Israele
L’opzione Sansone e la cupa solitudine di Israele
L’antisionismo come formula apparentemente innocua, la solitudine crescente di Israele e il rischio di una radicalizzazione difensiva: uno scenario estremo, cupo, forse allucinato, ma costruito attorno a una domanda politica precisa. Dove porta la normalizzazione dell’idea che lo Stato ebraico non debba esistere? Oramai lo sento


L’antisionismo come formula apparentemente innocua, la solitudine crescente di Israele e il rischio di una radicalizzazione difensiva: uno scenario estremo, cupo, forse allucinato, ma costruito attorno a una domanda politica precisa. Dove porta la normalizzazione dell’idea che lo Stato ebraico non debba esistere?
Oramai lo sento tutti i giorni. “Io non sono antisemita, sono antisionista!”: una frase che è sbandierata in quanto ritenuta giustificata e innocua, ma che in realtà cela un pernicioso ragionamento che sancisce due concetti:
- essere antisionisti è giusto perché Israele è un usurpatore di terre (cioè una distorsione totalizzante della verità storica);
- non c’è posto per una nazione ebraica ed è lecito che, oltre Hamas, anche Hezbollah, Houthi, Iran e i suoi proxy in Iraq la attacchino per distruggerla.
Quindi dal fiume (il Giordano) al mare (il Mediterraneo), senza spazio per l’esistenza della nazione Israele. È una tesi talmente sdoganata e talmente diffusa che perfino Meta (Facebook) la considera in linea con la propria policy di controllo e verifica dei post pubblicati.
La più micidiale, sofisticata campagna propagandistica che la storia ricordi (forse pari a quella della Santa Inquisizione e a quella del nazista Paul Joseph Goebbels) ha determinato questa vulgata: un valido strumento politico per attaccare governi istituzionalmente corretti con lo Stato ebraico.
L’eco continua, ininterrotta, in tutte le trasmissioni, su tutti i giornali, in bocca ai politici in cerca di facili consensi. Ed il passo all’odio dell’Ebreo è brevissimo. L’aria si è fatta pesantissima e, come più volte ho scritto, il complesso di colpa dell’Occidente verso la causa ebraica è ormai risolto. Il conto della Shoah è pagato e qualunque remora o inibizione accantonata.
È un fenomeno talmente lampante che mi sono stufato di considerarne gli effetti nell’immediato, ma trovo opportuno analizzarne le probabili conseguenze geopolitiche future.
Fra poco un’alternanza fisiologica porterà ai vertici delle cancellerie quelle sinistre che hanno cavalcato questi sentimenti per carpire facili consensi elettorali. Ciò porterà questi “campi larghi” a essere ineluttabilmente sotto il ricatto di “Islamic Parties” che chiederanno coerenza politica per quanto finora sbandierato e per il nuovo apporto di voti. Israele sarà sanzionato, allontanato, ostracizzato. Gli ebrei si troveranno indifesi e isolati.
Negli U.S.A., passato il governo sovranista Trump, si dovranno ascoltare di più le voci prorompenti nelle università oramai totalmente asservite ai finanziatori arabi, alle masse afroamericane antisistema e quindi pro-palestinesi. Le comunità ebraiche americane, indebolite da una crescente secolarizzazione e assimilazione, finito il retaggio dell’Olocausto, perderanno l’influenza nell’establishment.
L’aria irrespirabile porterà tantissimi ebrei a emigrare in Israele o a tentare di vivere in uno stato di “nuovo marranesimo”, nascondendo le proprie origini, tentando di mimetizzarsi tra la gente, nel disperato tentativo di evitare di essere oggetto di persecuzioni.
Israele, messa all’angolo, dovrà fare i conti con questa situazione. Dovrà raggiungere un’autonomia nell’approvvigionamento delle indispensabili risorse difensive. Le occorrerà strutturarsi per accogliere ondate di nuovi cittadini di elevato livello culturale e altrettanto elevate pretese e aspettative.
Certamente i governi israeliani non potranno essere moderati: dovranno provvedere a far virtù dell’esperienza e si dovrà blindare la nazione. I muri dovranno necessariamente diventare invalicabili, la coesistenza impossibile. Le colonie si estenderanno perché il territorio è limitato e non si faranno complimenti: occorrerà far posto alla nuova immigrazione. Si arriverà alle annessioni (lente o drastiche) e alle espulsioni delle popolazioni autoctone.
Di fronte al retrenchment degli americani e al disengagement di tutte le nazioni, Israele diventerà uno “Stato Ghetto di Varsavia”, consapevole di poter confidare solo in se stesso nell’isolamento e disinteresse.
Ma le esperienze di duemila anni non si cancellano e non si accetterebbe una nuova Masada, dove gli ebrei arroccati si uccisero pur di non cadere ai romani e morirono da soli. Israele si è già costruita un’alternativa, ed esiste: la deterrenza nucleare, l’unica “assicurazione” che garantisca la sopravvivenza. Si chiama “Opzione Sansone” (come l’eroe ebreo che si fece morire con tutti i Filistei pur di non cedere al ricatto).
È uno scenario certamente non auspicabile, anzi per me una vera allucinazione. Ma è dove il mondo sta spingendo. Un mondo senza memoria, senz’anima, senza una reminiscenza del passato o una visione del futuro.
Ed allora viene da chiedersi: avete scelto davvero questa strada? Gli occidentali non capiscono che l’obiettivo è l’islamizzazione del mondo e gli ebrei e Israele sono solo il pretesto? E che del destino dei Palestinesi non frega veramente un cazzo a nessuno e men che meno agli arabi?
Mi viene in aiuto Vladimir Lenin:
“Gli idealisti utili… sono cecità messianica al servizio di un pragmatismo cinico.”
Bravi, continuate così.
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