Italia: politica, istituzioni e società
No Meloni, né il fascismo né il comunismo “si superano” senza discuterli
Giorgia Meloni liquida il Ventennio come una storia da giudicare con le cautele della distanza. Ma fascismo e comunismo non sono reperti inerti: continuano ad alimentare identità e mobilitazioni. La lezione di Marco Pannella resta attuale: nessuna ideologia si supera archiviandola, senza discuterne responsabilità, illusioni e


Giorgia Meloni liquida il Ventennio come una storia da giudicare con le cautele della distanza. Ma fascismo e comunismo non sono reperti inerti: continuano ad alimentare identità e mobilitazioni. La lezione di Marco Pannella resta attuale: nessuna ideologia si supera archiviandola, senza discuterne responsabilità, illusioni e complicità.
“Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no?”
Il modo elusivo con cui Giorgia Meloni ha risposto alla domanda del New York Times sul Ventennio ha qualcosa di molto simile al modo in cui i dirigenti comunisti hanno “superato” la stagione del PCI senza fare minimamente i conti con quel che aveva rappresentato la doppiezza togliattiana – sì al metodo democratico, ma sostegno all’Unione Sovietica – e, successivamente, l’altrettanto equivoca terza via berlingueriana, alternativa sia al modello sovietico sia alla socialdemocrazia occidentale.
D’altra parte, sono decenni che da destra come da sinistra – con alcune eccezioni: alcuni riformisti a sinistra, Fini in quasi completa solitudine a destra – è in corso un tentativo simmetrico di prendere le distanze dal passato “senza rinnegare e senza restaurare”.
Un’espressione di Arturo Michelini e poi di Giorgio Almirante, mutuata in forme diverse – anatema! – anche nel mondo postcomunista, ma soprattutto senza elaborare la questione della colpa di avere consegnato gli ideali generosi – la difesa della patria, la liberazione degli oppressi – di milioni di militanti a un’irrisolvibile doppia appartenenza e a ideologie programmaticamente avverse all’esperienza storica, e non solo ai principi teorici, delle democrazie costituzionali.
Marco Pannella, dalla fine degli anni Cinquanta, ha fatto scandalo spiegando che fascisti e comunisti non erano, né gli uni né gli altri, dei mostri, ma essi stessi vittime di due ideologie mostruose apparentate dal ripudio e dal disprezzo dei principi dello Stato di diritto e dall’illusione di affrontare più efficientemente i problemi politici, economici e sociali attraverso scorciatoie autoritarie o totalitarie.
Scorciatoie illuminate dal “sole” di una più profonda razionalità storica, incompatibile con la lentezza negoziale delle istituzioni democratiche. Che questo “sole” fosse rappresentato dall’impero dell’Italia fascista o dalla via nazionale al comunismo internazionalista è molto meno rilevante di quanto appaia.
Nell’Italia degli anni di piombo, che Meloni nell’intervista al New York Times ha evocato schierandosi in modo militante con la memoria della destra postfascista – “Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo” -, sempre Pannella spiegava provocatoriamente che gli ideali produttivisti e welfaristi del fascismo e del comunismo erano due varianti della stessa sindrome politica antiliberale.
Due modi diversi di sacrificare il mezzo della libertà politica e del rule of law al fine superiore della grandezza della patria o della liberazione di classe, e che anche la legittimazione della violenza politica era una conseguenza di questo abbaglio.
Il modo in cui postfascisti e postcomunisti hanno pensato di superare il proprio passato senza discuterlo, ma semplicemente archiviandolo, è una conferma indiretta della provocazione pannelliana circa il fatto che fascisti e comunisti avessero a dividerli innanzitutto i propri tratti comuni e che la loro violenta ostilità nascesse proprio da un’imbarazzante somiglianza e dalla spietata concorrenza sul piano dell’offerta di alternative migliori alla democrazia politica.
Non si può neppure sostenere che l’atteggiamento di Meloni verso il fascismo, al pari di quello dei dirigenti postcomunisti verso il comunismo, sia dettato da un’esigenza di storicizzazione più “scientifica”, in quanto legata a fenomeni lontani e sostanzialmente conclusi, privi di relazioni con il quotidiano della lotta politica militante.
Non è affatto vero, infatti, che il fascismo, come il comunismo, sia solo un capitolo remoto della storia politica nazionale. Rimane una parte rilevante e decisiva dell’immaginario sociale e culturale; rimane una parola d’ordine di mobilitazione, di appartenenza e di identità.
L’unica ragione per cui oggi Meloni rischia il posto a Palazzo Chigi è la ribellione e aggregazione di stampo prettamente neofascista di Futuro Nazionale. Vannacci, vicino alla doppia cifra nei sondaggi, dimostra che il fascismo non è affatto una fotografia del passato.
D’altra parte, l’equilibrio e la competitività del Campo Largo passano attraverso l’inclusione, con relativa “soddisfazione”, di gruppi politici che considerano la stagione comunista, pure nelle manifestazioni deteriori, una forma di legittima resistenza all’imperio della società capitalistica.
Da questo punto di vista è esemplare, per quanto piccola, la celebrazione del centenario della nascita di Fidel Castro da parte dei Giovani Democratici, organizzazione giovanile del PD.
Proprio perché è sempre stato laicamente implacabile con quel grumo di fanatismo e malafede rappresentato dalle scorciatoie comuniste e fasciste, Pannella è sempre stato molto rispettoso dei travagli del popolo della destra e di quello della sinistra e altrettanto laicamente disponibile a riconoscere la sincerità di slanci politici generosi imprigionati in quelle ideologie.
Già alla fine degli anni Cinquanta proponeva ai comunisti battaglie comuni di alternativa democratica e, dal suo ingresso in Parlamento, rifiutò di partecipare alla logica conformistica dell’arco costituzionale, che non impediva trattative sottobanco con la destra postfascista, ma imponeva di trattare ufficialmente i postfascisti come dei paria e vietava di riconoscere alle loro rappresentanze politiche una dignità istituzionale analoga a quella degli altri partiti.
Oggi, di fronte alla sbrigativa rimozione del Ventennio e di larga parte della storia postfascista operata da Giorgia Meloni, Pannella avrebbe parole dure come quelle che usò nei confronti dei comunisti che, dopo il 1989, volevano “superare” il comunismo senza discuterlo.
Troppo facile dire che dell’Italia del Ventennio non possiamo dire nulla perché non ci siamo più dentro; al contrario, proprio capire quel che successe allora e come si formò il consenso plebiscitario, un po’ estorto e un po’ spontaneo, per il nuovo regime imperiale promesso dalle camicie nere serve a comprendere molti dei pericoli cui vanno incontro non solo la destra, ma anche l’Italia di oggi.
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