che”gli alleati europei scendano in campo e si assumano la responsabilità della sicurezza convenzionale nel continente”, la questione più urgente per la NATO è immaginare un ruolo diverso degli Stati Uniti (garante però, a prescindere, della deterrenza nucleare sino ad adattamento compiuto).

Ciò richiederebbe un crescente impegno politico-militare coordinato degli Alleati europei dovendo investire nelle capacità militari strategiche di deterrenza e difesa critiche che sono ad oggi assicurate prevalentemente dagli Stati Uniti quali:

Allora cosa altro sarebbe necessario per “Europeizzare” la NATO ed assicurare la postura di deterrenza e di difesa?

Prima di tutto significa dover pensare di affiancare, e poi sostituire, la leadership politica e militare degli Stati Uniti. In altri termini, assumersi le responsabilità decisionali politiche (e militari) secondo un format di “governance” diverso (senza compromettere il processo decisionale di approvazione per consenso assoluto, facendo leva sulla ambiguità costruttiva consentita “ad hoc” nell’Art.5).

Pensiamo al cosiddetto format E5+ (Francia, Germania, Italia, Polonia, il Regno Unito, potenzialmente con altre nazioni e l’Unione Europea per temi di partenariato strategico) che potrebbe giocare il ruolo fondamentale di “traghettatore”, con Regno Unito ed Italia che interpretano – per motivi diversi – la parte di trait d’union con l’attuale amministrazione americana.

Poi significherebbe decidere di:

Il dilemma strategico tutto europeo della deterrenza nucleare

Che l’Europa possa assumere la piena responsabilità della propria sicurezza in ambito NATO. Riteniamo questa l’unica strada realisticamente percorribile. Non è semplicemente una questione di generare solida ed univoca volontà politica: maggiori sono budget per la difesa o processi di approvvigionamento meglio sono coordinati.

L’Europa dovrà destreggiarsi con un dilemma strategico estremamente caustico e corrosivo per quanto riguarda le opzioni nucleari. I leader europei hanno due obiettivi da raggiungere ed un caveat da rispettare e al momento ineludibile:

Ciò potrebbe avvenire, dopo un percorso politico tortuoso e impervio, introducendo il concetto di deterrenza nucleare regionale, creando uno scudo nucleare europeo, e consolidando ed incrementando esclusivamente gli arsenali britannici e francesi, così da non aprire una proliferazione nucleare da parte di Paesi terzi.

Ove la capacità di first preventive strike e la policy Dual-Capable Aircraft (DCA) Nation (che consente anche a nazioni alleate non potenze nucleari di provvedere al trasporto e rilascio degli ordigni) fossero confermate ed ampliate, ciò assicurerebbe una deterrenza nucleare tale da scoraggiare potenziali minacce strategiche.

Il tema della deterrenza nucleare europea attiene alla sicurezza dell’Europa che può essere garantita solo con l’ennesimo adattamento dell’Alleanza Atlantica. Essa è dotata di strutture decisionali del livello politico efficaci, di comando e controllo dello strumento militare altamente addestrate, già capaci di sostituire con proprie forze quelle americane e pronte alla condotta di operazioni militari nello spettro operativo che spazia dal tempo di pace, alla crisi ed al conflitto globale.

Il futuro del continente è in gioco, l’Europa farebbe meglio ad agire, anche se questo significa accettare costi politici negativi, soprattutto per leadership sensibili alle reazioni delle opinioni pubbliche.

L’alternativa a tutto ciò non è l’indifferenza a livello strategico: è soccombere nello scontro “tettonico” fra potenze globali.

Ed è impensabile sperare in relazioni bilaterali.


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