Iran

Quando la fortezza crolla. L’Iran tra caos, razionalità e negoziazione del potere

Scrivo questo articolo negli istanti finali del collasso del regime islamico iraniano. Non come un mero esercizio di analisi, ma come un testo sospeso tra annuncio e avvertimento: annuncio di libertà per un popolo che da  decenni vive sotto oppressione, corruzione e repressione, e avvertimento per

Bahram Farrokhi10/01/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.161 parole

Scrivo questo articolo negli istanti finali del collasso del regime islamico iraniano. Non come un mero esercizio di analisi, ma come un testo sospeso tra annuncio e avvertimento: annuncio di libertà per un popolo che da  decenni vive sotto oppressione, corruzione e repressione, e avvertimento per il giorno dopo, per il momento in cui l’euforia della caduta lascerà spazio alla responsabilità storica della costruzione.

In Iran, la libertà non sarà un punto d’arrivo. Sarà un passaggio stretto, fragile, esposto al rischio di essere tradito. È a quel passaggio che questo testo è dedicato.

Mi auguro che le forze politiche, in particolare l’opposizione democratica, e in primo luogo il principe Reza Pahlavi, siano pienamente consapevoli del peso storico che grava su di loro: costruire una coalizione nazionale ampia, capace di guidare il paese attraverso il tornante più pericoloso della sua storia recente, quello della transizione.

Solo una convergenza di questo tipo può proteggere l’Iran dal vuoto di potere, dal caos e dalla riproduzione di nuove forme di autoritarismo. Se questo momento verrà sprecato per divisioni, personalismi o incapacità di comprendere l’urgenza dell’unità  allora il paese si troverà davanti a alternative ben più oscure, destinate a trascinarlo in decenni di instabilità e sofferenza.

La storia è già in piedi, pronta a giudicare. E questa volta nessuno potrà dire di non essere stato avvertito.

Il regime islamico è giunto alla fine del suo percorso. Ma il futuro dell’Iran non sarà deciso dall’istante della caduta, bensì dalla scelta politica immediatamente successiva: tra”disordine, accordo nazionale o transizione controllata”.

Una fortezza che crolla dall’interno

Oggi il regime islamico assomiglia a una fortezza marcia dall’interno. Le colonne sono ancora in piedi, le bandiere continuano a sventolare sulle torri, ma i muri sono profondamente crepati. Le fratture si sono allargate e il rumore del crollo non è più occultabile.

La vera domanda non è più se questa fortezza cadrà. Quella fase è ormai superata.

La domanda decisiva e infinitamente più pericolosa è che cosa accadrà dopo.

Contro le narrazioni semplicistiche ed euforiche, l’Iran si trova oggi davanti a un bivio concreto, che non offre infinite possibilità, ma tre strade precise. Due di esse comportano costi altissimi e conseguenze potenzialmente irreversibili.

Prima strada: collasso incontrollato e caos strutturale

La prima opzione è la più pericolosa e, paradossalmente, anche la più probabile se la razionalità politica dovesse venir meno: il crollo del regime senza un piano, senza un accordo, senza un centro di gravità del potere.

In questo scenario, la caduta del regime non coincide con la libertà. Il primo risultato è il vuoto di potere, un vuoto che viene rapidamente occupato da attori armati, reti di sicurezza informali, interferenze regionali e competizione tra potenze straniere.

Libia, Siria e Yemen sono precedenti noti. Ma l’Iran per dimensioni, composizione sociale e posizione geopolitica potrebbe affrontare una crisi ancora più profonda. In un simile contesto, la disintegrazione territoriale smette di essere propaganda e diventa una possibilità concreta. Quando la sicurezza collassa, anche l’idea stessa di patria si logora. I confini cessano di essere dati storici e diventano linee negoziabili con le armi.

Questo scenario non nasce dalla mancanza di coraggio dell’opposizione, bensì dall’assenza di un progetto di potere credibile e di un accordo tra le opposizioni.

Seconda strada: un accordo minimo tra le forze democratiche

La seconda via è difficile, ma dignitosa . Passa attraverso un accordo minimo tra le forze democratiche per la gestione della fase di transizione. Non si tratta di un’unità totale né dell’illusione di un leader salvifico, ma di un compromesso realistico su alcuni principi non negoziabili:

Questo percorso richiede maturità politica, l’anello mancante dell’opposizione iraniana da decenni. Personalismi, rivalità logoranti e guerre mediatiche sono i principali nemici di questa opzione.

Anche se i nazionalisti che sostengono il principe Reza Pahlavi, indubbiamente forti di una maggioranza sociale relativa, dovessero assumere un ruolo centrale, una verità resta incontestabile: nessuna forza, da sola, può garantire la sicurezza dell’Iran nel dopo-regime.

La sicurezza non nasce dalla popolarità di piazza né dagli slogan. È il prodotto di legittimità politica, struttura esecutiva e consenso nazionale. Senza cooperazione fra l’ opposizione, resta un’illusione.

Terza strada: una transizione pilotata attraverso i residui dell’apparato di potere

La terza opzione è”amara, realistica ma è più probabile”: una transizione controllata, con la partecipazione di segmenti dell’hard core del regime e la mediazione o l’intervento diretto di attori esterni .

Occorre essere chiari. Se il collasso sarà incontrollato, gli attori internazionali entreranno inevitabilmente in scena. E non negozieranno con un’opposizione frammentata e priva di struttura, ma con chi dispone di armi, apparati e capacità di controllo come Venezuela di recente.

In questo quadro, il nome dell’amministrazione”Trump” piaccia o no  emerge come uno dei potenziali protagonisti. Un simile accordo potrebbe garantire stabilità regionale, contenimento dei flussi migratori e un ordine interno di tipo securitario. Ma il prezzo sarebbe altissimo: una transizione dall’alto, segnata dalla sopravvivenza di elementi dello stesso sistema che sta crollando. Senza controllo nazionale, trasparenza politica e garanzie reali dei diritti civili, quasi un governo militare. 

L’illusione della sicurezza fondata sulla repressione:

È qui che si annida il pericolo maggiore per le forze nazionali e democratiche: l’illusione che la sicurezza possa essere garantita affidandosi ai residui degli apparati repressivi senza pagarne il prezzo storico. 

L’esperienza è inequivocabile. Le forze addestrate alla repressione non diventano custodi di una transizione democratica. Comprano tempo. Tempo per rigenerare nuove forme di autoritarismo.

Se la sicurezza dell’Iran futuro verrà costruita sulle spalle delle stesse istituzioni che hanno versato sangue negli anni Ottanta, nel 2009, nel 2017, nel 2019 e nel 2022, allora la parola”transizione” resterà poco più di un ornamento retorico.

La storia non aspetta

L’Iran è sull’orlo del collasso di un ordine ormai esausto. Ma il collasso, di per sé, non produce libertà. Le strade sono tre: caos, accordo democratico o transizione pilotata con intervento esterno. 

Se le forze democratiche non sapranno convergere, altri decideranno al loro posto. E resterà una sola domanda, amara e ineludibile: siamo stati vittime del crollo, o della nostra incapacità di costruire il futuro?


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